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Paris à la nuit

Paris à la nuit (Photo credit: Tallapragada)

una incredibile protagonista per questo libro, più propensa a sognare di vivere ne LA MONTAGNA INCANTATA di Mann, con il suo affascinante sanatorio, tutta quella neve intorno, che a gustare le emozioni quotidiane… Non è di meno il secondo personaggio principale, Louis, un critico cinematografico ben deciso a rifugiarsi nei capolavori che ben conosce piuttosto che frequentare i triti luoghi comuni della vita contemporanea. Con queste premesse, con la modernità liquida che ci circonda, con la precarietà e la velocità, può nascere tra una professoressa di matematica come Sylvia e un orso come Louis qualcosa capace di tenerli avvinti per un lungo periodo? Non una vita comune, questo no, ma un comune sentimento, che forse potremmo chiamare amore, in questi giorni da post “Frammenti di un discorso amoroso”…

Un libro dedicato a queste generazioni perdute, all’incapacità emotiva, con degli spunti brillanti, ironici e caustici che fanno pensare a quel che potrebbe scrivere Jane Austen ai giorni nostri: la fondazione Jane Austen offre ad alcuni studenti la possibilità di passare uno splendido anno a Londra, ben alloggiati, liberi dalle preoccupazioni e dalle costrizioni della vita quotidiana, a condizione di dedicarsi (senza strafare) a qualche progetto accademico. Frutto della brillante cooperazione franco – britannico. Logico che i partecipanti a questo programma possano sentirsi in difficoltà al ritorno in patria, così la Fondazione per rendere meno traumatico il passaggio alla vita quotidiana si prende cura di questi singolari reduci offrendo loro ospitalità gratuita per un lungo periodo in uno stabile di sua proprietà, una sorta di camera di decompressione prima di affrontare la realtà.. Non è un mondo incantato, questo?

Mille anni di giovinezza
di Isabelle Coudrier, Clichy

Traduzione di Maurizio Ferrara

Sylvia, professoressa di matematica e sceneggiatrice occasionale, apprezza la purezza algebrica e mal si adegua alle equazioni irrisolvibili dell’esistenza. Lettrice accanita di Thomas Mann, si lascia spesso trasportare dall’immaginazione sul balcone del sanatorio di Davos per contemplare quelle nevi la cui eternità evoca in lei i numeri primi. Louis, intransigente critico cinematografico, rifugge i luoghi comuni, non soltanto nei film ma anche nel mondo che lo circonda. Naturalmente, Louis e Sylvia non possono amarsi. Per lui, l’amore è il più scontato degli intrighi. Per lei, è complicato come la quadratura di un cerchio. Non importa: vivranno tutte le tappe dell’amore senza mai ammetterlo, allontanandosi per settimane dopo ogni stadio come per convincersi che tra loro non ci sia niente di importante. Solo il destino potrà fargli ammettere che l’amore è eterno come le nevi di Davos e che costituisce l’unico scenario possibile per la vita umana. Forse troppo tardi. Mille anni di giovinezza è la storia di un amore apparentemente impossibile ma che si rivelerà infine vitale, la storia di una generazione allo sbando che non vuole apparire scontata, che non sa come inventarsi e come vivere una storia singolare e inedita. Isabelle Coudrier, giovane sceneggiatrice francese che qui esordisce nel romanzo, non compiange questo eccesso di lucidità, ma esplora con profondità e maestria la psiche dei personaggi rendendoceli umani e assolutamente vicini.

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certo, viene in mente il Natale di Ungaretti leggendo questo romanzo, finalmente pubblicato anche in Italia (è del 1957). La condizione di estraneità e stranimento del soldato in licenza, incapace di ritornare ad assaporare la vita quotidiana, viene perfettamente rappresentata nel breve ritorno a casa dei tre protagonisti di questo libro.

 

Da un autore francese resistente durante la seconda guerra mondiale, un vibrante atto d’accusa alla guerra d’Algeria, alla disumanità della guerra!

 Daniel Anselme, La licenza, Guanda

ALN R.A. propaganda poster in Algiers, "T...

