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Posts Tagged ‘autori americani’

 

sui principali media c’è poca diversità culturale per quanto riguarda le recensioni dei nuovi libri: sono sempre quei venti autori che si accaparrano la maggior parte degli spazi a disposizione. Siamo certi che anche le opere di Berry Wendell, l’America rurale della comunità immaginaria di Port William, meriterebbero attenzione. Una chiave anche per capire il sentimento di sgomento nei confronti di un progresso rapace..Ecco il suo recente La memoria di Old Jack, fresco di stampa.
Pochi romanzieri trattano personaggi e lettori con il rispetto che Wendell Berry esibisce i questa vicenda toccante. “La memoria di Old Jack” è una fetta di succulenta cultura americana».
– The New York Times Book Review
Il romanzo più ironico, malinconico e «ingiusto» di Wendell Berry.
In una torrida giornata di settembre del 1952 «Old Jack» Beechum ripercorre gli avvenimenti della sua esistenza, meditando sugli errori commessi e osservando con disincanto e talvolta umorismo il mondo intorno a sé.
Dalla morte del primo figlio alla rottura con la moglie, dal sogno di diventare proprietario terriero al rischio di perdere tutto, la vita di Old Jack è trascorsa sotto il segno di uno stoicismo quotidiano attraverso cui il protagonista ha imparato ad accettare i propri limiti, restando fedele al mondo rurale cui appartiene.
La memoria di Old Jack rivela i drammi e la ricchezza di una realtà apparentemente semplice. Il flusso dei ricordi personali diviene autentica memoria collettiva, in cui affiorano i temi cari allo scrittore americano: l’attaccamento alla terra e il valore della comunità e dell’identità rurale contrapposti alle ambizioni della società contemporanea, alla sua cieca venerazione per il progresso e, in ultima analisi, la sua corsa verso l’autodistruzione

 

Wendell Berry

5 agosto 1934

Romanziere, poeta e critico culturale, ma anche agricoltore, attivista ecologista, pacifista, Wendell Berry è nato nel 1934.
Autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti e fellowship e ha insegnato in diverse università nordamericane. Critico di quella che chiama l’«economia faustiana» del nostro tempo, Berry intreccia la riflessione poetica e spirituale sui valori della vita rurale con i temi del rispetto ambientale e dell’agricoltura sostenibile, pronunciando una condanna impietosa dell’American Way of Life. Oggi vive con la moglie in una fattoria del natio Kentucky. Jayber Crow è il suo primo romanzo tradotto in italiano. Nel Texas, la regista Laura Dunn ha realizzato il primo documentario sull’autore americanoLook & See: A Portrait of Wendell Berry.

Il “Manifesto del contadino impazzito” di Wendell Berry, letto da Sandro Lombardi e tratto dal libro “Mangiare è un atto agricolo”, traduzione di Vincenzo Perna, Edizioni Lindau. Video di Igor Mendolia.

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diverse testate l’hanno inserito tra i migliori libri del 2015, Obama lo ha scelto come romanzo preferito dell’anno: merita uno sguardo, vero?
Fato e furia, di Lauren Groff
 
 
Per alcuni la vita è sogno. Lotto e Mathilde,il ragazzo d’oro e la principessa di ghiaccio, si conoscono alla fine dell’università e si sposano subito: giovani, bellissimi e innamorati, si avviano verso un destino di felicità. Lotto depone senza troppo dolore le ambizioni da attore per diventare celebre come autore teatrale, e Mathilde si rivela la moglie ideale, la musa silenziosa: lui ama le luci della ribalta e lei sceglie il riparo delle quinte, lui è fiducioso e aperto verso le persone e il futuro, lei è più oscura e sfuggente. Ventiquattro anni di matrimonio per una coppia perfetta, quella che vedono – o credono di vedere – tutti da fuori: ma basta cambiare punto di vista e la maschera cade. Il fato cala senza pietà; e Mathilde è la furia che libera un carico di rivelazioni.Con la sua scrittura intensa e luminosa Lauren Groff è riuscita a dare grande respiro narrativo a quella che si può leggere come una pièce teatrale, una tragedia animata da due personaggi folgoranti: perché ogni storia ha due facce, e la chiave di un matrimonio non è la verità, ma il segreto.
Con la sua scrittura intensa e luminosa Lauren Groff è riuscita a dare grande respiro narrativo a quella che si può leggere come una pièce teatrale.

