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nella più desolata delle brughiere, tra le Higlands selvagge e innevate, in un inverno scozzese che fa rabbrividire solo a pensarlo, un reverendo alle sue prime esperienze ha la disavventura di innamorarsi di una avventente fantasma. Un magnifico racconto da gustare accanto al camino sorseggiando un buon whisky torbato!

Addio Miss Julie Logan, JM

English: Sepia photograph of James Matthew Bar...

English: Sepia photograph of James Matthew Barrie (1860-1937), author of “Peter Pan” (Photo credit: Wikipedia)

Barrie, Mattioli 1885
A CURA DI
Francesca Cosi e Alessandra Repossi

Ambientato in una valle scozzese sperduta e sommersa dalla neve – tanto che nessuno può entrare o uscire – questo racconto è narrato dal reverendo Adam Yestreen sotto forma di diario; il pastore racconta i duri mesi di isolamento invernale ai visitatori inglesi che arrivano nel glen in estate. Il diario assume toni sempre più fantastici via via che si manifestano strane presenze, tra cui alcuni fantasmi e l’attraente e misteriosa Julie Logan del titolo. Il fuoco è acceso, la notte è buia, la tormenta infuria, ed è in questo periodo dell’anno che si dice arrivino i fantasmi.

Lei mi ha teso la mano, con il palmo in alto, come se chiedesse perdono. Io me la sono appoggiata sul cuore e finalmente ho fatto ciò che ci si aspetta da un uomo: le ho detto “Vi amo,Miss Julie Logan” e lei ha risposto, con la dolcezza di un fiocco di neve: “Sì, lo so”. | j.m.b.

L’AUTORE
James Matthew Barrie (1860 – 1937). Ottavo di nove fratelli, a tredici anni lasciò la casa dei genitori per studiare all’Accademia di Dumfries, quindi all’Università di Edimburgo. Iniziò la carriera di giornalista a Nottingham, poi si trasferì a Londra. I suoi primi romanzi furono pubblicati con lo pseudonimo diThrums. Peter Pan, il principe dei folletti comparve per la prima volta nel 1902 in alcuni capitoli del romanzo The Little White Bird. L’amicizia – spesso discussa – con i figli della vedova Llewellyn-Davies (uno dei quali si chiamava, appunto, Peter) sarebbe risultata fondamentale.Nel 1911, venne pubblicato il romanzo Peter eWendy. Barrie morì nel 1937.

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Virginia Woolf, Voltando pagina – Saggi 1904 1941, Il saggiatore
Virginia Woolf non fu solo la grande romanziera che tutti conosciamo, ma anche una raffinata saggista, una critica acutissima, un’instancabile pubblicista. Lettrice onnivora e anarchica, cercò nei libri “una forma per il caos”, vi trovò universi abitati da creature umane, con cui intrecciare ininterrotte conversazioni. Fin dalle prime recensioni lavorò senza pregiudizi: che si trattasse di epistolari, memorie o biografie, saggi critici o romanzi, autori celebri o emeriti sconosciuti, lo studio preparatorio era accurato, il giudizio schietto. La curiosità la guidava senza alcun preconcetto, alimentava i suoi piaceri più intensi, leggere e scrivere, due atti annodati fra loro, due oscure potenze che, fino alla fine, si definirono e si alimentarono reciprocamente. Le qualità della sua penna erano forza, grazia e trasparenza. La sua lingua, ironica e originale, ha attraversato il tempo e lo spazio con una immediatezza folgorante. Femminista, nel senso proprio della consapevolezza di essere una donna, dalla sua scrittura non traspare mai una lagna, nessuna recriminazione, con lei vediamo al lavoro un occhio lucido e spietato, che non perdona, ma spesso sorride e fa ridere. “Pensare le cose come sono” e “dire la verità” le bussole di sempre. In una parola, integrità: “Seguire il proprio istinto, usare il proprio cervello, trarre le conclusioni da soli”.

Virginia Woolf, Diari di viaggio in Italia Grecia Turchia, Mattioli 1885
Scritti durante il grand tour che Virginia Woolf, già celebre critica letteraria, compì poco prima di pubblicare il primo romanzo, i diari di viaggio raccolti in questo volume ci permettono di esplorare il lato più intimo e privato di una delle massime autrici del Novecento.
Inediti in Italia, i diari ci guidano attraverso l’Italia, la Grecia e la Turchia di inizio Novecento, viste con lo sguardo curioso e critico di Virginia, accompagnata in questi viaggi dai fratelli Thoby (che morirà di tifo al ritorno dalla Grecia), Adrian e Vanessa, e dal marito di lei, Clive Bell.

“Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l’avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze.”

