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Le parole del più giovane Premio Nobel per la pace, Malala, su uno dei temi più scottanti del millennio, le migrazioni dei popoli.
 
Malala, Siamo tutti profughi, Garzanti
 
Dopo l’assassinio del padre, María è dovuta scappare insieme alla mamma nel cuore della notte.
Zaynab non ha frequentato la scuola per due anni a causa della guerra, prima di riuscire a scappare in America. Sua sorella Sabreen è sopravvissuta a un viaggio straziante verso l’Italia.
Ajida è sfuggita a terribili violenze, e ha poi dovuto lottare per tenere al sicuro la famiglia in un rifugio di fortuna.
L’autrice bestseller e vincitrice del premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai rende onore alla realtà nascosta dietro le fredde statistiche, ai visi e alle vicende personali dietro le notizie che leggiamo quotidianamente sui milioni di rifugiati nel mondo.
Le visite ai campi profughi le hanno infatti dato modo di ripensare alla propria esperienza, prima di bambina rifugiata interna nel suo Pakistan, e oggi di attivista a cui è permesso di viaggiare ovunque tranne che per far ritorno nella patria che ama. In questo libro di memorie personali e racconti collettivi, Malala incrocia la sua esperienza con le storie delle coraggiose ragazze che ha incontrato nel corso dei suoi numerosi viaggi: giovani donne che hanno improvvisamente perso la propria casa, la propria comunità, il proprio posto nel mondo.
In un’epoca di grandi migrazioni, di crisi, di guerre e di conflitti, Siamo tutti profughi è l’accorato appello di una delle più importanti attiviste dei nostri giorni, e ci esorta a non dimenticare che ciascuno degli attuali 68,5 milioni di profughi – per la maggior parte giovani – è una persona con i propri sogni e le proprie speranze, a cui è necessario riconoscere i diritti umani fondamentali, perché ogni abitante della Terra, nessuno escluso, deve poter vivere in un posto sicuro da chiamare casa.

Ho camminato per ventuno isolati insieme a Leto  e al Matematico, fresco di viaggio in Europa. Sono stato anche io alla festa di compleanno di Washington, grazie al racconto di Boton,  ho preso il treno con Leto per trascorrere le vacanze in campagna, e ho assistito a  quanto accaduto a suo padre, mentre lui e la madre erano via. Ho atteso che il traffico cessasse per attraversare la strada insieme ai due protagonisti, e conosciuto la  loro sorte e quella dei dei partecipanti alla festa grazie alle “memorie dal futuro” del  Matematico. Ho incrociato anche io come loro Tomatis  lungo il cammino e ascoltato una nuova versione di quello che è accaduto la festa, per poi rivederlo, pagine dopo, sul divano di casa della madre .. Come Leto ho avuto anch’io l’impressione di essermi perso qualcosa del discorso di Washington, riportato dal Matematico, e che quelle parole avrebbero donato un senso compiuto a tutto ciò che era accaduto o stato detto in precedenza.. Mi è venuto il dubbio che la vita in fondo sia una somma incessante di casualità, e che una di queste ci faccia perdere di vista il significato di quanto è accaduto prima .  Ho la certezza di avere letto un libro fondamentale, tra i migliori del 2018. Nell’impossibilità di ringraziare di persona l’autore, scomparso qualche anno fa, doveroso proferire un sonoro GRAZIE all’editore La nuova frontiera, e a chi ha tradotto Glossa.

Ai sommi basta una passeggiata tra due amici, in una città argentina degli anni Sessanta, parlando degli echi di una festa alla quale nessuno dei due ha partecipato, per dare vita ad un libro sublime, capace di contenere il mondo intero, di spalancare finestre sul passato e sul futuro, nei pensieri di Leto e del Matematico, nel composito universo dell’America Latina, in un turbine caleidospico  di immagini vive sempre cangianti. Per chi ama Onetti, e la sublime letteratura sudamericana del secondo Novecento..

 

 

Juan Josè Saer, Glossa, La nuova frontiera

Tradotto da Gina Maneri

L’uomo che si alza la mattina, si fa una doccia, fa colazione e poi esce nel sole della città, viene, non c’è dubbio, da più lontano che dal suo letto, e da un buio più nero e più fitto di quello della sua camera: nulla e nessuno al mondo potrebbe dire perché Leto, questa mattina, invece di andare come tutti i giorni al lavoro, sta camminando, indolente e tranquillo, sotto gli alberi che contribuiscono all’ombra della fila di case, lungo la calle San Martín in direzione sud.”

