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Posts Tagged ‘autori cecoslovacchi’

il libro in cui per la prima volta comparve il termine ROBOT:

Karel Capek
R.U.R. (Rossum’s Universal Robots), Marsilio Edizioni

 

R.U.R. (Rossum’s Universal Robots) è l’opera teatrale che introduce nella cultura mondiale il termine «robot». Utopia planetaria, propone una riflessione sulle paure ancestrali dell’uomo novecentesco di fronte alla rapidità del progresso. La grande novità del dramma consiste nel ridurre al minimo la distanza tra creatura artificiale e umana. Il robot è infatti un operaio artificiale non meccanico, una replica semplificata dell’uomo: R.U.R. è perciò un grido d’allarme, un ammonimento alla società tecnologica. Sarà invece l’aspetto spettacolare e drammatico della lotta tra uomini e robot a catturare l’attenzione e a inaugurare un filone che avrà enorme successo lungo il ‘900. A cura di Alessadnro Catalano
English: A scene from R.U.R., showing three ro...

English: A scene from R.U.R., showing three robots. (Photo credit: Wikipedia)

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Parlare di immigrazione, di fuga dal proprio Paese, continua a sembrarci doveroso. Non solo quella contemporanea, ma facendo mente locale a quello che il Novecento ci ha già mostrato, dai profughi in fuga dalla civile Germania diventata nazista (la recente nuova edizione di Notte a Lisbona, di Remarque), a quella che vi proponiamo, dalle nazioni del blocco comunista verso l’occidente, ispirata alla biografia dell’autrice, scappata nel 1968 a diciotto anni dalla Cecoslovacchia. Due originali voci danno vita a questo libro, quella della ragazza sfuggita dall’Europa dell’Est, con il suo non semplice inserimento nella civile Svizzera, la seconda appartiene alla stessa persona ormai in possesso di una nuova patria, divenuta al presente interprete e ideale ponte tra le autorità e i nuovi migranti, traghettatrice di voci e sentimenti, sempre partecipe (al punto da permettersi qualche “ritocchino” alle dichiarazioni dei suoi assistiti per impressionare maggiormente la controparte…).

Se all’autrice sono serviti dieci anni per mettere la parola fine al suo testo, ci piace sperare che a lungo resterà nella memoria del lettore, se lo meriterebbe veramente!

 

STRANIERA INGRATA, Irena Brezna, Keller Edizioni

TRADUZIONE DAL TEDESCO SCILLA FORTI

 

La terra straniera non è sempre e comunque il paradiso, neanche quando si fugge dall’inferno.

Irena Brezná l’ha capito perché anche lei è emigrata dal suo Paese natio, la Cecoslovacchia, e facendo tesoro di questa esperienza ci offre un romanzo toccante e a tratti comico tutto giocato attorno a due voci narranti: una giovane donna che si scontra col nuovo Paese rimodellando man mano se stessa, e un’interprete che racconta i singoli drammi e le tante sfumature dell’immigrazione. Il libro ci accompagna nell’inevitabile conflitto dell’incontro tra culture e tocca temi di grande attualità.

Con un’ironia tagliente, una scrittura precisa e un’onestà implacabile Irena Brezná fissa sulla carta una riflessione imperdibile sull’identità degli uomini e delle nazioni.

Un romanzo per cittadini, viaggiatori e individui stanziali grazie al quale non si guarderà più ai confini nello stesso modo.

 

 

Irena Brezná è nata nel 1950 in quella che un tempo era Cecoslovacchia e oggi Slovacchia ed è emigrata in Svizzera nel 1968 dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi di slavistica, filosofia e psicologia s’impegna nella mediazione interculturale e a favore dei diritti umani. Dal 1981 è scrittrice e giornalista. I suoi articoli, pubblicati in Svizzera, Germania e Repubblica Slovacca, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Le sue opere letterarie affrontano principalmente i temi dell’esilio e della patria.

 

 

 

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sarà il clima, ma viene naturale suggerire in questi giorni quasi invernali la lettura di un classico della letteratura praghese, I RACCONTI DI MALA’ STRANA, di Jan Neruda, appena uscito in nuova edizione. Autore tra gli artefici della creazione del mito letterario della città di Praga, godibilissimi racconti arricchiti da una umanità colorita e dal fascino del luogo..