«Uno dei piaceri di questa lettura è la sua pura imprevedibilità. Lauren Groff sa trasformare una frase in un piccolo uragano.»The New York Times

«”Fato e furia” è un trionfo a mani basse.»The Washington Post

«Groff è una scrittrice originale; i suoi libri sono intrisi di un audace anticonformismo.»The New Yorker

«Frase dopo frase, questo romanzo è un purosangue. Ma a giudicare dai suoi espedienti narrativi è un cavallo di Troia.»Time

“Avrebbe potuto morire di felicità in quel preciso istante. Immaginò il mare gonfiarsi per risucchiarli, scarnificarli con la sua lingua e rivoltare le loro ossa in un abisso di molari corallini. Se lei era al suo fianco, pensò, se ne sarebbe andato cantando.”

tradotto da Tommaso Pincio

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Ambientato in una riserva indiana, segnalato anche dal New York Times come uno dei migliori libri del 2016: un terribile incidente, raccontato in maniera molto coinvolgente, metterà in moto una vibrante vicenda su giustizia e perdono: autrice da conoscere!
 
LOUISE ERDRICH,LAROSE, FELTRINELLI
 
 
Nella riserva di indiani ojibwe, resa familiare dai precedenti romanzi di Louise Erdrich, serpeggiano i timori per l’approssimarsi della fine del secondo millennio. Le famiglie di due sorelle si preparano ai festeggiamenti natalizi. Tutto sembra andare normalmente – a parte le paure ossessive del bug che tormentano Peter, uno dei due capifamiglia –, quando una tragedia ben più reale della prevista fine del mondo si abbatte sulla riserva: un giorno, andando a caccia di un cervo di cui ha seguito le tracce per tutta l’estate, il cognato di Peter, Landreaux, vede finalmente sbucare da un bosco la sua preda, spara, ma quando si avvicina scopre di aver ucciso non l’animale ma Dusty, suo nipote. Con questo inizio fulminante Louise Erdrich entra a spron battuto in un vasto labirinto. L’uccisione del bambino getta nella disperazione i genitori e pone l’altra coppia davanti a un dilemma: secondo le antiche tradizioni indiane, chi aveva privato una famiglia di un figlio poteva riparare affidandole un ragazzo equivalente. Chi meglio del figlio dell’assassino potrà alleviare in qualche modo il dolore di Peter e Nola? Detto, fatto: LaRose viene “ceduto” agli zii, nella speranza che questo valga anche a placare ogni sentimento di vendetta che covi nel loro animo.
 
Finalista al premio Pulitzer con Il giorno dei colombi.
Vincitrice del National Book Award con La casa tonda.
Louise Erdrich completa la sua trilogia ideale ambientata tra gli indiani ojibwe del Nord Dakota.
 
Recensioni d’autore
 
Erdrich ci mostra come una nutrita comunità indigena resiste nonostante gli sforzi degli Stati Uniti di distruggerla, ignorarla o consegnarla all’irrilevanza.
 
Ron Charles, The Washington Post, Internazionale
 
Un nuovo capitolo dell’affresco che la scrittrice amata da Roth dedica ai nativi americani.
 
Luigi Grassia, La Stampa
Tradotto da Vincenzo Mantovani

 

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In un’intervista del 2015 al New York Times, alla domanda su chi fosse il suo scrittore preferito di tutti i tempi, Stephen King ha risposto: Don Robertson.. e Nutrimenti, editore molto capace, ci propone ora questo L’UOMO AUTENTICO..
 
