Lee Stringer lavorava agli inizi degli anni 80 come copywriter pubblicitario, poi una serie di infausti eventi, difficoltà economiche, scomparsa del socio d’affari e del fratello, l’incontro con la droga e l’alcool, lo portano nel fango della strada, a vivere come homeless a New York,(e per dimora la Grand Central Station). È una storia di caduta e resurrezione, la storia vera dell’autore, quella che con una prosa semplice ma efficace LEE STRINGER propone ai lettori, la vicenda del suo annaspare nelle difficoltà per poi tornare ad una vita migliore grazie alla scrittura. Un ottimo esempio di memoir, con una sorprendente nuova immagine di New York, vista da un’angolazione inconsueta, quella di chi raramente finisce nel mirino fotografico dei turisti, e viene ignorato dai residenti.
Inverno alla Grand Central Station, Lee Stringer, Nottetempo
Come Jack London, Stringer è un narratore autodidatta di prima grandezza ed è sopravvissuto senza rancori e pieno di speranza all’estrema povertà, alla mancanza di un tetto sopra la testa e alla tossicodipendenza. I racconti di Lee Stringer sono cupamente avvincenti. Parlano di come i relitti umani più inutili, più sradicati e inquietanti di New York riescano a rimanere in vita giorno dopo giorno. Sono veri e propri reportage, non opere di fantasia. L’autore, che in ogni racconto è anche uno dei personaggi, per anni e anni è stato un reietto privo di dignità e rispetto di sé almeno quanto i suoi protagonisti. Però, proprio quando si faceva di crack, raccoglieva i vuoti delle lattine per un nichelino al pezzo e veniva cacciato dalla metropolitana perché distribuiva Street News, un settimanale di paria e su paria come lui, Lee Stringer scoprì un nuovo sballo. E cioè scrivere per quel giornale. Si conquistò uno scopo nella vita, si liberò della tossicodipendenza. Quest’uomo sa scrivere. (Dall’Introduzione di Kurt Vonnegut)