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Posts contrassegnato dai tag ‘autori svizzeri’

“se qui uno mostra un sentimento, è già quasi spacciato”.  Siamo in Svizzera, e il commissario Hunkeler giunge con questo libro alla sua terza avventura. Come al solito, non si comporta come il classico “svizzero”. Proprio mentre commette qualcosa di indicibile scoprirà quel che resta di un compagno di bevute…
Il lato “borghese” del Paese, aggrappato alle proprie paure e al timore di perdere i propri benefici viene smascherato con bravura dalla penna dell’autore

Cosa combini, Commissario Hunkeler, Schneider Hansjorg, Casagrande

trad De Grandi G.

  Uscendo dalla bettola che ama frequentare durante i suoi vagabondaggi notturni, il commissario Hunkeler trova il cadavere del suo vecchio compagno di bevute Hardy, sgozzato e abbandonato su una panchina. Quella di Hardy è la prima di molte figure che emergeranno dalla fitta nebbia di Basilea, una nebbia persistente che nasconde una trama criminale che sembra diramarsi in tutte le direzioni. Come al solito, Hunkeler è in conflitto con i superiori. E come al solito, Hunkeler non riesce a tenersene fuori neanche quando viene sospeso dal servizio. E così i lettori si troveranno a seguirlo per locali non proprio raccomandabili, boschi fangosi ai confini con l’Alsazia e accampamenti nomadi. Cosa c’era nel passato di Hardy che il commissario non ha mai saputo? Cosa c’entra la mafia albanese con la morte della giovane Barbara Amsler? E perché quei simboli ricorrenti del serpente, del falco e dell’aquila? Mentre la sua dolce e solare compagna Hedwig, appassionata di arte moderna, è a Parigi per approfondire la conoscenza di alcuni pittori di quel periodo, Hunkeler finirà suo malgrado per approfondire un capitolo imbarazzante della recente storia svizzera, dove lo zelo del bene sembra aver generato un male non ancora del tutto esauritosi.

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Esordire nella traduzione.
Emanuela Cavallaro racconta la sua esperienza:

Il mio esordio nel campo della traduzione letteraria è, in realtà, precedente alla pubblicazione del mio primo libro. Cioè, per precisione dovrei dire “del primo libro tradotto da me”. Perché in fondo non l’ho scritto io. O forse sì…? Comunque a me viene spontaneo dire il mio primo libro. Perché in fondo l’ho scritto anch’io. O almeno l’ho ri-scritto. Ci ho convissuto per mesi, soppesando ogni parola, modellando ogni frase, ragionando sulle metafore, adattando il ritmo e lo stile. Non è forse scrittura, questa? Certo, non ho inventato la storia, né i personaggi. Questo è compito dell’autore. Ma quella storia poi chi ve l’ha (ri)raccontata in italiano, cari lettori? E quei personaggi, chi ve li ha descritti nella vostra lingua? E allora, la prossima volta che leggete un libro in traduzione, date un’occhiata anche a pagina 3, soffermatevi un attimo su quel nome scritto in piccolo sotto il titolo. Perché se il testo scorre lieve, se le battute sono divertenti, se i giochi di parole vi fanno sorridere, è (anche) merito del traduttore.

E il mio esordio… Beh, quello magari ve lo racconto un’altra volta.

Emanuela Cavallaro – traduttrice

 

la sua ultima fatica come traduttrice di libri:

 

Ospiti estranei, Verena Stefan, Luciana Tufani

Ispirata da un bizzarro termine del linguaggio burocratico svizzero, l’autrice tesse una trama che si dipana tra due continenti e tra due generazioni. Ospite estraneo è stato il padre, tedesco trasferitosi in Svizzera dopo la guerra e rimasto sempre “lo straniero”, tollerato ma non benvenuto. E ospite estranea si sente nonostante tutto anche la figlia, emigrata a sua volta dall’Europa al Canada, seppure in un’epoca e in condizioni totalmente diverse. All’iniziale disorientamento dovuto alla nuova vita in un altro paese, si aggiunge poi la scoperta di un ospite estraneo nel proprio corpo.

 

 

Emanuela Cavallaro è nata a Bologna nel 1970. Ha studiato Lingue e Letterature Straniere all’Università di Bologna e alla Ruhr-Universität di Bochum, specializzandosi in Germanistica.Alterna l’attività di traduzione con l’insegnamento dell’Italiano, per cui ha anche co-redatto alcuni libri di testo. Per Luciana Tufani ha tradotto Simona Ryser, Ruth Schweikert, Friederike Kretzen e Aglaja Veteranyi.