 
 
Don Robertson,
L’uomo autentico
 
 
pp. 304 – € 19
Introduzione di Stephen King
Traduzione di Nicola Manuppelli
 
In un’intervista del 2015 al New York Times, alla domanda su chi fosse il suo scrittore preferito di tutti i tempi, Stephen King ha risposto: Don Robertson. Alcuni anni prima, aveva ospitato nel catalogo della sua casa editrice questo libro crudo e scioccante, l’inclemente testamento di un autore dal percorso irregolare, celebrato e poi trascurato, difficile da classificare, se non rifugiandosi nella definizione che ne ha dato lo stesso King nella sua introduzione al romanzo: “Uno dei più grandi scrittori meno conosciuti degli Stati Uniti”.
L’uomo autentico è il libro di un Robertson quasi sessantenne, e forse non a caso parla di vecchiaia, di illusioni tradite, di domande rimaste fatalmente senza risposta. Lo fa aggirandosi tra i fumi di petrolio di Houston, in Texas, per raccontare la storia di Herman Marshall, un uomo semplice, uno come tanti, che realizza con orrore, nell’ultima stagione della vita, di aver raccolto soltanto sconfitte e stanchezza. Ha ucciso i tedeschi in guerra, è stato piantato per anni sul sedile di un camion, ha visto un figlio soffrire le pene dell’inferno e andarsene; ora passa il tempo ad accudire la moglie malata e a bere birra insieme a un gruppo di vecchi come lui. Annientato dall’ennesimo dolore, Herman Marshall decide di mettere in atto il suo personale regolamento di conti, la sua disperata vendetta contro la vita, in un finale duro e feroce, che lascia senza respiro.
 
 
“Quello che amo di più nei romanzi e negli scrittori è la generosità, la disponibilità a mettersi completamente a nudo, nel cuore e nella mente, e Robertson lo ha sempre fatto”.
Stephen King
 
“Uno scrittore incredibile”.
The New Yorker
 
“Un tessitore impareggiabile di trame”.
Kirkus Review
Don Robertson
 
Don Robertson (1929-1999), nativo di Cleveland, Ohio, autore di diciotto libri, ha goduto per più di un decennio di un grande successo in America, al punto che uno dei suoi romanzi, The Greatest Thing That Almost Happened, divenne un film per la televisione nel 1977. All’attività di scrittore, che gli valse il Putnam Award e il Cleveland Arts Prize for Literature, ha sempre affiancato il lavoro di giornalista. Senza mai smettere di scrivere, si è allontanato progressivamente dall’ambiente letterario, anche a causa di gravi problemi di salute, fino a venirne dimenticato. La sua recente riscoperta ha rilanciato negli Stati Uniti molti dei suoi romanzi e ha avviato una riconsiderazione critica della sua intera opera.
Stephen King at the Harvard Book Store.

Stephen King at the Harvard Book Store. (Photo credit: Wikipedia)

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E voi, di quale WEST siete? Sembra davvero essere tornato di gran moda raccontare la frontiera, e da che superbi autori!
Quello di Oakley Hall?
 
WARLOCK, SUR edizioni
tradotto da Tommaso Pincio
 
“Ogni mattina una città come questa fa colazione con la vita di un uomo.”
 
