Paolo Nori è stato vittima di un serio incidente stradale un paio di mesi fa, vicino alla sua Casalecchio. Il suo ricovero in ospedale, in gravi condizioni, aveva scosso la comunità dei lettori che lo seguono da tempo (forse anche dal precedente infortunio stradale, cui aveva dedicato il libro “Grandi ustionati”. Ora Paolo Nori si è ristabilito, e noi ne siamo molto contenti. E ci fa ancor più piacere accogliere in libreria il suo nuovo libro, una caleidoscopica incursione nel mondo che a lui piace, quello dei libri: un editore, un libraio con, una bella somma di denaro che proviene non si sa da dove, ecco gli ingredienti del suo nuovo romanzo! Il suo stile, vicino a quello di Gianni Celati e Ugo Cornia, rende particolarmente “frizzante” le pagine del libro!
“Il maresciallo aveva picchiato, delicatamente, per due volte, i polpastrelli di quattro dita della mano destra, tutte tranne il pollice, sulla cartellina e poi aveva detto ‘Allora, Baistrocchi, chi glieli ha dati i soldi per le librerie? Il consorzio del Parmigiano reggiano?’
PAOLO NORI La banda del formaggio, Marcos Y Marcos
Ermanno Baistrocchi fa l’editore.
Va in giro a far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici.
Paride Spaggiari fa il libraio. Invita Ermanno nella sua libreria e poi gli fa delle telefonate bellissime, tutte piene di zioboja, ma non sono zioboja d’impazienza, sono come il basso che suona l’un due tre di un valzer, i suoi discorsi sono dei valzer, mettono di buon umore.
Poi quando Ermanno ha la possibilità di comprare tre librerie Paride si offre di diventare suo socio, che si trova con una certa liquidità.
E per quindici anni Ermanno, tutto quello che fa, ne ha prima parlato con Paride.
Poi salta fuori il buridone che i soldi per le librerie a Paride venivano dalla banda del formaggio, come se i delinquenti a Parma fossero tutti della gente che non vedeva l’ora di comprarsi una libreria, come se avere una libreria fosse una specie di status symbol per i ladri.
E finisce che Paride si butta giù dal settimo piano, e dicono che sia stato per via dei giornali, per via di quello che avevano scritto sopra i giornali, ma secondo Ermanno non era mica per quello.
La banda del formaggio è la storia di un editore che un giorno sull’autobus prova affetto per il suo cuore che batte, e gli verrebbe da ricominciare.
È la storia di un libraio che il delinquente avrebbe voluto farlo come Raskol’nikov, o come il conte di Montecristo, e che ha lasciato a suo nipote, che ancora non c’è, una filastrocca che Ermanno impara a memoria, per lasciarla anche al suo, di nipote, che chissà se mai ci sarà.
Paolo Nori è nato a Parma, abita a Casalecchio di Reno e ha scritto un mucchio di libri, tra romanzi, fiabe e discorsi. Gli piace leggere ad alta voce, raccontare varie cose sul suo blog (www.paolonori.it), su alcuni giornali e qualche volta in televisione. Con Marcos y Marcos ha pubblicato o ripubblicato: La meravigliosa utilità del filo a piombo, Disastri di Daniil Charms, da lui curato e tradotto,
Si chiama Francesca, questo romanzo e Grandi ustionati; di prossima uscita, Diavoli e Spinoza. La banda del formaggio è il suo ultimo romanzo, con un personaggio nuovissimo che tornerà.
Di Grandi ustionati esiste anche l’AudioMarcos, letto, naturalmente, da Paolo Nori, e registrato durante una pubblica lettura a Milano, Frigoriferi Milanesi, il 3 febbraio 2013
Vicino ai temi di Rigoni Stern e di Buzzati, Matteo Righetto con La pelle dell’orso traccia un affascinante romanzo di formazione condito dei temi classici dell’avventura, dei boschi e delle scoperte che vi si possono fare, del mito del feroce, dando vita ad un romanzo privo di sbavature e che esce promosso a pieni voto dal collaudo!
Matteo Righetto, La pelle dell’orso, Guanda
English: Bosco verso la Galvana (Photo credit: Wikipedia)
Domenico ha dodici anni ed è sempre vissuto nel villaggio dove è nato, ai piedi delle Dolomiti. La montagna è il suo mondo e questo mondo non ha segreti per lui. Gli piace guardare le cime mentre va a scuola, dove la maestra gli racconta di Tom Sawyer, o attraversare i boschi mentre va al torrente a pescare, sognando avventure straordinarie. Continua a farlo anche se da un po’ di tempo tutti lo mettono in guardia, perché il rischio di imbattersi nell’orso di cui tanto si parla in giro è grande. Un orso ormai diventato una leggenda nella valle: terribile, gigantesco, feroce come da quelle parti non se ne vedevano più. E non riesce a credere che suo padre, sempre così distante, ubriaco, perso, sia lo stesso uomo che adesso vuole dare la caccia all’orso e vuole partire per quella spedizione sulle montagne insieme a lui, solo loro due, via per giorni e giorni a contatto con una natura aspra, selvaggia. Ma è proprio questo che accadrà. Domenico sarà coinvolto in un’esperienza unica, spaventosa ed eccitante, dalla quale apprenderà che la natura, per quanto pericolosa, lo sarà sempre meno degli uomini. Un romanzo d’avventura che è insieme il racconto folgorante di una formazione, di ciò che succede per la prima volta, e che sarà per sempre.