 

Leto e il Matematico si incontrano una mattina per strada. Il primo si è appena trasferito in città dove lavora come contabile. Il secondo viene da una famiglia dell’alta borghesia cittadina ed è appena tornato da un viaggio di studio in Europa. Decidono di fare un pezzo di strada insieme parlando della festa del poeta Washington Noriega, festa alla quale nessuno dei due ha partecipato.

A partire da un pretesto così semplice Saer costruisce una macchina letteraria perfetta, capace di insinuare il dubbio su tutto ciò che crediamo di vivere e percepire. Il lettore vede il romanzo dispiegarsi liberamente sotto i suoi occhi, come se si scrivesse da solo. Vede la coscienza dei protagonisti esitare e i loro ricordi ingannarli mentre si accumulano, passo dopo passo, parole non dette, angosce e disillusioni.

Cosa sono i ricordi, il tempo, la realtà e come li raccontiamo sono i temi dell’opera più filosofica di Saer, che è, allo stesso tempo, il commovente racconto della generazione perduta di un paese, l’Argentina, che proprio in quegli anni viveva il suo periodo più buio.

 

Uno dei romanzi più sorprendenti del XX secolo. – Le Figaro

 

Glossa coglie la natura selvaggia dell’esperienza umana in tutte le sue sfaccettature e la deriva cieca, incomprensibile e inarrestabile del tempo. – The New York Times

 

È un mondo intero, con le sue incertezze e il suo caos, quello che si dipana nel corso di questa passeggiata. Un mondo folle come quello che noi viviamo. – Le Monde

 

“Uno dei migliori libri scritti nel Novecento. Sto parlando del suono che quel libro emette, del suo peso nella memoria, del suo modo di disporsi nel tempo, dei suoi colori, del suo modo di accoppiarsi con l’attenzione del lettore…». Alessandro Baricco ha indicato la trilogia di Rebecca West come l’opera che porterebbe su un’isola deserta. Arriva in libreria il secondo capitolo, dopo La famiglia Aubrey
traduzione di Francesca Frigerio
È trascorso qualche anno da quando abbiamo salutato la famiglia Aubrey. Le bambine non sono più tali: i corsetti e gli abiti si sono fatti più attillati, le acconciature più sofisticate; l’ozio delle giornate estive è solo un ricordo. Oggi le Aubrey sono giovani donne, e ognuna ha preso la sua strada: le gemelle Mary e Rose sono due pianiste affermate e vivono le difficoltà che comporta avere un talento straordinario. La sorella maggiore, Cordelia, ha abbandonato le velleità artistiche per sposarsi e accomodarsi nel ruolo di moglie convenzionale. La cugina Rosamund, affascinante più che mai, lavora come infermiera. La madre comincia piano piano a spegnersi, mentre il padre è sparito definitivamente. Poi c’è lui, il piccolo Richard Quin, che si è trasformato in un giovane seduttore brillante e, sempre più, adorato da tutti. La guerra, che piomberà sulla famiglia come una catastrofe annunciata, busserà anche alla sua porta, e sconvolgerà ogni cosa. Mentre l’Inghilterra intera è costretta a separarsi dai suoi uomini, l’universo delle Aubrey si fa sempre più esclusivamente femminile: gli uomini e l’amore rimangono un grande mistero, un terreno inesplorato da attraversare, pagine ancora tutte da scrivere che, forse, troveranno spazio nel prossimo volume di questa appassionante saga familiare.
Dopo La famiglia Aubrey, Nel cuore della notte è il secondo capitolo della trilogia di Rebecca West.
«Una ricostruzione narrativa che si apparenta per tono di voce e coloritura morale a certi grandi romanzi dickensiani, ma con il valore aggiunto di una solidità affettiva che invece richiama alla memoria il quadretto della famiglia colta e povera per eccellenza, quello della famiglia March di Piccole Donne di Louisa May Alcott».
Alessia Gazzola, «La Lettura – Corriere della Sera»
Nata Cicely Isabel Fairfield a Londra, prese il suo pseudonimo dall’omonimo personaggio di Ibsen, un’eroina ribelle. Nel corso della sua lunga vita travagliata e romanzesca è stata scrittrice, giornalista, critica letteraria, instancabile viaggiatrice, femminista ante litteram e politicamente impegnata. Amica di Virginia Woolf e amante di H.G. Wells, Rebecca West viene considerata una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo. La trilogia degli Aubrey, ispirata alla storia familiare dell’autrice, è stata indicata da Alessandro Baricco in risposta alla domanda «Quale libro ti porteresti su un’isola deserta?».