 
Fine Ottocento, sudovest americano. Warlock è una cittadina mineraria di frontiera in rapida espansione; insieme ai commerci, fioriscono il gioco d’azzardo e la prostituzione, gli scioperi e le scorribande dei cowboy. Mentre l’anziano governatore, il generale Peach, si crogiola ancora nel ricordo delle guerre contro gli indiani e di un’epoca eroica ormai da tempo superata, i cittadini sono frustrati dall’impotenza della legge ufficiale e decidono di assoldare un marshal privato, Clay Blaisedell. Armato delle sue due pistole dal calcio dorato, Blaise­dell dovrà fare i conti con il capo dei cowboy Abe ­McQuown, ma anche con il vicesceriffo Bud Gannon, uomo ligio alle regole e dotato di un diverso, più mite senso della giustizia. Sullo sfondo, vediamo scorrere le ­vicende di un’umanità turbolenta e imprevedibile: minatori in lotta per una vita mi­gliore, spregiudicati proprietari di saloon, prostitute in cerca di una seconda occasione, uomini di legge alcolizzati, dottori dall’idealismo incrollabile. Pubblicato per la prima volta nel 1958 e finalista nello stesso anno al premio Pulitzer, Warlock è un classico del western «revisionista»: un romanzo epico e corale che, precorrendo Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, esplora con originalità il mito fondativo della Frontiera americana.
la copertina USA:
Warlock (1958 novel)

Warlock (1958 novel) (Photo credit: Wikipedia)

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questo è davvero un libro che descrive con eccellenza il paesaggio degli States colti “on the road”, visti attraverso una raccolta di racconti, poesie, immagini viste e della memoria, appunti, a comporre uno splendido ritratto da parte di una personalità molto complessa, capace di eccellere come attore (anche in Renaldo e Clara, il film di Bob Dylan), sceneggiatore (Zabriskie Point, vi basta?) commediografo (quasi 50 piece teatrali), regista cinematografico e soprattutto eccellente cantore delle sue terre nei suoi libri.

 

Sam Shepard, Diario di lavorazione, Fandango

 

 

 

Le strade americane regalano sempre storie e vite che vale la pena raccontare. Due vecchi amanti che si incontrano in un motel fuori Indianapolis nel pieno di una tempesta di neve, la stramba missione di un mercenario, una testa decapitata che parla, il salvataggio di Fats Domino durante l’alluvione causata dall’uragano Katrina, una famiglia in vacanza alle prese con inconfessabili segreti, l’emozione di ungiovane allevatore di cavalli, la fuga di un figlio dal padre violento.

 

Questa è solo una parziale galleria delle storie che Shepard racconta, intraprendendo un viaggio casuale, senza meta, nel grande territorio, anche simbolico, degli Stati Uniti.Attraversa autostrade periferiche, città fantasma, lande desolate, delineando una cronaca lirica e feroce di

un’America contemporanea che è in costante e straordinario dialogo con il passato e con il proprio mito.

Tradotto da S.Antonelli

 

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Nei racconti non puoi permetterti di sbagliare nulla, tutto deve essere perfetto, ogni parola sbagliata può compromettere tutta l’impalcatura! Lo sa bene Andre Dubus, autore che eccelle in questa arte. Nei suoi libri esce uno spaccato preciso della società “liquida” americana, dando voce ad un partecipato affresco di situazioni famigliari e rapporti umani.

Andre Dubus, I tempi non sono mai così cattivi, Mattioli 1885
“Il mistero si conclude, siamo due uomini che parlano, come due uomini qualsiasi una mattina in America, di baseball, incidenti aerei, presidenti, governatori, omicidi, del sole e delle nuvole. Poi raggiungo il cavallo e cavalco di nuovo verso la vita che la gente vede, quella in cui mi muovo e parlo, e che per la maggior parte dei giorni amo”.
Curatore Manuppelli P.
“Non so come mi sento fino a quando la mia mano non tocca l’acciaio. Questo è sempre stato vero. A volte mi è capitato di avere il raffreddore oppure di incappare in uno di quei giorni dove tutto ti pare difficile e la stanchezza non ha nessun motivo se non il fatto di essere vivo e mi allenavo e non appena mi infilavo sotto la doccia non riuscivo a ricordarmi come mi sentissi prima di sollevare i pesi; era come se quella parte della giornata appartenesse già al giorno prima e adesso stesse iniziando un giorno nuovo. Oppure dopo una sbronza. Alcuni fra i miei amici, e anche mio fratello, fanno quello che si chiama ‘chiodo scaccia chiodo’ e bevono al mattino per smaltire l’ubriacatura, ma io non l’ho mai fatto e non lo farò mai, perché bere al mattino vuol dire giocarsi l’intera giornata, e in ogni caso non sopporto l’odore dell’alcool al mattino e il mio stesso stomaco mi dice che preferirebbe una coca o un frullato, e che si rifiuta di sopportare scherzi come la vodka o anche soltanto la birra.”