Thomas Mann, 20 April 1937 (Photo credit: Wikipedia)
Si sta sempre attenti alla pubblicazione di un nuovo testo di narrativa da parte dell’editore Nutrimenti, visto che “non ci ha mai tirato pacchi”, anzi! E anche se non costa 9,90 euro siamo certi che le 528 pagine di questo libro soddisferanno i palati esigenti dei lettori. Le vite di Bertold Brecht e Thomas Mann sono decisamente diverse, ma convergeranno negli anni dell’ascesa al potere di Hitler, costretti ad abbandonare il Paese per le loro posizioni dure nei confronti del dittatore. Cosa può fare un artista quando il mondo crolla accanto a lui? Restare a combattere in patria, insieme a chi non può fuggire, o rifugiarsi altrove e condurre la propria battaglia da un luogo differente? C’è tanta storia, ovviamente, il dramma di una nazione considerata un faro della civiltà, che sprofonda nella follia collettiva della caccia al diverso. E ci sono i due grandi protagonisti, ad illuminare la scena a loro modo!
Bert e il mago, Fabrizio Pasanisi, Nutrimenti
È il 1933 quando l’incendio del Reichstag a Berlino segna il destino della Germania, vittima dell’ascesa inarrestabile di Hitler: i nazisti accusano del rogo i comunisti e avviano una spietata caccia all’uomo. Il giorno successivo all’incendio, 28 febbraio, Bertolt Brecht, che è nell’elenco degli artisti non graditi per le sue simpatie comuniste, lascia in tutta fretta il paese. Appena qualche settimana prima, l’11 febbraio, a varcare la frontiera era stato Thomas Mann, dopo che una conferenza su Wagner a Monaco di Baviera gli aveva attirato le ire dei nazionalisti hitleriani. Di fronte ai due si apre il lungo, doloroso cammino dell’esilio.
Con stile incalzante e cura rigorosa nella ricostruzione degli eventi e nel ritratto dei personaggi e delle loro relazioni, Bert e il Mago mette in forma di romanzo le vite parallele di due dei maggiori esponenti della cultura europea novecentesca: la formazione della loro poetica, la genesi delle opere, la notorietà e i riconoscimenti, i risvolti meno noti della sfera privata, il fatale scontro con l’aberrazione nazista.
Due scrittori rivali, distanti per età, credo politico e concezione di letteratura, ma legati da una sorte comune: quella dell’intellettuale posto di fronte alla sopraffazione e alla violenza della storia; quella dell’uomo costretto alla fuga, e al ripensamento dei propri valori, davanti alla follia del mondo.
Fabrizio Pasanisi
Fabrizio Pasanisi è giornalista, autore televisivo, studioso di letteratura e traduttore. Con Bert e il Mago, suo libro d’esordio, è stato finalista al Premio Italo Calvino 2012, dove ha ricevuto la menzione speciale della giuria.
Sarà un caso, forse no, ma questa settimana siamo sulle tracce dell’editore Il maestrale, di cui abbiamo ben parlato con il testo di Luigi Bernardi e con il libro del cuore della settimana. L’editore ci porta a conoscere un altro talento letterario sardo, la regione stessa dell’editore: Alberto Capitta. Recensendo il romanzo su Internazionale, Fofi ha così scritto dell’autore «il più originale dei nostri scrittori».«Non è realismo poetico quello di Capitta, ma qualcosa di più ampio e di più profondo, che spinge al paragone con il magistero femminile delle Morante, Ortese, Masino e Ramondino, o con i toscani di ieri da Palazzeschi a Lisi, tra gusto antico del romanzo-fiaba (con echi di Stevenson e Leskov) e l’esigenza di dire il più e l’oltre dell’esperienza attuale del mondo. In una visione che non esclude animali e piante, e che, d’invenzione in invenzione, torna a un umano intriso di natura – mai bamboleggiata e mai dimenticando la sua durezza – e alle prese con le costruzioni nefaste e mortifere delle società e di un’umana miseria antropocentrica».