Racconti di Malá Strana e altre storie praghesi,
Cosentino A., Marsilio
Racconti di Malá Strana e altre storie praghesi” contiene, in una nuova traduzione, i più bei racconti della celebre raccolta, nei quali il lettore ritroverà personaggi nerudiani indimenticabili, come i nemici-amici Rysànek e Schlegl, il nobile mendicante Vojtisek, il commerciante Vorel con la sua pipa, la piagnucolosa signora Ruska, dedita ai funerali. Accanto a queste vecchie conoscenze, presentiamo inoltre alcuni altri testi nerudiani finora inediti in italiano: ambientati a Praga, ne esprimono anch’essi l’inconfondibile atmosfera, allo stesso tempo razionale e misteriosa, senza rinunciare a una buona dose di umorismo. Di tutti gli scritti qui selezionati è tratto saliente la maestria stilistica e narrativa, unita a una penetrante capacità di osservazione e di comprensione della vita, storica e interiore. Ne emerge un ritratto vivido e intenso della società e della cultura centroeuropea a metà del XIX secolo, raffigurata nella sua prospettiva praghese.

 

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  A fine mese, ritorna il grande Milan. Kundera.

   

  La festa dell’insignificanza, Adelphi

Il nuovo, atteso romanzo di Milan Kundera.

Gettare una luce sui problemi più seri e al tempo stesso non pronunciare una sola frase seria, essere affascinato dalla realtà del mondo contemporaneo e al tempo stesso evitare ogni realismo–eccoLa festa dell’insignificanza. Chi conosce i libri di Kundera sa che il desiderio di incorporare in un romanzo una goccia di «non serietà» non è cosa nuova per lui. Nell’ImmortalitàGoethe e Hemingway se ne vanno a spasso per diversi capitoli,chiacchierano, si divertono. NellaLentezza, Vera, la moglie dell’autore, gli dice: «Mi hai detto tante volte che un giorno avresti scritto un romanzo in cui non ci sarebbe stata una sola parola seria … Ti avverto però: sta’attento». Ora, anzichéfare attenzione, Kundera ha finalmente realizzato il suo vecchio sogno estetico–eLa festa dell’insignificanzapuò essere considerato una sintesi di tutta la sua opera. Una strana sintesi. Uno strano epilogo. Uno strano riso, ispirato dalla nostra epoca che è comica perché ha perduto ogni senso dell’umorismo.

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Per la prima volta in traduzione italiana completa l’opera di OTA PAVEL. Uno di quei libri che assolutamente non si dovrebbe dimenticare di avere nella propria libreria, e di leggere ovviamente!

 

Ricordiamo con un filo di malinconia l’edizione precedente dal titolo Il grande vagabondo delle acque, pubblicato da E.O nella sua prestigiosa collana praghese, con quella fantastica copertina da vecchio libro di scuola ricoperto, in cartoncino e con sopra allegri pesciolini! Ma ora abbiamo finalmente una nuova edizione, e siamo ancor più felici!

Giocatore di Hockey prima, giornalista sportivo poi quando la sua carriera fu interrotta da una malattia, iniziò in seguito a pubblicare racconti, la sola opera letteraria che ci ha lasciato, per poi scomparire in giovane età;  ne La morte dei caprioli belli Pavel propone storie traboccanti umanità e soffuse di una gioia di vita profonda.

Vicende incentrate sulla figura paterna ( il più bravo venditore di  elettrodomestici della “ditta svedese Electrolux), sul suo lavoro, sulla sua famiglia,sulla passione per la pesca, capace anche di sfuggire alla giornata lavorativa per andarsene con l’amico bracconiere a pescare i lucioperca alla diga. Con il figlio, ovviamente, candida voce narrante capace di cogliere l’essenza della vita in provincia, di far risaltare dalla pagina un quieto senso di umanità, il piacere inebriante della crescita.
Sono storie intrise di leggerezza (calvinina!) e ironia (come quando il padre acquista un laghetto sportivo contenente una sola carpa…), ma non mancano certo i momenti drammatici: la seconda guerra mondiale passa anche da quei luoghi, e il padre è convinto che senza una abbondante razione di carne i fratelli di Ota, destinati a Terezin, non sarebbero sopravvissuti. Da qui, una memorabile scena di caccia notturna (in barba ai divieti nazisti) tra i monti, in compagnia del cane del solito bracconiere…

la copertina originale dell’edizione E.o, con i pesciolini sopra.
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grande vagabondo

ecco una recensione autorevole del testo, scritta da Erri de Luca per il Corriere della sera