ALN R.A. propaganda poster in Algiers, “The Algerian Revolution, a people at war against colonialist barbarity.” (June 29, 1962, Rocher Noir) (Photo credit: Wikipedia)

 

Tre soldati francesi arrivano in licenza a Parigi dopo diciotto mesi trascorsi al fronte in Algeria. Si immergono nella grande città per dimenticare una guerra assurda, che Parigi ha trovato più comodo ignorare, costringendoli così a ricordarla continuamente.
Quando, alla fine degli anni Cinquanta, Daniel Anselme, poeta e giornalista allora trentenne, scrisse questo romanzo, fu come se la Francia ricevesse un colpo in piena faccia. È il romanzo di una generazione «perduta», al centro di un grande dramma francese ed europeo. Non descrive il conflitto, non esibisce i morti; racconta le scorribande parigine dei tre soldati, alla ricerca di vecchi amici, di nuovi amori, di una rissa o anche solo della consolazione di una ubriacatura. Eppure i loro tristi vagabondaggi in una città – stupendamente dipinta – che finge di non vederli restituiscono gli orrori di questo ultimo conflitto coloniale meglio di quanto farebbe la più cruenta delle descrizioni: con la forza di un pensiero costante e ossessivo. E per noi, che leggiamo il libro ora, questi tre giovani consapevoli di un destino ineludibile evocano in modo struggente un mondo, un’epoca, le sue atmosfere. Un romanzo riproposto da numerosi editori internazionali, che sa esercitare oggi, forse ancora più che un tempo, la sua singolare magia.

 

 

Daniel Anselme, nato nel 1927, fu partigiano della Resistenza francese. In seguito lavorò come giornalista e fu personaggio noto nei caffè della Rive Gauche. Fermo oppositore della guerra in Algeria, affrontò l’argomento nel sul primo romanzo, La licenza (1957). Pubblicò un secondo romanzo nel 1964 e un resoconto semi-autobiografico delle sue esperienze di guerra nel 1984. Morì cinque anni dopo a Parigi.

 

 

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nel 2006 ci era molto, molto piaciuto UN INVERNO NELLA FORESTA, di HUBERT MINGARELLI, NOTTETEMPO.

Arrivato senza clamore da un piccolo editore il meritato Prix Medicis francese del 2003, ruotava attorno ad una storia minima d’amicizia fra quattro soldati disertori durante la Prima Guerra mondiale, sintetizzata con un stile asciutto e limpido da un autore francese schivo e riservato. Uno di quei personaggi che hanno fatto mille mestieri, e che con le sue storie si sta meritando un posto di spicco nella letteratura francese contemporanea.

 

La foresta è presente anche in questo nuovo libro, un racconto lungo che sembra quasi una piece teatrale con pochi elementi, con il consueto tono tagliente e limpido: la palestra in cui i soldati dormono, la campagna e la foresta in cui i protagonisti si spingono, una casupola in cui potersi riprendere dal freddo intenso che permea tutto il libro. Siamo nella Seconda guerra mondiale, e tre soldati tedeschi ottengono di poter andare a caccia di ebrei nelle campagne per non essere dover partecipare alle fucilazioni di massa della mattina. Troveranno un ragazzo ebreo fuggiasco, finchè uno di loro farà la fatidica domanda: e se questo qui lo lasciassimo andare, per farci sentire meglio? È un padre di famiglia a porre la questione, preoccupato anche per il fatto che il figlio non inizi a fumare: lasciare vivo uno di quelli vorrebbe dire tanto!

 

English: French writer Hubert Mingarelli Franç...

English: French writer Hubert Mingarelli Français : L’écrivain français Hubert Mingarelli au cours d’un petit-déjeuner littéraire dans le cadre du 20e Festival international de géographie à Saint-Dié-des-Vosges (Photo credit: Wikipedia)

 

UN PASTO IN INVERNO, HUBERT MINGARELLI

Traduzione di Federica Romanò

Polonia, seconda guerra mondiale. Tre militari tedeschi, per evitare il compito ormai insopportabile di fucilare gli ebrei condotti al campo, ottengono il permesso per una missione all’esterno. Il loro incarico, non meno terribile ma più tollerabile, è stanare i pochi superstiti nascosti nella campagna circostante. Mentre marciano nel paesaggio glaciale, quasi loro malgrado trovano un giovane ebreo e lo fanno prigioniero. Ma durante una sosta per rifocillarsi, vengono assaliti dal dubbio. Uno di loro fa agli altri la proposta sconcertante: lasciarlo libero. Tutti loro ne hanno bisogno, dice: sapere di averne salvato almeno uno.
Questa è la storia di tre soldati e di una gelida giornata invernale. Di un ragazzo dentro un buco e di una casa abbandonata e spettrale. Di un uomo solitario con il suo cane e dell’interminabile cottura di una zuppa con semolino, cipolla, strutto e salame. Elementi disposti come in una fiaba, a rappresentare la banalità quotidiana e crudele di una delle più atroci tragedie dell’umanità.
Con questo suo prezioso romanzo breve, Hubert Mingarelli conferma la naturale vocazione della letteratura a raccontare l’indicibile.

“È questa la bravura di Mingarelli, portare il lettore oltre il fronte di guerra, là dove nessuno vorrebbe arrivare”.
Libération

 

 

Bonus,  tre interventi di Paolo Nori sul tema dell’Olocausto: 

 

Paolo Nori, Si sente? Marcos Y Marcos

 

Per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono «Ti dà fastidio, il rumore dei treni?» ci vien da rispondere «Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?» Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore. E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.