È una Sardegna mai nominata, ma perfettamente percepita quella narrata. In questo spazio che avvertiamo popolato dalle presenze ancestrali dell’isola, si muovono e si incrociano i destini di tre famiglie, descritti con perfetta originalità e vivacità, “alberi erranti e naufraghi” nel percorso dell’esistenza, alle prese con perdite e assenze, con un personale rapporto con la natura che li circonda e la terra che li ha nutriti.
Alberi erranti e naufraghi, Alberto Capitta, Il maestrale
In un’innominata ma riconoscibile Sardegna settentrionale i destini di tre famiglie si intrecciano scontrandosi e incontrandosi, perdendosi e ritrovandosi ancora. Tre famiglie molto diverse: gli Arca, i Nonne e i Branca. Piero e Giuliano Arca, padre e figlio, vivono soli oltre i margini della città in un casolare stipato di animali feriti che loro raccolgono e curano. In città risiedono i Nonne: il capofamiglia Sebastiano, una moglie sottomessa e due figli: Michelangelo, di cui poter andare fieri, militare di carriera e compagno di esaltate battute di caccia, ed Emilio, deprecato per le sue mollezze, le letture in solitudine nel chiuso della sua stanza, e per l’amicizia indecorosa con Giuliano Arca. Infine i Branca: Edoardo, notaio di lungo corso, e la figlia Maddalena, venticinquenne delicata e sensibile, che abitano nella villa della tenuta di famiglia – e sarebbe una convivenza di un’armonia perfetta se la ragazza non s’innamorasse di Michelangelo Nonne, passione di cui il padre della giovane non si capacita. Gli accadimenti ricevono una spinta prepotente quando Piero Arca scompare in una giornata di neve insanguinata dalla carneficina di tutte le sue bestie. Da qui inizia per Giuliano un lungo e allucinato viaggio alla ricerca del padre. Un viaggio nei luoghi del passato e in posti nuovi, abitati da una sconosciuta umanità bambina e carichi di esperienze che ricondurranno il ragazzo al punto di partenza, dove gli eventi potranno prendere una piega imprevedibile, rimescolando le sorti di tutti i personaggi che animano questo quarto romanzo di Capitta: la conferma di una sapienza stilistica e affabulatoria.
Ricordate quegli anni in cui ai turisti italiani poteva capitare di vedersi le gomme dell’auto tagliate durante le vacanze in Alto Adige? Immaginate come poteva essere crescere in una terra in cui era palese la separazione e la mancanza di comunicazione tra krucchi e valsce, i due termini dispregiativi con i quali si definavano a vicenda italiani e tedeschi. Nel bel libro di Kareen De Martin Pinter (di Bolzano, qui al suo fortunato esordio) è una ragazza di dieci anni con la passione per la musica a fare da filo conduttore per esplorare quel mondo, mostrando come ancora una volta come ci sia sempre qualcosa che possa farci volare oltre le barriere che paiono circondarci e soffocarci. Adatto anche agli young adults che vogliano conoscere momenti poco frequentati dalle storiografie scolastiche ufficiali e intendano scegliere percorsi originali in luogo di quelli consueti!
Così l’autrice spiega il titolo: “È un libro che avevo dentro da una decina d’anni. È stata una lunga maturazione. 3 anni fa ho iniziato a scrivere testi sotto forma racconti e ho visto che convergevano tutti sullo stesso tema. Così ho iniziato un’opera sartoriale, a cucirli insieme. Pian piano ho dato forma al romanzo. Il processo è stato uno scavare dal basso verso l’alto, cercando di capire cosa saliva dalle viscere fino su, al cielo.”
Le parole dell’autrice.
“In sostanza, è un libro su come si schivano i colpi e le sassate della storia e del destino. Marta è nata lì e non altrove, cresce mettendo nella sua valigia quel che può vedere intorno a sé, cercando il posto che potrà avere nella vita, usando quel che ha nel suo bagaglio.”
Ed è con leggiadria che Kareen De Martin riesce ad inquadrare questioni così spinose, a inserirle in un contesto perfettamente plausibile, c’è davvero da fare i complimenti!
Kareen De Martin Pinter, L’animo leggero, Mondadori
Marta ha dieci anni e tre amiche. Insieme hanno inventato un gioco crudele e segreto: a turno una di loro diventa la nemica del gruppo, quella su cui riversare tutto l’odio di cui sono capaci. Ogni settimana scolastica prevede cinque giorni di solitudine, di corse fino a casa per non farsi fare male; cinque giorni di complicità negata, di sguardi affilati, minacce; cinque giorni d’insulti, di paure, senza lasciare che nessuno, al di fuori del loro piccolo gruppo, se ne accorga.