 

http://archiviostorico.corriere.it/1995/gennaio/06/uomo_che_vendeva_frigoriferi_co_0_9501062261.shtml

L’ uomo che vendeva frigoriferi
 Ota Pavel racconta le avventure del padre piazzista, ambientate nella Boemia invasa dai nazisti  

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – Le persone taciturne spesso ammirano i piazzisti e i venditori porta a porta. Questi virtuosi della distanza ravvicinata possiedono un’ arte superiore a quella militare e criminale: sanno penetrare in casa d’ altri dalla porta d’ ingresso e con gli inquilini dentro. Sono gente esperta di mondo, sanno dire alle donne le cose giuste senza mancare ne’ di rispetto ne’ di lusinga, piacciono in un batter d’ occhio. Altrimenti non venderebbero nulla. Percio’ le avventure commerciali di Leo Popper, boemo, mi hanno conquistato: al punto che leggendo il racconto: “Problema insetti risolto”, mi sono lasciato persuadere dalla bonta’ di un prodotto acchiappamosche e avrei voluto ordinarlo anch’ io. Avrei voluto essere visitato a domicilio da Leo Popper, padre di Otto, nome trasformato poi in Ota Pavel, autore di questo e di altri nove racconti radunati sotto il titolo di uno di essi: “Il grande vagabondo delle acque”. Il fatto che io abbia effettivamente bisogno in campagna del prodotto venduto da Leo non esaurisce i sintomi di complicita’ che ho potuto stabilire con lui. Perche’ ho avuto voglia di fare anche le altre cose che lui fa e che il figlio descrive con la piu’ vigile tenerezza. Andare a pesca sul fiume Berounka, allevare “conigli dagli occhi saggi”, nutrire carpe di lago, cercare di procurare un avventuroso pasto di carne ai figli che stanno per essere deportati. Questo e’ il resoconto di una lettura fisicamente contagiosa che procura sottopelle bollicine di euforia. “Poi passarono a raccontare dei pesci e fecero un bilancio di quello che avevano preso e di quello che non avevano preso e si trovarono d’ accordo, come tutti i pescatori, sul fatto che i pesci piu’ grossi, insomma, gli erano scappati”. Cosi’ Ota Pavel scrive di suo padre medaglia d’ oro dei venditori di elettrodomestici svedesi prima della guerra, dedito con la stessa tenacia al benessere, poi a salvarsi la vita, poi a fregare carpe di lago alla Wehrmacht. Unita’ di misura e’ la dispensa che si vuota o si riempie secondo il meccanismo a zampogna che le assegna la fortuna e l’ arte dell’ : “Aiu’ tati che Dio t’ aiuta”.  segue sul sito.

Ota Pavel, nato Otto Popper il 2 luglio 1930 a Praga è morto nella stessa città il 31 marzo 1973. È stato uno scrittore, un giornalista e un reporter sportivo. Terzo e ultimo figlio di un rappresentante di commercio ebreo Leo Popper. Durante la seconda guerra mondiale il padre e i due fratelli maggiori vennero imprigionati in un campo di concentramento, ne sopravvissero e furono liberati alla fine del conflitto mondiale. Otto rimase con la madre di origine non ebrea a Bustehrad, e lavorò per un periodo come minatore. Nel ’60 completò gli studi superiori in un istituto tecnico.

Entusiasta giocatore di Hockey nell’HC Sparta Praha non poté intraprendere una carriera sportiva a causa di una seria malattia, ma rimase nella squadra come allenatore dei più piccoli. Nel ’49 il suo caro amico Arnost Lustig lo consigliò di concentrarsi sulla scrittura e Popper iniziò a lavorare come cronista sportivo per la radio cecoslovacca. Nel ’55 cambiò il suo nome in Ota Pavel e negli anni successivi collaborò con i giornali Stadion e Československý voják.

Il suo lavoro di cronista lo portò in Unione sovietica, in Francia e in Svizzera, e nel ’62 in Usa per il match del team Dukla Prague.