 

28 gennaio 1939, morte di William Butler Yeats:
 
Quando sei vecchia
 
Quando sei vecchia grigia ed assonnata,
la testa tentennante accanto al fuoco,
prendi a te questo libro e leggi adagio,
vedi nel sogno teneri i tuoi occhi
e le loro profonde ombre di un tempo;
 
Molti amarono i momenti felici
di grazia e la bellezza tua con vero
o falso amore, ma uno solo amava
la tristezza del tuo volto che muta.
 
Chinata presso le barre roventi,
tu, sommessa, lamenta come Amore
fuggì, oltrepassando le montagne
alte sopra di noi, e poi nascose
il volto nella folla delle stelle.
 

Luogo terribile, quell’isola in cui riecheggiano le grida di dolore delle donne segregate, manicomio femminile per uxoricide e altre donne ritenute incurabili. Coinvolgente e potente, L’isola delle anime, racconta la storia di un manicomio finlandese, e di legami femminili più forti della violenza.
 
 
Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi.
La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate.
Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava.
L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.
Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.
 
Johanna Holmström è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE.

 

“Le cose si sistemeranno”.  “Non accadrà nulla qui in Italia”. Era il pensiero di tanti ebrei italiani, quando negli anni Trenta iniziarono ad echeggiare gli echi della macchina del terrore nazista. La famiglia di Nissim Matatia, intraprendente ebreo greco originario di Corfù stabilitosi a Forlì,  ha conquistato una solida posizione economica. La casa acquistata a Riccione, in fondo al prestigioso Viale Ceccarini, servirà ad allietare le vacanze estive. Giungerà poco dopo un ingombrante vicino di casa, proprio di fronte alla loro abitazione: il Duce acquistò Villa Margherita per i suoi soggiorni marini in Riviera. Con il saldarsi dell’infausto rapporto tra nazismo e fascismo, la propaganda antisemita divenne giorno dopo giorno più incalzante, fino all’emanazione delle vergognose Leggi Razziali nel 1938.  Nissim inizialmente non volle vendere la casa riccionese, o fuggire da quello che ormai considerava il suo Paese, nonostante il clima avvelenato, le sempre più frequenti intimidazioni, fino  all’epilogo con i drammatici anni della Guerra, della Deportazione.

Vicenda emblematica di una famiglia di provincia, una testimonianza fatta di ricordi, di date e luoghi, di persone reali per dimostrare quanto sia stata atroce la storia di quegli anni, di come grondi sangue e dolore ogni angolo della terra in cui viviamo.

Atlantide ospiterà Roberto Matatia, famigliare di Nissim, per parlare del suo libro I VICINI SCOMODI (La Giuntina editore, volume giunto ormai alla quarta edizione), colloquiando con Paolo Casadio (autore de Il bambino del treno, Piemme), venerdi 8 febbraio alle ore 20,30.

 

La scheda del libro:

E’ l’estate del 1938. Nissim è un ebreo greco, da pochi anni trasferitosi in Italia. Le sue capacità gli hanno permesso di raggiungere la tranquillità economica. L’apice del suo successo è una casa di mattoni rossi che sorge nella via più elegante di Riccione, di fronte alla spiaggia e, soprattutto, a pochi metri dalla villa dell’uomo più potente dell’epoca: il Duce. Una posizione ambita e invidiata da uomini di potere, fossero gerarchi o industriali. Mentre l’estate prosegue fra feste, ricevimenti, vita di spiaggia, l’atmosfera, per gli ebrei, comincia a farsi pesante. Una vicinanza così evidente di una famiglia di ebrei alla residenza di Mussolini è decisamente inopportuna. Così, sempre più insistenti iniziano le pressioni degli sgherri del regime sul povero Nissim affinché venda la villa. Nissim resiste disperatamente, finché le leggi razziali non cadono come una mannaia anche su di lui. Le minacce di violente ritorsioni costringono la famiglia a cedere per pochi soldi la famosa villa e a cercare di sopravvivere nella condizione di paria in cui la legislazione razziale li ha ridotti. La figlia Camelia ci ha lasciato una preziosa testimonianza di quegli anni: alcune lettere giunte fino a noi in modo fortunoso. L’innocenza dell’adolescenza è più forte della crudeltà del mondo adulto e, pur vivendo in un mondo sconvolto dall’odio e dalle violenze verso la sua “razza”, Camelia ci racconta i suoi sogni e i suoi progetti, ma anche il suo tormento per la famiglia.