D’altro canto il mondo dei grandi non sembra avere molto da offrire: tra i genitori di Marta le cose non funzionano da tempo, e la città in cui vivono è attraversata da tensioni costanti e quotidiane. Perché Marta abita in Alto Adige, una terra divisa – tra K, i tedeschi, e V, gli italiani arrivati dopo la Prima guerra mondiale. Una terra ricca eppure lacerata in ogni gesto quotidiano dalle regole della “proporzionale etnica” e, ancor più, dalla lama della lingua che nomina ogni oggetto con parole diverse e rivali. Crescere qui significa farsi carico di un’eredità di divisioni, prepotenze, speranze, e iniziare presto a interrogarsi su ciò che ci unisce e ci oppone gli uni agli altri.
Per i grandi come per i piccoli, molte sono le guerre esplose, dentro e fuori casa, molti i suoni che scivolano nelle orecchie e si insinuano nella memoria per sempre. Sopra a tutti quello di una goccia che, dicono, sale le scale, di tanto in tanto, e martella le notti del condominio di Marta con il suo rintocco incessante e misterioso.
Per fortuna, Marta ha una passione in grado di aprirle in ogni momento una porta sull’incanto: la musica.
Solo che per riuscire a sentirla forte e nitida dovrà liberarsi dagli stridori e dai rumori di fondo, respirare profondamente e prestare orecchio alla melodia che, inascoltata, suona dentro di lei.
Al suo esordio, Kareen De Martin Pinter racconta la formazione di una bambina piena d’immaginazione e sentimento, colta nell’attimo prima della separazione dall’infanzia. Nel suo sguardo limpido, fatti privati e avvenimenti storici si mescolano come in un caleidoscopio narrativo di intensa energia emotiva.
Per raccontarci come una ragazzina può scrollarsi dalle spalle il peso dell’odio e imparare a camminare nel mondo con l’animo leggero.
Crepe, recita il titolo. E le si trova, ossessivamente, per tutto il libro. La nuova fatica letteraria di Luigi Bernardi, scrittore – saggista – sceneggiatore – critico fumettista- si svolge a Bologna, sulla scia lasciata dai lavori per l’alta velocità, e le altre tante crepe lasciate da decenni che hanno eroso il tessuto sociale di questa Italia. Così, a pochi metri l’uno dall’altro, si incrociano le vite dei protagonisti (emblematici) del romanzo, una giovane giornalista, un proprietario di farmacie, il figlio arrabbiato con il mondo, una vecchia sola, e un anatomopatologo. Così, le “crepe” generate dalle trivelle si allargheranno a quelle delle esistenze, generando falle insostenibili, che sarà necessario sistemare…. Composto con passione e precisione, ogni dettaglio di Crepe va al posto giusto, per creare in questo modo una piccola perla nel panorama letterario italiano!
Luigi Bernardi, Crepe, Maestrale
Amanda è una giovane giornalista insoddisfatta. Arturo è proprietario di due farmacie e ha un rapporto difficile con il figlio Orfeo, che odia il mondo e vorrebbe ripulirlo da ogni sporcizia. Armida è un’anziana sola che vive nei propri ricordi. Gregorio fa l’anatomopatologo e si ritrova nei luoghi più impensati. Abitano tutti in una palazzina in sofferenza per i disagi provocati dai lavori dell’Alta Velocità, che fanno tremare le case e provocano crepe ovunque con le loro gigantesche talpe d’acciaio. Ma non sono solo i lavori a disorientare l’esistenza: il tempo sembra accelerare e chiedere a ognuno di adeguarsi alla sua velocità. Amanda riesce a visitare il cantiere sotterraneo per scrivere l’articolo della vita. Arturo è sempre più prigioniero dell’incapacità di gestire i propri affetti e Orfeo convoglia il proprio odio in piani criminali. Un romanzo che ha la tensione del thriller e l’autorevolezza stilistica del classico. Il ritratto privo d’indulgenza di una umanità smarrita, capace soltanto di raccattare soluzioni di comodo che la fanno precipitare sempre più verso un abisso dal quale sarà impossibile ogni riscatto.
“O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari”
1990 per la prima edizione, sotto l’egida di Longanesi, poi nel 1998 toccò a Marsilio proporre il libro con una copertina dai toni molto “licantropeschi”. Ora è nuovamente riproposto da Cavallo di ferro, e torniamo nell’immagine iniziale ad una versione più vicina al romantico plenilunio.
Il libro ripropone il tema del doppio, il classico dualismo Dottor Jekyll e Mr. Hyde, dando vita ad un romanzo epistolare grazie ad un raffinato gioco letterario dal sottofondo apertamente gotico; basato anche su riscontri biografici e filologici ci si troverà così di fronte ad una sorta di apocrifo leopardiano. Perfettamente ricostruito il tono ottocentesco dell’ambientazione, abilmente ritratto dall’autore!