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“Il filo conduttore presente in tutti i miei libri è il fatto che qualcuno sta sognando  luoghi o sta cercando di raggiungere un posto, e percorrerà molta strada. Penso che se non avrei lasciato Praga miei libri sarebbe stato diverso. E penso che tutto quello che ho fatto nei miei libri in questo Paese deriva dal sentimento di lasciare un altro luogo e venire in un nuovo posto. “

Lo dice Peter Sis, autore del libro che presentiamo e che caldeggiamo. Le sue opere precedenti potevano essere collocate nello scaffale dei ragazzi (i premiati Il muro, L’albero della vita..), questo potrebbe sembrare di più difficile collocazione: tra i ragazzi? Insieme ad altri graphic novel? insieme ai libri di poesia orientale? Sicuramente tra i libri consigliati! L’autore comunque lo definisce il suo primo lavoro per gli adulti.

Peter Sis, autore cecoslovacco, ha lasciato la sua nazione per stabilirsi negli States, e nel 2012 si è meritato l’ Hans Christian Andersen Award per l’illustrazione: onorificenza ben meritata! In questa sua rappresentazione de LA CONFERENZA DEGLI UCCELLI ispirata all’opera del poeta sufi Attar Din la sua immaginazione, elaborata ed originale, abbraccia alcuni stilemi orientali, ben adattandosi allo spirito del testo, sempre in linea con la sua ispirazione colma di poesia. Un libro fantastico per chi ama la beltà!

“Per me l’arte dell’illustrazione è pari alla letteratura. Ci sono vari livelli di significato. Il mio modo di creare poesia è l’illustrazione. Non so se, rimasto a Praga, avrei fatto le stesse cose, ho deciso di mostrare alle persone quale era la mia vita là. A volte mi sento di aver mostrato qualcosa di molto o forse troppo intimo, come quando qualcuno va a spifferare dei segreti. Ma probabilmente questo meccanismo è alla base di molte storie e film e molte opere d’arte”.

peter sis

Peter Sis
La conferenza degli uccelli
Traduzione di Livia Signorini
i cavoli a merenda, Adelphi

La conferenza degli uccelli è un poema persiano del dodicesimo secolo che racconta come, per sottrarsi al caos e alla disperazione che opprimono il mondo, l’Upupa raccolga la moltitudine degli uccelli e la guidi alla ricerca di un re perduto, Simurg, che si dice abbia tutte le risposte. È l’inizio di un viaggio meraviglioso e tremendo verso la dimora di Simurg, protetta da sette misteriose valli. In ognuna, gli uccelli dovranno affrontare insidie mortali: ma chi riuscirà a superarle otterrà una rivelazione inattesa. I versi di Farīd ad-Dīn ‘Attār – di cui quasi nulla si sa, tranne che a un certo punto della vita intraprese un lungo viaggio dalla Persia fino alla remota India – incantano da sempre chi li legge o li ascolta, e hanno ispirato a Peter Brook uno dei suoi spettacoli più sorprendenti: ma solo Peter Sís poteva trasformarli in questa stupefacente partitura visiva.

Peter Sis è nato a Brno, in Cecoslovacchia, ed è cresciuto a Praga. Ha studiato pittura e cinema all’Accademia delle Arti Applicate di Praga e al Royal College of Art di Londra. Ancora giovane, ha lasciato l’Europa per stabilirsi negli Stati Uniti, dove vive da anni con la famiglia. Vincitore di moltissimi premi, è l’autore di L’albero della vita: Charles Darwin e il muro.

qui, un bell’articolo articolato sul suo lavoro:

http://topipittori.blogspot.it/2012/05/un-disegno-esatto.html

ecco qualche notizia invece sulla sua fonte di ispirazione, LA CONFERENZA DEGLI UCCELLI di ATTAR DIN:

Farid al-Din Attar, è stato un mistico sufi e un grande poeta persiano.  (da wikipedia)

Era figlio di un ricco speziale (la parola attar significa per l’appunto in arabo e persiano “speziale”, “preparatore di rimedi medici, erbe medicamentose o profumi”, “profumiere”, ma di fatto equivaleva quasi alla professione del medico) e ricevette un’eccellente educazione. Studiò l’arabo, la medicina e le scienze religiose. Da giovane aiutò il padre in bottega e alla sua morte la ereditò. Da speziale, i clienti che si rivolgevano a lui gli confidavano tutti i loro problemi ed egli ne era profondamente toccato. Infine decise di abbandonare la sua attività e viaggiò moltissimo. Durante la sua permanenza a Kufa, a Mecca, a Damasco, in Turkestan ed in India, ebbe l’occasione di incontrare numerosi maestri (shaykh) sufi. Al suo ritorno promosse il Sufismo.