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«Non c’è niente di più impenetrabile di una coppia. Non riesci a capirla una coppia, neanche quando ne fai parte»

 

Yasmina Reza, autrice e commediografa francese, ha fornito lo spunto con Il dio del massacro a Roman Polanski per il suo Carnage. Ora i lettori italiani possono gustarsi questo suo nuovo testo, che trabocca di quella scrittura sublime e feroce al tempo stesso tipica del libro precedente, davvero felice nel tratteggiare una caustica rappresentazione dei tipi umani che incrociamo quotidianamente. Lontana dal giudicare, nonostante il panorama umano non sia dei migliori, con poche parole e qualche frase consegna al lettore splendidi ritratti psicologici! Consigliatissimo!

 

 

Yasmina Reza,

Felici i felici,

Traduzione di Maurizia Balmelli,

ADELPHI

 

Risvolto

“Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore. Felici i felici»: le due ultime «beatitudini» di Borges, che Yasmina Reza inscrive sulla soglia di questo romanzo, ci indicano la via per penetrare nel fitto intreccio delle vite che lo popolano. Perché la felicità – nell’a­more o nell’assenza di a­more, all’inter­no di una coppia o al di fuori di ogni legame – è un talento: e di tutti i personaggi che a turno consegnano al lettore confessioni a volte patetiche, a volte grottesche, a volte atrocemente comiche, si direbbe che quasi nessuno lo possegga. In un sottile gioco di echi, di risonanze, di contrappunti – tra amori inaciditi e rancori mai sopiti, illusioni spezzate e fughe nel delirio -, le voci che si avvicendano, quasi incalzandosi, tessono un ordito i cui fili (tenui in alcuni casi, in altri pesanti come catene) collegano molteplici destini, tutti segnati dall’impervia difficol­tà del­l’incontro con l’altro. Con una scrittura di chirurgica precisione, capace di muoversi tra i registri più vari, in un susseguirsi di scene in cui sempre lampeggia il genio della donna di teatro, Yasmina Reza è abilissima nel far affiorare, appena sotto la superficie smaltata delle apparenze, solitudine e violenza, disperazione e risentimento; e riesce a condurre la ronde dei suoi personaggi – mogli inquiete e mariti perplessi, amanti insoddisfatte e libertini mediocri, giovani in fuga dalla vita e vecchi abitati dalla morte – senza mai allontanarsi dalla lucidità intransigente di chi cerca di dire senza orpelli qualcosa che è.

 

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Toh! Un giallo nordico scritto da un autore (al primo libro) che nordico non è.

Olivier Truc conosce però bene la realtà che descrive, visto che di mestiere fa il giornalista, corrispondente dalla Svezia! Ecco così un romanzo denso di suggestioni e stimoli, capace di calarci nel cuore di una civiltà da secoli emarginata, con la sua ricchezza ma anche con le proprie debolezze.

I Sami\Lapponi che popolano le pagine del romanzo sono infatti uomini come noi, con le debolezze e i pregi di tutta lìumanità, la voglia di conservare le proprie radici e le insidie della modernità.

Sullo sfondo di una natura possente, ecco un noir coinvolgente e ben documentato (ma non troppo giornalistico, per fortuna!).
Olivier Truc, L’ultimo lappone, Marsilio

trad. Fontana R.

Da molti anni ormai Klemet Nango guida l’unità della polizia delle renne a Kautokeino, nell’estremo nord della Norvegia, laddove i confini verso Svezia e Finlandia sfumano nella tundra sferzata dal vento e dal gelo per molti mesi dell’anno. Deve controllare una terra lacerata da profondi contrasti che oppongono cristiani laestadiani e norvegesi nazionalisti a sami indipendentisti, sempre pronto a mediare i conflitti tra gli allevatori di renne, che cercano di strapparsi l’un l’altro porzioni di pascolo indispensabili alla sopravvivenza. Come tutti gli abitanti della Lapponia, l’11 gennaio anche Klemet potrà finalmente rivedere la propria ombra, perché il sole tornerà a sorgere dopo quaranta lunghi giorni di buio totale. Un evento solenne che dovrebbe coincidere con l’esposizione al museo locale di un tamburo sacro, dono di uno studioso francese al popolo sami che da molti anni ne attende la restituzione. Il tamburo, però, sparisce, e nella piccola comunità esplodono le tensioni. L’omicidio di un allevatore, ritrovato all’esterno del suo misero gumpi con le orecchie mozzate, infittisce il mistero, diffondendo ovunque paura e sospetto. A bordo del suo scooter, Klemet, unico sami ad aver deciso di indossare l’uniforme, indaga insieme a Nina Nansen, giovane e graziosa recluta della polizia delle renne, arrivata nel Grande Nord dalla costa meridionale del paese per dare una mano a mantenere l’ordine in un mondo di cui fatica a capire le regole.