“Ci siamo sbronzati la scorsa notte, dice Alex. E sempre gli rispondo,Chi beve davvero, amico, inizia a farlo a mezzanotte. Ci ripetiamo questa cosa da quando avevo diciassette anni e lui ventuno. Le mattine dopo queste serate, quando riesco ancora a leggere le parole del Boston Globe, ma non a tenerle a mente il tempo sufficiente per comprendere il significato, mi alleno. Se è un giorno in cui non faccio pesi, corro oppure vado alla Y a nuotare. A quel punto la sbornia passa. Anche la nausea. Certi giorni ho pensato che avrei vomitato il pranzo sulla panca oppure sarei riuscito a rimettermi in sesto e, per le prime serie di pesi, mentre sollevavo la sbarra dal petto, anche l’alcol cercava di venire su, e con lui tutto ciò che avevo mangiato durante la notte. Deglutivo e sollevavo il più possibile la sbarra e poi la riportavo giù, e parte del sudore che mi usciva dal corpo era gelida. Poi lo facevo ancora e ancora, aggiungevo pesi, e lo facevo di nuovo fino a quando il cuore non cominciava a pompare, il sangue a scorrermi attraverso i muscoli, l’acido lattico a defluire, il sudore a inzupparmi pantaloncini e canottiera, la panchina sotto la schiena a diventare scivolosa, e poi tutto quel veleno se n’era andato dal corpo. Anche dalla testa. Per il resto della giornata, a meno che non mi succedesse qualcosa di davvero spiacevole, come dichiarazioni dei redditi da compilare o problemi con l’auto, ero assolutamente tranquillo. Perché mi trovo bene con la gente e non vengo trattato come uno qualunque. In questo mondo aiuta essere grossi e forti. Ma non è questo il motivo per cui mi alleno, sebbene non sia una brutta ragione per farlo, cosa che dovrebbe fare riflettere qualche piccoletto. Nemmeno il tempo turba il mio stato d’animo. Nel New England sono abituati sempre a lamentarsi di una cosa o dell’altra. Credo che ci provino gusto a lagnarsi, ha detto una volta Alex, perché a dirla tutta, la verità è che i Celtics, i Patriots, i Red Sox e i Bruins sono tutte ottime squadre da seguire, e siamo fortunati che siano qui, e abbiamo l’oceano e una bella terra per cacciare e pescare e sciare. Non c’è bisogno di essere ricco per avere tutto questo. Ha ragione. Ma non mi lamento del tempo: mi piacciono la pioggia e la neve, il caldo e il freddo, e l’unico effetto che hanno è su ciò che indosso per uscire. Il clima qui è come una donna che passa continuamente da uno stato d’animo all’altro, e lo amo per questo.”

 