Cominciò a scrivere nel 1905 per il supplemento letterario del Times. Trasferitasi a Bloomsbury, insieme alla sorella pittrice Vanessa Bell e a colui che divenne suo marito, Leonard Woolf, diede vita al famoso circolo letterario, artistico e culturale. Fu saggista, attivista a favore dei diritti delle donne e autrice di romanzi dalla scrittura innovativa e straordinaria: La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928).
Con il marito fondò la Hogarth Press, casa editrice che pubblicò Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud, Thomas Stearns Eliot, James Joyce e la stessa Virginia Woolf.

woolf

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estate, tempo di vacanze e di viaggi: ecco una piccola selezione di notevoli memorie di libri sul tema.

Bertone, Racconti di vento e di mare, Einaudi
Affrontare il mare aperto è da sempre l’avventura delle avventure, la sfida da cui originano le più incredibili scoperte, la metafora stessa della vita. Per questo i più grandi scrittori si sono cosi spesso misurati con gli abissi. Di questa sterminata letteratura si raccoglie qui un “gruzzolo” di racconti che cresce via via per accavallamenti, incroci, contrapposizioni, accordi e somiglianze lontane. Si disegna cosi una rotta precisa e appassionante, che salpa da un punto sicuro della mappa per giungere, in quattordici tappe, all’approdo finale. Un lungo viaggio, sospinti dall’inesorabile capriccio del vento. Dal dolore struggente della “vedova ciola” narrato da Melville alle sorprendenti “istruzioni per l’uso del surf” impartite da London; dal racconto-cortometraggio di Roald Dahl su un assurdo tuffo in mare – da cui Hitchcock trasse un episodio televisivo – alla cruda storia dei fratelli Javel e dei loro averi, magistralmente riportata da Maupassant. Fino al resoconto di Moitessier, il più visionario navigatore a vela del dopoguerra, vero cavaliere errante moderno. Ma il mare è anche una categoria del “vedere”, dell’immaginare, come nei racconti di Pavese e Montale, in cui si narra l’esclusione o l’inettitudine alla pratica marinara. E cosi il mare di Pessoa, visto da un lido di vacanza, porgerà la promessa di una dolce regressione ai primordi degli elementi, alla libertà originaria, alla calma nostalgia della contemplazione.

Theodore Monod, In pieno Deserto, Bollati Boringhieri
È l’autunno del 1923, e una carovana sta per lasciare le coste della Mauritania diretta in Senegal. Ottocento chilometri, solo dune, lentezza, fatica e silenzio. Alla gente del deserto si aggrega un giovanissimo francese: l’attrattiva di quell’ignoto favoloso è troppo magnetica per un naturalista che è rimasto fermo dei mesi a studiare la fauna marina. Non sarà soltanto una traversata. Lì, tra l’incedere dondolante dei cammelli e i rituali antichi di un modo di vivere che non conosce l’agio, si compie un’iniziazione, anzi viene celebrato uno sposalizio destinato a durare. La lunga esistenza di Théodore Monod si svolgerà infatti sotto il segno del deserto. L’uomo di scienza ormai affermato non smetterà di fare ritorno all’incanto dei paesaggi che gli si sono dispiegati davanti quando si è affacciato all’età adulta. Pubblica solo a novantatrè anni il diario ritrovato di quel primo, trepidante incontro, scritto in terza persona come “Massenzio”. Un nome da legionario per chi si avventura nell’immensità: “L’Africa non vuole per amanti gente schizzinosa e svenevole: ci vogliono il disprezzo dei beni terreni e l’amore della vita primitiva e un forte disgusto per tutto quanto c’è di artificiale in una civiltà troppo complicata”.

Senesi Marina, Un argonauto contromano. Da Milano a Senigallia pedalando sulle vie d’acqua, Il sole
“Mi preparo per più di due mesi e il giorno 11 maggio 2009 dall’ultima darsena del Naviglio di Milano salpo alla volta di Senigallia. Via: Naviglio Pavese, Ticino, Po, Po di Goro, Mare Adriatico. 400 km di fiume e 160 di mare, in 28 giorni di viaggio. In fondo non faccio altro che andare in tendenza, secondo i più moderni dettami: locai, slow lite, reinvenzione, flessibilità, sostenibilità ambientale. In una parola sola: pedalò! E intanto provo a raccontare il Po come l’ho visto…” Perché Milano-Senigallia? Perché a Senigallia viene organizzato il CateRaduno: una kermesse annuale imperdibile per migliaia di ascoltatori della trasmissione cult “Caterpillar” di RaiRadio2. È prassi che un conduttore di Radio2 parta da Milano per raggiungere il CateRaduno con un mezzo inusuale, ecologico, spettacolare: a piedi, in bicicletta, in risciò… Nel 2009 tocca a Marina Senesi che decide di andare in pedalò attraverso il Po, i suoi affluenti e l’Adriatico. Per le vie d’acqua insomma. Prendere un pedalò sul Naviglio Ticinese a Milano e farsi un viaggetto, anzi un lungo viaggio senza andare troppo lontano, navigando lentamente sul Po, e senza sporcare, come ai tempi di Leonardo. Ma come non averci pensato prima?