Michele Mari, Io venia pien d’angoscia a rimirarti , Cavallo di ferro
Recanati, 1813. In un austero palazzo nobiliare, il giovane Orazio Carlo tiene un diario nel quale riporta le parole e le azioni del fratello maggiore, Tardegardo Giacomo. Ad attirare l’attenzione del ragazzo è il comportamento misterioso di Tardegardo, che si diletta di poesia e ha tranquille abitudini da erudito, ma è anche roso da una sconvolgente irrequietezza. Si alternano così la rivisitazione della vita e delle opere di un giovane poeta e gli elementi di un romanzo nero, con delitti efferati, strane simbologie e antiche vicende di sangue.
Riprendendo i modi della prosa italiana dell’800 il racconto è l’esecuzione musicale di un apocrifo leopardiano, ed è al contempo un’originale variazione sul tema del doppio, «un apologo misurato ed elegante», ha scritto Lorenzo Mondo «sulla faccia notturna della vita, sulle pulsioni selvagge che ricollegano l’uomo al tempo delle origini».
È uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento, uno degli autori imprescindibili per calarsi nella realtà del nostro Paese. “Il romanzo che abbiamo tutti sognato” scrisse Calvino de Una questione privata, tra i pochi suoi libri ad essere usciti durante la sua breve vita. Nato nel 1922, morì nel 1963. Cinquanta anni fa.
“Scrivo per un’infinità di motivi. [..] Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith.”
LA VITA,da Wikipedia
Primogenito di tre figli, Beppe nacque ad Alba nelle Langhe il 1º marzo 1922 da Amilcare, garzone di macellaio di fede socialista e seguace di Filippo Turati, e da Margherita Faccenda, donna di forte carattere che ambiva per i suoi figli una vita migliore della propria. Nel 1928 il padre riuscì a mettersi in proprio, acquistando una macelleria in piazza del Duomo che gli fornì buoni proventi.
Da bambino, Beppe frequentò la scuola elementare “Michele Coppino” di Alba e si dimostrò un bambino intelligente e riflessivo, anche se affetto da lieve balbuzie. Terminate le scuole elementari, la madre, su consiglio del maestro e malgrado le persistenti ristrettezze della famiglia, iscrisse il figlio al Liceo Ginnasio “Govone” di Alba. Successivamente si trasferì per un breve periodo a Cantello dove visse alcuni anni della sua adolescenza e dove lavorò nei campi d’asparagi come contadino.
Alunno modello e appassionato della lingua inglese, fu lettore vorace e iniziò anche alcune traduzioni, che dovevano rivelarsi le prime di una lunga serie. Al liceo ebbe come insegnanti professori illustri e per lui indimenticabili, come Leonardo Cocito, insegnante di lingua italiana, che aderì tra i primi alla Resistenza e fu poi impiccato dai tedeschi il 7 settembre del 1944, e Pietro Chiodi, docente di storia e filosofia, grande studioso di Kierkegaard e di Heidegger, in seguito partigiano, compagno di Cocito stesso, e che invece fu deportato in un campo di concentramento tedesco.
Nel 1940 si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino, che frequentò fino al 1943, quando fu richiamato alle armi e indirizzato prima a Ceva (Cuneo) e poi a Pietralata (Roma), al corso di addestramento per allievi ufficiali.
La vita partigiana
« Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano convinto tutti, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato »
(da “Il partigiano Johnny”)
Dopo lo sbandamento seguito all’8 settembre 1943, Fenoglio nel gennaio del 1944 si unì alle prime formazioni partigiane. In un primo momento si aggregò ai “rossi” delle Brigate Garibaldi, ma presto passò con gli autonomi o badogliani del 1º Gruppo Divisioni Alpine comandata dal Enrico Martini “Mauri” e della sua 2ª Divisione Langhe, brigata Belbo, comandata da Piero Balbo “Poli” ed operante nelle Langhe, tra Mango, Murazzano e Mombarcaro. Partecipò allo sfortunato combattimento di Carrù e all’effimera esperienza della Libera Repubblica partigiana di Alba, indipendente tra il 10 ottobre e il 2 novembre 1944.
Il dopoguerra
Alla fine della guerra, Fenoglio riprese per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all’attività letteraria. Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, fu assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permise di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura.
Nel 1949 comparve il suo primo racconto, intitolato Il trucco e firmato con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti, su Pesci rossi, il bollettino editoriale di Bompiani. Nello stesso anno presentò a Einaudi i Racconti della guerra civile e La paga del sabato, romanzo che ottenne un giudizio molto favorevole da Italo Calvino. Nel 1950 conobbe a Torino Elio Vittorini, che stava preparando per Einaudi la nuova collana “Gettoni”, ideata per accogliere i nuovi scrittori; nella stessa occasione Fenoglio conobbe di persona Calvino (con il quale aveva intrattenuto fino a quel momento solamente una cordiale corrispondenza) e Natalia Ginzburg.