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ALICE MUNRO, AMICA DELLA MIA GIOVINEZZA, EINAUDI

Amica della mia giovinezza, la settima raccolta di Alice Munro, usciva in Canada nell’ottobre del 1990 e consegnava a lettori ormai affezionati un decalogo di storie ancora una volta impareggiabili. Il libro si qualifica oggi come cardine di una produzione senza cedimenti, perno di un discorso e di un percorso sul Canada e la vita, sugli amori e sul mondo inesauribile delle relazioni. Le storie di questa raccolta tornano ai consueti ritratti stratiformi e intensi di donne e uomini che Alice Munro ci ha proposto altrove, ma lo fanno con un tasso di salinità piú elevato, un registro narrativo di sfrontata consapevolezza. Circola aria di Vancouver, e di una Vancouver anni Settanta, in alcuni di questi racconti, un senso di piovosa sensualità mescolato all’asprezza di donne in bilico su presunte vite nuove. In Five Points lo squarcio sul passato di un amante innesca la possibilità dell’odio dentro un amore recente, passionale. In un altro caso, Parrucca, l’incontro con un’amica persa di vista da trent’anni rinnova ricordi di vecchissimi ardori destinati a un unico marcantonio senza scrupoli. Nel narrato di Munro il tempo può scorrere lento come lo sgocciolio di una gelatina d’uva in una torrida sera d’estate (avviene nel notturno racconto Meneseteung), e rapido come il semplice salto di un rigo sulla pagina, nel cui spazio bianco volano decine d’anni e di ripensamenti. E se la strada che scelgono di imboccare i personaggi di queste storie punta spesso in direzione dell’indipendenza, di un’autonomia del corpo e della mente da legami e catene familiari, vi resta inscritta comunque la fatica di ogni metro percorso. La vita cambia, è vero, il futuro sorprenderà ciascuno diverso da com’era, ma niente potrà cancellare gli imbarazzi attraversati, l’improvviso disgusto per un privato desiderio che si specchia nella volgarità di un gesto o di un pensiero, le meschine soddisfazioni della vita coniugale. È in questo esserci sempre tutto il bagaglio della vita, in ogni battuta di dialogo, in ogni sofisticata opzione sintattica, che si costruisce ogni volta il peso specifico aureo della scrittura di Alice Munro.

TRADUZIONE DI Susanna Basso

 

 

DON WINSLOW, IL CARTELLO, EINAUDI

 

Adán Barrera, capo del cartello della droga piú potente del mondo, è rinchiuso in un carcere di San Diego in isolamento. Art Keller, l’agente della Dea che lo ha arrestato dopo avergli ucciso il fratello e lo zio, vive nascosto in un monastero del New Mexico, dove fa l’apicoltore e cerca di dimenticare una vita di menzogne e false identità. Quando Barrera riesce a farsi trasferire in un carcere messicano e a riprendere le redini del cartello, la guerra della droga riparte con una brutalità senza precedenti. Anche Keller è costretto a tornare in azione immergendosi in un mondo nel quale onesti e corrotti, vittime e assassini, si trovano dall’una e dall’altra parte della frontiera. Tradotto da Alfredo Colitto

 

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Recuperiamo un libro uscito un pò di tempo fa, frutto dell’abilità di una autrice ingiustamente ignorata in Italia, pubblicato da un piccolo ma combattivo editore, Barta.

Una autrice consigliata ai tanti fans di Mary Higgins Clark, che possiamo collocare nel genere suspence \psicologico\ famigliare… Un terribile delitto, un uomo e il figlioletto in fasce, l’evidenza che conduce alla moglie turbata da una depressione post parto, una donna che nonostante la confessione dell’amica è convinta di non poter credere ad una simile cosa. I colpi di scena non mancano certo in questo libro volta-pagina,  a cui si alternano i ricordi della vita “precedente” con l’infanzia e la maturità delle protagoniste, e come potete sospettare l’evidenza cela ben altro.

 

PATRICIA MACDONALD,

IL BUIO NELL’ACQUA, Barta Editore

West Briar, lungo la costa di Long Island. Morgan Adair raggiunge l’amica d’infanzia Claire, che l’ha voluta accanto a sé e all’amorevole marito Guy Bolton in veste di madrina del piccolo Drew. Nonostante l’atmosfera festosa del battesimo sia offuscata dalla preoccupante depressione di Claire, alla fine tutto sembra risolversi e Morgan saluta l’amica per partire alla volta dell’Inghilterra.