Millington Synge, Vagabondo in Irlanda, Mattioli 1885
In questa sorta di diario di viaggio, inizialmente pubblicato su riviste periodiche e riunito in un unico tomo nel 1912, Synge descrive l’Irlanda rurale, quella dei “tinkers” (i famosi “zingari” irlandesi), delle donne orgogliose della loro autonomia, dei lavoratori morti congelati nella torba, dei molti artisti senza tetto che si danno a una vita nomade. Un tentativo di raccontale il paese attraverso i suoi miti ma anche i suoi pregiudizi e tutta la sua fantasiosa libertà. “Vagabondo in Irlanda” ci svela un Synge degno erede della tradizione di un Thoreau e precursore dei viaggi “on the road” di Kerouac.

Jezernik Bozidar, Europa Selvaggia, Edt
Terra di sconcertanti stravaganze e di efferate crudeltà, regno di piaceri esotici fuori dalla storia e di un profondo fascino sensuale, i Balcani sono stati per secoli uno dei soggetti preferiti per le avventurose descrizioni dei viaggiatori europei. Si potrebbe dire che la vicinanza geografica di questa regione fosse proporzionale alla sensazione della sua distanza: i Balcani erano considerati “selvaggi e lontani come la Tartaria, l’Africa più tenebrosa o l’Asia più selvaggia”; persino i suoi confini erano tutt’altro che definiti, e variavano a seconda del periodo storico e della provenienza dell’osservatore. Alla base di questa straordinaria deformazione dello sguardo, come molti di questi scritti ci rivelano, si può riconoscere il fantasma della presenza dei turchi, giudicati sino alla fine del XIX secolo terribili e infedeli, aggettivi a lungo ritenuti sinonimi. In questo volume Bozidar Jezernik ha raccolto e confrontato migliaia di racconti e impressioni scritti da viaggiatori in gran parte europei che hanno attraversato i Balcani dalla metà del XV agli inizi del XX secolo, senza trascurare autori russi, turchi o della ex Jugoslavia.

Roland Barthes, I carnet del viaggio in Cina, O barra O
Nell’aprile del 1974 Roland Barthes accetta l’invito delle autorità cinesi e parte per la Cina in compagnia di Philippe Sollers, Julia Kristeva, Marcelin Pleynet e del filosofo Francois Wahl. I suoi carnet, finora inediti, offrono una visione disincantata di questo viaggio istituzionale. La delegazione soggiace a un programma serrato di visite ufficiali attraverso fabbriche, scuole, ospedali, coltivazioni agricole, quartieri cittadini, mentre i delegati locali sfoderano informazioni e cifre sui successi della Cina maoista. Barthes diviene ben presto insofferente all’ossessiva ideologia. La sua attenzione si rivolge altrove, alle persone, ai gesti quotidiani, al gusto dei piatti, all’erotismo dei ragazzi cinesi, ai colori del paesaggio e, soprattutto, agli imprevisti, agli incidenti di percorso che sfuggono alla censura e dissolvono ogni artificio. Annotazioni, impressioni, osservazioni ironiche: i carnet riflettono di continuo la volontà di non lasciarsi intrappolare dai meccanismi della retorica e dagli stereotipi. Una visione personale della realtà cinese che si va formando lungo le tappe del suo viaggio.

Enrico Brizzi- Fini Marcello, I diari della Via Francigena, Ediciclo
Fedeli all’idea che “una strada non domanda altro che essere percorsa” e che lo strumento privilegiato di conoscenza sia l’esperienza diretta dell’andare, Enrico Brizzi e Marcello Fini partono, nell’estate 2006, per percorrere la Via Francigena tra Canterbury e Roma, 1600 chilometri e 33 città sulle orme di Sigerico, l’arcivescovo di Canterbury che per primo tracciò l’itinerario nel 990 d.C. Affrontano, mossi dalla sola forza dei loro piedi, il più importante asse viario dell’Europa medioevale. Camminano sulle orme di viandanti e pellegrini, riflettono on the road sul significato della vita e su quale eredità ci abbia lasciato quell’Europa di mille anni fa, per la prima volta unita nel nome della religione e delle radici culturali. Si chiedono che senso abbia camminare nel XXI secolo sulle tracce di un oscuro vescovo britannico, di masnade armate, di mercanti e falsi bordones mescolati agli autentici uomini di fede diretti verso il sepolcro di Pietro. Sono pronti a raccogliere le parole e le immagini che la strada saprà offrirgli. Al racconto di viaggio è abbinato un ricco inserto fotografico, mappe e un’approfondita guida con tutte le indicazioni per ripetere l’impresa tappa per tappa.

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