Incoraggiato da Vittorini, riprese La paga del sabato e ne attuò una nuova stesura, ma a settembre abbandonò definitivamente il romanzo per organizzare una raccolta di dodici racconti, alcuni dei quali già inclusi nei Racconti della guerra civile. Nel 1952 la raccolta di racconti uscì, nella collana “Gettoni”, con il titolo I ventitré giorni della città di Alba. L’anno seguente Fenoglio completò il romanzo breve La malora, pubblicato ad agosto 1954.
Seguì un’intensa attività come traduttore dall’inglese: nel 1955 uscì sulla rivista Itinerari la traduzione de La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Iniziò intanto un grosso romanzo sugli anni 1943-1945, che presentò in lettura all’editore Garzanti nell’estate del 1958. Nell’aprile del 1959 uscì, nella collana “Romanzi Moderni Garzanti”, Primavera di bellezza; firmò con Livio Garzanti un contratto quinquennale sui suoi inediti. Nello stesso anno ricevette il premio “Prato” e iniziò a scrivere un nuovo romanzo di argomento partigiano.
Nel 1961, stimolato da Calvino a raccogliere i suoi nuovi racconti per presentarli al premio internazionale “Formentor”, si mise a lavorare alla raccolta Racconti del parentado; alla firma del contratto con Einaudi, tuttavia, accettò il titolo di Un giorno di fuoco. La pubblicazione fu però sospesa: Garzanti rivendicava i diritti e le due case editrici non riuscirono a raggiungere un compromesso. Iniziò così a scrivere Epigrammi e una nuova serie di racconti, oltre alla collaborazione a una sceneggiatura cinematografica di tema contadino.
La vita privata
Nel 1960 si sposò civilmente con Luciana Bombardi, che conosceva già dall’immediato dopoguerra, e compì il viaggio di nozze a Ginevra. La moglie gli sopravvisse per quasi 50 anni, morendo solo nel 2012 ad Alba. La figlia Margherita nacque il 9 gennaio del 1961; per l’occasione, Fenoglio scrisse due brevi racconti, La favola del nonno e Il bambino che rubò uno scudo.
La malattia e la morte
« Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano »
(da “I ventitré giorni di Alba”)
Nell’inverno tra il 1959 e il 1960, in seguito a un esame medico, gli venne accertata un’infezione alle vie aeree, con complicazioni dovute alla forma di asma bronchiale che lo affliggeva ormai da anni che era degenerata in pleurite, a causa dell’eccessivo vizio del fumo.
Nel 1962, mentre si trovava in Versilia per ritirare il premio “Alpi Apuane” conferitogli per il racconto Ma il mio amore è Paco, venne colpito da un attacco di emottisi. Rientrato precipitosamente a Bra, a una visita medica gli venne diagnosticata una forma di tubercolosi con complicazioni respiratorie.
Si trasferì per un breve periodo (settembre e ottobre) a Bossolasco, a 757 metri d’altitudine, dove trascorse il tempo leggendo, scrivendo e ricevendo la visita degli amici. Ma presto per un aggravamento della malattia fu ricoverato in ospedale, prima a Bra e poi alle Molinette di Torino, e gli venne diagnosticato un cancro ai bronchi. Ogni cura risultò inutile: in pochi mesi lo scrittore peggiorò irreversibilmente. Durante gli ultimi giorni fu costretto a comunicare con un foglietto poiché venne tracheotomizzato a causa dei problemi respiratori.
La morte lo colse, dopo due giorni di coma, la notte del 18 febbraio 1963; venne sepolto nel cimitero di Alba con rito civile, con poche parole dette sulla tomba dal sacerdote don Natale Bussi, amico ed ex professore di liceo. Il suo romanzo più noto, Il partigiano Johnny, fu pubblicato postumo nel 1968.
Nel 2001 è stato istituito a Mango il percorso letterario intitolato “Il paese del partigiano Johnny”. Altri itinerari fenogliani sono stati istituiti, in seguito, a Murazzano e a San Benedetto Belbo, dove sono ambientati alcuni dei racconti di Langa più intensi e significativi. Il 10 marzo 2005, all’Università di Torino, a questo scrittore è stata conferita la “Laurea ad honorem” in Lettere alla memoria, segno della fortuna in gran parte postuma della sua opera letteraria.
(Dall’intervista a Beppe Fenoglio di Gino Nebiolo, “Gazzetta del Popolo”, 9 ottobre 1962).