Quand’ecco che una telefonata la costringe a tornare indietro: Drew e Guy sono morti, ed è Claire stessa ad accusarsi del duplice omicidio. Sola contro tutti, Morgan proverà a dimostrare l’innocenza di un’amica che per lei è più di una sorella, e a rispondere a due inevitabili domande: se non è stata Claire, perché ha confessato? E chi è il vero colpevole?

Erede delle gialliste britanniche e della grande tradizione del romanzo nero statunitense («Le Figaro Magazine»), Patricia MacDonald scandaglia i fondali della psiche con una scrittura la cui voluta scorrevolezza è al servizio di un intreccio disseminato di false piste, indizi fuorvianti, ripensamenti e capovolgimenti. I vicoli ciechi che sembrano inghiottire ad ogni passo l’ostinata indagine di Morgan Adair non sono altro che zone d’ombra di storie taciute, buchi neri infestati da mostri domestici, abissi da cui si distoglie lo sguardo prima che il buio restituisca il nostro vero volto.

 

Trad Capararo C.

 

 

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Ricordate LA MAGA DELLE SPEZIE, vero? Fu uno dei primi libri a dare il via alla scoperta della letteratura indiana contemporanea.

La capacità di raccontare belle storie è davvero tipica di questa ottima autrice di origine indiana (ora risiede negli Stati Uniti, come molte protagoniste dei suoi libri ).Durante la lettura di questo libro vi sembrerà di veder scorrere la vita di Korobi, di poter leggere i pensieri che affollano la mente di questa coraggiosa ragazza indiana, decisa a far luce su un antico episodio che ha coinvolto la madre defunta. Per quanto pericoloso possa essere, un necessario passaggio per fare i conti con il passato, per raggiungere la piena maturità di donna.

 

 

Divakaruni Chitra B., La ragazza oleandro, Einaudi

Orfana di entrambi i genitori, Korobi è stata cresciuta dai nonni come si conviene a una ragazza indiana di buona famiglia. Seria e rispettosa, porta però nel nome, “oleandro” in bengalese, la forza ostinata delle piante che sua madre tanto amava. È proprio questa tenacia a sostenerla quando, travolta da una rivelazione scioccante, a un passo dal matrimonio decide di partire per gli Stati Uniti nella speranza di far luce sulle proprie origini. A sua disposizione ha un mese di tempo e l’aiuto di Desai, un investigatore privato con base a New York. Poi dovrà rientrare in India e sposarsi. Ben presto, però, messo alla prova da una combinazione esplosiva di pressioni e fraintendimenti, il rapporto con il fidanzato Rajat comincia a vacillare. Parallelamente cresce la complicità con Vic, lo scanzonato nipote e assistente di Desai, che la accompagna e sostiene nelle delicate fasi della ricerca. Alla fine di un viaggio pieno di insidie e verità scomode, Korobi, più matura e consapevole dei propri desideri, imboccherà la sua strada senza lasciarsi tentare dall’alternativa più semplice.

Traduzione Oddera F.

 

 

Nata a Kolkata e laureatasi negli Stati Uniti, dove vive tuttora, Chitra Banerjee Divakaruni si muove a proprio agio sia nella complessa realtà indiana, dove la modernità si intreccia ai profumi e ai colori della tradizione, che tra i campus universitari e i quartieri degradati dell’America post 11 settembre. I suoi libri sono tradotti in ventinove lingue. Per Einaudi ha pubblicato il libro di racconti Matrimonio combinato, i romanzi La maga delle spezie, Sorella del mio cuore, Il fiore del desiderio, La regina dei sogni, Il palazzo delle illusioni, Raccontami una storia speciale, La ragazza oleandro e i due volumi della saga di Anand, Anand e la conchiglia magica e Anand e lo specchio del fuoco e del sogno.

English: A photograph of Indian-American novel...

English: A photograph of Indian-American novelist Chitra Banerjee Divakaruni (Photo credit: Wikipedia)

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