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È tornato in Svizzera il nonno “argentino” di Klaus Merz. La sua esperienza è raccontata con affetto dalla nipote, gli anni trascorsi nella pampa, sempre pensando alla ragazza amata rimasta in patria, e quelli del ritorno, con la sua scelta di dedicarsi con passione all’educazione (raccoglierà anche fondi per creare una biblioteca pubblica!). Chi era “l’argentino”? Come mai si era lanciato con tanto slancio nel tango, per poi dimenticarlo per sempre in Svizzera? Perché usava con tanta precisione le fotografie durante gli anni dell’insegnamento? Un libro delicato e poetico, con personaggi reali e desiderosi di vivere, ritratti ottimamente con leggerezza.  E con una sorpresa finale!

 

Klaus Merz, L’argentino, Casagrande

Alla classica rimpatriata con i vecchi compagni di scuola, Lena si trova a raccontare, prima a tutti e poi a un amico in particolare, la storia del nonno morto da poco. La rievocazione vivida ma delicata dell’«argentino» – così era soprannominato l’eccentrico maestro elementare – ci restituisce la storia di un giovane che, partito per la pampa alla ricerca dell’avventura nel vasto mondo, due anni dopo fa ritorno alla certezza del suo primo amore, mentre il segreto di un’altra donna lo accompagnerà per tutta la vita, custodito gelosamente insieme al mistero del tango. Ed è proprio in un finale a passo di danza che il racconto di Lena arriverà a suggellare il suo legame con il nonno e a intrecciare passato e presente nella nascita di un nuovo amore.

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Il concetto di giustizia, osservato nel contesto piccolo borghese della società svizzera. Il tema centrale dell’opera di Durrematt è perfettamente reso in questo affascinante e coinvolgente libro che Adelphi propone in nuova edizione, dopo quella di Marcos Y marcos di qualche anno fa. Un libro da non perdere, per la capacità di rendere al lettore le trame segrete, l’avidità e la grettezza, l’arroganza e l’impunità del potere, le segrete e impalpabili strade della giustizia umana… Tutto parte con un apparente rovesciamento del concetto di noir: un omicidio, commesso sotto gli occhi di decine di persone dall’assassino, presto condotto in prigione: che ingaggia però un legale per dimostrare la sua innocenza….

Friedrich Durrematt, Giustizia, Adelphi
Tutta giocata di sponda è la partita di biliardo (umano) su cui si impernia questo romanzo giallo: o meglio “antipoliziesco”, giacché sin dall’inizio ci esibisce l’assassino. La prima palla a finire in buca, per un colpo a la bande, è la testa calva del professor Winter, esimio germanista: centrato dai proiettili dello squisito consigliere cantonale Kohler, cade con la faccia nel piatto di tournedos Rossini che stava gustando nel ristorante Du théâtre. Quindi, a una a una, rotoleranno in buca le altre palle – un playboy, una squillo d’alto bordo, una perfida nana, un protettore -, delineando un autentico rompicapo: “II comandante era disperato. Un omicidio senza motivo per lui non era un delitto contro la morale, bensì contro la logica”. Kohler, poi, in galera è l’uomo più felice del mondo: trova giusta la pena, meravigliosi i carcerieri, e intreccia serafico ceste di vimini. Ha un unico desiderio: che l’avvocato Spät, squattrinato difensore di prostitute, si dedichi finalmente a un’impresa seria (ma a lui sembrerà pazzesca) e riesamini il caso partendo dall’ipotesi che non sia Kohler l’omicida: “Deve solo montare una finzione. Come apparirebbe la realtà, se l’assassino non fossi io ma un altro? Chi sarebbe quest’altro?”. Accettata la sfida, Spät precipiterà ben presto in un gorgo, in una surreale commedia umana e filosofica che tiene tutti – lettori in primis – col fiato sospeso: per quale ragione Kohler è di umore tanto allegro? E perché mai ha ucciso Winter?