Le sue opere:
I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi, Torino, 1952
La malora, Einaudi, Torino 1954
Primavera di bellezza, Garzanti, Torino, 1959
Pubblicate postume
Un giorno di fuoco, Garzanti, Milano, 1963
Una questione privata, Garzanti, Milano, 1963
Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino, 1968
La paga del sabato, a cura di Maria Corti, Einaudi, Torino, 1969
Un Fenoglio alla prima guerra mondiale, Einaudi, Torino, 1973
La voce nella tempesta, adattamento teatrale di Cime tempestose, a cura di Francesco De Nicola, 1974
L’affare dell’anima e altri racconti, Einaudi, Torino, 1980
La sposa bambina, tratto dalla raccolta “Un giorno di fuoco”, Einaudi, Torino, 1988
L’imboscata, Einaudi, Torino, 1992
Appunti partigiani 1944-1945, a cura di L. Mondo, Einaudi, Torino 1994
Quaderno di traduzioni, a cura di Mark Pietralunga, Einaudi, Torino, 2000.
Lettere 1940-1962, a cura di Luca Bufano, Einaudi, Torino in collaborazione con la Fondazione Ferrero di Alba, 2002
Una crociera agli antipodi e altri racconti fantastici, a cura di Luca Bufano, Einaudi, Torino, 2003
Epigrammi, a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, Torino, 2005
Tutti i racconti, a cura di Luca Bufano, Einaudi, Torino, 2007
una sua frase, una citazione di Beppe Fenoglio tratta dalla sua opera Il partigiano Johnny
“Forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno. Scattò il capo e acuì lo sguardo come a vedere più lontano e più profondo, la brama della città e la ripugnanza delle colline l’afferrarono insieme e insieme lo squassarono, ma era come radicato per i piedi alle colline. – I’ll go on to the end. I’ll never give up.”
due libri per conoscere meglio Beppe Fenoglio
La strada più lunga – sulle tracce di Beppe Fenoglio, Gabriele Pedullà, Donzelli
Secondo De Sanctis nella storia esistono momenti privilegiati in cui agli uomini è concesso di scrutare il proprio passato con una chiarezza e una capacità di discernimento altrimenti ad essi interdette. Da una convinzione in fondo non dissimile prende le mosse anche questo libro – dall’idea, cioè, che l’intera opera di Beppe Fenoglio possa essere compresa davvero soltanto a patto di osservarla attraverso il filtro del suo libro più compiuto e maturo, cioè Una questione privata.A fronte di una critica che si è concentrata quasi unicamente su problemi linguistici e filologici, il saggio di Gabriele Pedullà propone una lettura capillare dell’ultimo romanzo di Fenoglio, scelto come passe-partout per tutta la sua produzione narrativa. Mettendo insieme i frammenti sparsi nei diversi racconti, nel diario e negli scritti di gioventù, La strada più lunga arriva così a ridisegnare il profilo dello scrittore piemontese, sfatando alcune leggende critiche dure a morire, come quella dell’espressionismo de Il partigiano Johnny, o mettendo in luce l’importanza di un sottotesto fantastico e soprannaturale che attraversa tutto il romanzo.In questa ricognizione dei suoi veri ascendenti culturali (non più solo la letteratura anglosassone), un ruolo tutto speciale nella formazione di Fenoglio viene riconosciuto alla problematica filosofica e teologica, e in particolare all’influsso determinante di Pietro Chiodi e dell’esistenzialismo francese. Una questione privata diventa così anche un pretesto per interrogarsi sulla comunicazione indiretta e sul senso di colpa dei reduci, sui paradossi delle traduzione e sull’essenza voyeuristica del cinema, sulla paternità e sull’educazione delle donne, su Edipo e su Orfeo, sull’Apocalissi e sul perdono.Ma soprattutto La strada più lunga è un avvincente e leggibilissimo racconto critico, una meticolosa indagine nelle pieghe del testo e della coscienza, che contribuisce a rivelare un Fenoglio inedito proprio nel momento in cui lo scrittore di Alba conosce un significativo ritorno di popolarità e interesse.
PIERO NEGRI SCAGLIONE QUESTIONI PRIVATE Vita incompiuta di Beppe Fenoglio Ed. Einaudi 2006
Con scrittura chiara e narrata, e un montaggio quasi cinematografico, Piero Negri Scaglione ci offre non solo la prima biografia di Fenoglio che ricostruisce esattamente la cronologia della sua vita (e delle opere), ma anche un vivido ritratto di Alba, delle Langhe e di un’Italia remota. Tanto che, leggendo queste pagine, sembra di respirare la stessa atmosfera di un inedito romanzo dell’autore del Partigiano Johnny.
«Il piú solitario di tutti noi, Beppe Fenoglio, riuscí a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno piú se lo aspettava, Una questione privata». Quando Italo Calvino scrive queste righe è il 1965, Fenoglio è morto due anni prima, a quarant’anni, dopo aver pubblicato tre libri: I ventitre giorni della città di Alba, La malora, Primavera di bellezza. Ma il destino un po’ beffardo di essere un autore piú che altro postumo non è l’unico interesse di una vita cosí insolita nel mondo delle lettere italiane.