Alcuni studiosi ritengono che Attar fu ucciso durante la distruzione della città da parte degli invasori Mongoli. Sulla sua morte si narra il seguente aneddoto: Un soldato mongolo lo catturò e, avendo scoperto chi egli fosse, lo voleva condurre dal suo ufficiale superiore quando si presentò un uomo, offrendo denaro per comprare il prigioniero. Il soldato stava per accettare ma Attar disse al soldato che valeva molto di più di quanto pattuito. Continuarono il tragitto e poco dopo si presentò un altro uomo che offriva una somma maggiore per comprarlo, ma egli convinse il soldato a rifiutare poiché valeva molto di più anche della cifra proposta. Poco dopo un vecchio si presentò offrendo, in cambio di Attar, un fascio di legna. Il poeta, in genuino spirito sufi, disse al soldato di accettare l’offerta poiché Non c’è nulla che valga più di questo. Il soldato s’infuriò e uccise Attar all’istante.

Attar è uno dei più famosi poeti mistici iraniani. Le sue opere furono d’ispirazione per Jalal Rumi e per molti altri poeti mistici. Attār, insieme a Sana’i di Ghazna, fu colui che influenzò maggiormente Rumi nelle sue concezioni sul sufismo. Rumi li cita entrambi numerose volte nelle sue opere e con la più alta stima. Rumi lodò Attār nel seguente modo:
« Attār percorse errante le sette città dell’amore – Siamo ancora nella stessa Via. »

Fu uno degli autori più prolifici della letteratura persiana. Scrisse più di un centinaio di opere di varia lunghezza: si va da poche pagine a grossi tomi. Solo una trentina delle sue opere è giunta fino ai giorni nostri.

Nello stile caratteristico dei poeti sufi, Attār esalta l’amore terreno come metafora e preludio dell’amore divino: sebbene quello umano fosse una forma d’amore lontana dalla perfezione, esso ha comunque un riflesso spirituale, poiché l'”amato” diventa l’Essere supremo. Una delle sue parabole metaforiche preferite è l’amore tra il sultano Mahmud di Ghazna per il suo schiavo Malik Ayaz. Nella sua opera Ilāhī-Nāme (Il poema Celeste) troviamo otto storie riguardanti il loro amore e la loro devozione reciproca.

La sua opera più conosciuta è tuttavia il Manṭiq al-ṭayr (Il Verbo degli uccelli).

LA CONFERENZA DEGLI UCCELLI (Diverse edizioni italiane, Mediterranee e Se)

L’opera si configura come una sorta di magistrale favola esoterica che ha per oggetto il tema del viaggio, al tempo metaforico e reale, che l’anima intraprende perché si distacca dal mondo transeunte della materialità per tuffarsi nell’oceano senza rive del mistero divino.

La lingua degli uccelli – il cui titolo originale è Mantiq al-Tayr – è una summa del migliore e più raffinato misticismo islamico e insieme un messaggio universale di apertura al trascendente.

L’opera – che è un classico nel suo genere – si configura come una sorta di magistrale «favola esoterica», che ha per oggetto il tema del «viaggio», al tempo metaforico e reale, che l’anima intraprende perché si distacca dal mondo transeunte della materialità per tuffarsi nell’oceano senza rive del mistero divino. Protagonista un gruppo di volatili (l’upupa, il pappagallo, il falco, il pavone, ecc.) che, riunitisi a convegno, spiccano il volo alla volta del loro bramato sovrano, il Simorgh (o «Fenice») della mitologia iranica, posto agli estremi limiti della terra conosciuta.

Per raggiungerlo, dovranno, tra molti pericoli, attraversare «sette valli», che rappresentano altrettante «tappe» o «stazioni» di un vero e proprio itinerario iniziatico, che si ammanta di simboli universali, suscettibili di interpretazioni plurime. Dei centomila uccelli avventuratisi alla ricerca del loro Signore, a non più di «trenta» (in persiano: si morgh) sarà però dato il privilegio di raggiungere la tanto agognata meta.

Questi, difatti, finiranno per specchiarsi nel volto accecante del Re, alla vista del quale, inceneriti, scopriranno – paradossalmente – di essere tornati al punto di partenza.

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