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Swiss Writer Martin Suter

Image via Wikipedia

Una trama efficace, lo stile preciso, la capacità di ritrarre con efficacia la psicologia dei personaggi, e del mondo a cui appartengono. In più le suggestioni del noir, del romanzo sociologico, uno sguardo lucido ad una terribile malattia, l’alzheimer che colpisce il protagonista del libro: l’incendio che scatenerà per cause banali nelle pagine iniziali ne è forse il primo sintomo. Com’è piccolo il mondo è stata la prima opera di Martin Suter, ma la stoffa del narratore era già delineata! Un libro ottimo, e ci auguriamo che presto Sellerio ci rallegri con altri suoi titoli!

 

Martin Suter, Com’è piccolo il mondo, Sellerio

 

Da quando a sei anni la madre l’aveva abbandonato, Konrad Lang, detto Ko-ni, era stato il giocattolo di Thomas (Tomi) Koch. E da giocattolo Koni era cresciuto, burattino senza energia propria legato ai fili dei potenti Koch, famiglia di magnati svizzeri dell’industria e della finanza. Se Tomi lasciava il Liceo a causa della sua inadeguatezza, anche Koni doveva seguirlo nel collegio per ricchi svogliati, malgrado lui non incontrasse nessuna difficoltà nello studio. Se Tomi stentava alle lezioni di piano, Koni impressionava il maestro con il suo talento che però non poteva sviluppare. Finché erano da soli, Tomi si comportava da amico, ma appena compariva qualcuno su cui voleva far colpo, ecco che Koni tornava “il figlio di una nostra ex domestica che mia madre aiuta”. Col tempo, poi, ogni talento e i minimi affetti erano appassiti, e del piccolo Koni rimaneva il sessantenne di eleganza perfetta, mite e amabile ma capace solo di ubriacarsi e fare guai. Un mantenuto malsopportato, che l’ottantenne matriarca dei Koch tiene a distanza con un povero vitalizio purché stia fuori dai piedi: Elvira Senn, vedova del fondatore, matrigna di Thomas e nonna dell’erede Urs, la gran dama della finanza, che tiene nel pugno di ferro tutto il clan, gli ha rubato la vita eppure sembra avere con Koni un conto in sospeso da fargli pagare a suon di umiliazioni gratuite. Da un momento all’altro Koni si innamora e inaspettatamente smette di bere. La vita sembra finalmente si sia decisa a sorridergli, ma invece non ha finito di giocare…

 

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RIPROPONIAMO IL NOSTRO COMMENTO PER L’ULTIMO DEI WEYNFELDT, il testo uscito nel 2010 sempre per Sellerio:

 

incuriosito da un libro che sembrava stuzzicante e un pò originale tra quelli usciti nella settimana (quella del 15 marzo), ho subito cominciato la lettura di questo testo: davvero molto piacevole ed intrigante, godibile. un abile mano quella di Martin Suter, capace di restituirci con arguzia il mondo della borghesia agiata svizzera

 

Martin Suter

L’ultimo dei Weynfeldt, Sellerio

 

«Epopea di un falsario» come è stato definito questo romanzo, ma anche un’insinuante, anticonformista riflessione narrativa sul falso nell’arte. Adrian, cinquantenne piacente, l’ultimo dei Weynfeldt, ha ricevuto in eredità dal padre un solido e vasto patrimonio, e dalla madre dei «danni educativi irreparabili»: così lui chiama la rigidezza dei modi, lo scrupoloso rispetto delle forme, il dominante impulso a compiacere, insomma una personalità e un comportamento che, in effetti, si ergono ineccepibili a barriera tra lui e gli altri, anche con chi varrebbe la pena di avere quale autentico e semplice amico. È in fondo la sua difesa dalla vita, la quale, senza mai maltrattarlo, mai lo ha davvero accarezzato. Artista senza genio, ha ripiegato nell’expertise di pittura per un’importante casa d’aste. Le sue giornate sono disciplinate dalla regola inflessibile che più sono uguali l’una all’altra, più il tempo rallenterà la sua corsa spietata. Naturalmente, la vita supera tutte le barriere. E infatti il destino gli presenta la giovane Lorena, una modella del tutto sregolata, che in più ricorda ad Adrian irresistibilmente il suo unico e tragico amore. Negli stessi giorni, un amico gli ha affidato per una vendita all’asta un quadro del pittore Félix Vallotton, dipinto dotato di un’affascinante, inusuale sensualità. Da questo momento, per caso e per necessità, il viaggio di Adrian attraverso l’esistenza cambia forma: da uguale routine dorata diventa una movimentata commedia di scambi, equivoci, suspense; e la distaccata, elegante rassegnazione si tramuta in una saporosissima vendetta del desiderio. Dapprima zimbello, il quieto esperto d’arte si scopre regista di una complessa cospirazione fortemente hitchcockiana. È la sua sfida alla vita. Martin Suter, è scrittore di sarcastiche commedie capaci di sorridere suadenti al lettore, (L’ultimo dei Weynfeldt è stato per settimane il più venduto in Germania). Il suo piglio è quello di strappare, pazientemente e metodicamente, ogni centimetro di superficie levigata alle prevalenti ipocrisie sociali (in questo del tutto interno alla graffiante tradizione letteraria svizzera che ha avuto in Dürrenmatt il suo apice poetico). Per lasciare in piedi, crollate quelle, solo un anarchico rimescolamento di bene, male e felicità.