Beppe Fenoglio nacque ad Alba, nel Piemonte piú profondo e vero, nell’anno della Marcia su Roma, il 1922. Era figlio di un macellaio del centro storico, frequentò il glorioso liceo classico della città perché un maestro elementare ne intuí le doti e sua madre gli credette. Scoprí cosí la letteratura, il teatro, la poesia, soprattutto quella degli autori di lingua inglese, e cominciò presto a creare un mondo immaginario in cui l’amore per la sua terra, le Langhe, si alimentava del fascino per culture e luoghi lontani, nel tempo e nello spazio. Arrivò la guerra, che lo strappò agli studi e gli cambiò la vita. Prima militare (fu allievo ufficiale del regio esercito), poi partigiano, visse fino in fondo l’avventura della nascita della nuova Italia. Tornò alla vita civile con l’unico desiderio di dedicarsi alla scrittura, ma, dovendo trovare un lavoro, finí in una cantina di Alba che produceva vermouth e spumanti. E poi, all’inizio degli anni Cinquanta, il manoscritto di un suo romanzo approda all’Einaudi, sulla scrivania di Italo Calvino.
Un libro tutto bolognese che trabocca di passione per la propria terra, raccontata attraverso la figura del comunista Oscar dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1980, l’anno della Strage alla stazione di Bologna. Passione, ansia di cambiamento e di miglioramento, passando attraverso le speranze del dopoguerra e le disillusioni.
Un libro che segue “anagraficamente” e anche idealmente La sentenza, che raccontava gli anni della Guerra, e che termina agli inizi degli anni Ottanta: la strage di Bologna porrà fine a molte cose…
Sorprende davvero la solidità della prosa, la capacità dell’autore di rendere quello che si definisce un “mirabile affresco” di un’epoca, con sensibilità e con passione. Consigliatissimo!
Bologna (Photo credit: Giasta08)
All’alba della Liberazione, dopo lo scempio della seconda guerra mondiale e quando ancora scorreva il sangue della lotta antifascista, un’intera generazione di uomini e donne ha creduto di poter cambiare il mondo. Ha creduto invano di poter essere protagonista di una rivoluzione poi ricondotta dentro gli argini fragili della dialettica politica tra i partiti.
Ma a qualcuno quegli argini andavano stretti. A uno come Oscar Montuschi, per esempio, che dopo aver combattuto da partigiano a vent’anni, sente il diritto di avere un futuro da protagonista, magari con Italina, la bella figlia del Cavazza, un comunista che ha speso la vita per la causa. Lei, donna concreta, singolare impasto emiliano di etica cristiana e dottrina socialista, è il perno di una famiglia povera ma ansiosa di riscatto sociale che, in una Bologna distrutta, ripone nel più grande partito comunista dell’Occidente, la speranza in un avvenire dignitoso. Ma a Oscar proprio la gerarchia di quel partito, la sottomissione alla realpolitik e i compromessi travestiti da perdono ben presto iniziano a stare stretti.
A lui pare che l’incarnazione dei suoi ideali sia nello spirito cooperativo, in un’organizzazione del lavoro in cui tutti sono contemporaneamente padroni e lavoratori senza più contrapposizione. Un sogno egalitario che Oscar coltiva per la vita intera e che tenta di realizzare nella Bologna della ricostruzione prima, nella Mosca poststaliniana poi e infine nell’Africa rivoluzionaria all’indomani del crollo degli imperi coloniali. Ma il sogno è una chimera che ogni volta si sottrae lasciando una scia amara, una linea d’ombra che il protagonista attraversa solitario sacrificando briciole di cuore e di anima. Dalla guerra partigiana al socialismo reale, fino al terrorismo alle bombe nelle piazze, il gelo della disillusione trafigge Oscar. Per lui la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma un pasto amaro.
Un grande romanzo italiano, il coraggioso e provocatorio affresco della prima repubblica raccontato attraverso le vicende di un uomo comune. Un libro unico, nel quale la storia è raccontata dal basso, in tutta la sua travolgente ineluttabilità. Una storia di uomini e donne che non rivede solo il passato, ma legge con lucidità anche il nostro presente.
Il romanzo di una generazione che ha creduto negli ideali di equità e giustizia. E li ha visti crollare insieme con il più famigerato muro della storia.
questo blog, nato dall'esperienza di Libreria Atlantide e Libreria Solea (ora non più esistente), vuole proporre a chi ama i libri recensioni e notizie, cuoriosità e classifiche, con la voce sincera di autentici librai. Quella che suggeriamo ai lettori di cercare fra le tante anime delle librerie indipendenti, d'Italia e del Mondo. Prima che scompaiano...