 

Martin Suter (Zurigo, 1948) ha lavorato come sceneggiatore televisivo, come reporter e nel campo pubblicitario. Tra i suoi romanzi Com’è piccolo il mondo, Un amico perfetto e Lila, Lila.

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incuriosito da un libro che sembrava stuzzicante e un pò originale tra quelli usciti nella settimana (quella del 15 marzo), ho subito cominciato la lettura di questo testo: davvero molto piacevole ed intrigante, godibile. un abile mano quella di Martin Suter, capace di restituirci con arguzia il mondo della borghesia agiata svizzera

Martin Suter ,
L’ultimo dei Weynfeldt , Sellerio

«Degno seguace di Patricia Highsmith e Ruth Rendell, con cui condivide l’arte di rappresentare personaggi machiavellici e di imbastire gialli impeccabili, Martin Suter ci regala una commedia brillante ambientata nel mondo dell’arte» (Livres Hebdo, Parigi).
Traduzione di Cesare De Marchi

«Epopea di un falsario» come è stato definito questo romanzo, ma anche un’insinuante, anticonformista riflessione narrativa sul falso nell’arte. Adrian, cinquantenne piacente, l’ultimo dei Weynfeldt, ha ricevuto in eredità dal padre un solido e vasto patrimonio, e dalla madre dei «danni educativi irreparabili»: così lui chiama la rigidezza dei modi, lo scrupoloso rispetto delle forme, il dominante impulso a compiacere, insomma una personalità e un comportamento che, in effetti, si ergono ineccepibili a barriera tra lui e gli altri, anche con chi varrebbe la pena di avere quale autentico e semplice amico. È in fondo la sua difesa dalla vita, la quale, senza mai maltrattarlo, mai lo ha davvero accarezzato. Artista senza genio, ha ripiegato nell’expertise di pittura per un’importante casa d’aste. Le sue giornate sono disciplinate dalla regola inflessibile che più sono uguali l’una all’altra, più il tempo rallenterà la sua corsa spietata. Naturalmente, la vita supera tutte le barriere. E infatti il destino gli presenta la giovane Lorena, una modella del tutto sregolata, che in più ricorda ad Adrian irresistibilmente il suo unico e tragico amore. Negli stessi giorni, un amico gli ha affidato per una vendita all’asta un quadro del pittore Félix Vallotton, dipinto dotato di un’affascinante, inusuale sensualità. Da questo momento, per caso e per necessità, il viaggio di Adrian attraverso l’esistenza cambia forma: da uguale routine dorata diventa una movimentata commedia di scambi, equivoci, suspense; e la distaccata, elegante rassegnazione si tramuta in una saporosissima vendetta del desiderio. Dapprima zimbello, il quieto esperto d’arte si scopre regista di una complessa cospirazione fortemente hitchcockiana. È la sua sfida alla vita. Martin Suter, è scrittore di sarcastiche commedie capaci di sorridere suadenti al lettore, (L’ultimo dei Weynfeldt è stato per settimane il più venduto in Germania). Il suo piglio è quello di strappare, pazientemente e metodicamente, ogni centimetro di superficie levigata alle prevalenti ipocrisie sociali (in questo del tutto interno alla graffiante tradizione letteraria svizzera che ha avuto in Dürrenmatt il suo apice poetico). Per lasciare in piedi, crollate quelle, solo un anarchico rimescolamento di bene, male e felicità.

Martin Suter (Zurigo, 1948) ha lavorato come sceneggiatore televisivo, come reporter e nel campo pubblicitario. Tra i suoi romanzi Com’è piccolo il mondo, Un amico perfetto e Lila, Lila.

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