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Nel pluripremiato IL CUORE CUCITO Carole Martinez aveva descritto il percorso per sfuggire ad un destino avverso della giovane Frasquita nella Spagna del Novecento, tracciando uno splendido ritratto di donna.

Le tracce di questo sentiero si avvertono anche ne LA VERGINE DEI SUSSURRI, altra storia forte al femminile.

Una vera e propria eroina d’altri tempi Esclarmonde , la protagonista di questo romanzo che si rifiuta nella Francia del XII Secolo di pronunciareil fatidico “si” ad un cavaliere quantomeno prepotente il giorno del suo matrimonio, decidendo di dedicarsi completamente a Dio, facendosi murare in una cella del suo castello. E’ una voce forte la sua, rivolta direttamente al lettore, capace di inchiodarci alla pagina. Il suo rifiuto del mondo così com’è, pur preoccupata per il dolore causato al padre, la guiderà incredibilmente verso una nuova direzione: in tanti verranno a sussurrarle parole dallo spioncino della sua prigione, in attesa di una sua parola di conforto. Quella di Carole Martinez è una scrittura poetica ed elegante, sensuale e musicale, che ha convinto pubblico e critica di Francia: secondo al Prix Goncourt 2011 con tre voti contro i cinque del vincitore Alexis Jenni.

 

ps: e ora, non cercate CUORE CUCITO nelle librerie: è del 2009, ma è già stato cancellato dal catalogo. Triste fine dei libri se l’editore li considera USA E GETTA…

 

Carole Martinez,

La vergine dei sussurri, Mondadori

 

“Ero bella, non immagini quanto, bella come può esserlo una fanciulla a quindici anni. I signori del vicinato spiavano la preda. Ma di ciò che desideravo io nessuno si curava.” Esclarmonda è l’unica figlia femmina di un nobile feudatario nella Francia del XII secolo, un mondo che la vorrebbe docile e timorosa come si conviene a una giovane che solo deve incantare i cavalieri e tenere in scacco il loro cuore fino alle nozze più convenienti. Fanciulla dei suoi tempi, Esclarmonda è però anche un animo libero, di quelli che fanno la loro folgorante apparizione di tanto in tanto nei secoli e li rivoluzionano dal profondo.

Destinata a un’esistenza ancillare, scandalizza la nobile società rifiutandosi di pronunciare il “sì” davanti all’altare. Sceglie invece di dire “no”: al padre, all’arcivescovo vicario di Cristo, agli uomini, ai suoi padroni presenti e futuri. Rinuncia alle nozze con il bel Lotario e chiede il rispetto della sua scelta di reclusione volontaria in una cella murata, dove nella più buia solitudine si voterà a Dio. Contrariamente a quanto aveva immaginato, tuttavia, non rimarrà sola nel suo ritiro perché fin dal primo momento in molti si recheranno da lei per lasciarle un messaggio, un sussurro, e riceverne in cambio conforto e salvezza. Quel luogo di reclusione diventa allora per Esclarmonda un crocevia che unisce il suo destino al destino del mondo, la realtà dei vivi al luogo dei morti, e trasforma l’immobilità in un viaggio interiore senza confini.

Profetessa di anime, abitata da ciò che sente e da ciò che vede con gli occhi dello spirito, Esclarmonda sembra l’incarnazione di un miracolo. E del miracoloso ha anche la nascita, in quella cella murata, di suo figlio…

 

Carole Martinez (1966) vive nell’area di Parigi, dove lavora come insegnante. Il cuore cucito, suo romanzo d’esordio, è stato un caso editoriale in Francia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e ha vinto ben nove premi letterari.

 

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Sì, questa è proprio una delle voci più originali e inclassificabili della letteratura europea, come recita il risvolto. Antoine Volodine, ci propone una visione tutta particolare del futuro con uno dei suoi tanti pseudonimi.(per qualche motivo, gli autori che decidono di moltiplicarsi con questo sistema ci attirano sempre).  Il fondatore della corrente letteraria del Post esotismo ci conduce in un futuro possibile, accostando il presente in cui un gruppo di ragazzi rischia la vita e la memoria di un passato fatto di repressioni e guerre,  dai toni cupi, in cui la speranza non alberga nonostante i sogni di cui sono imbevuti (la rivoluzione mondiale è in arrivo, come santifica Nonna Holgold per questo organizzano un Bolscio Pride, ispirato ovviamente ai sommovimenti dell’ottobre russo!)

Prigioni e sogni, oppressione e riscatto, miseria e sconfitte, utopie ugualitariste e clandestinità, grottesche divise e campi di prigionia: lo scrittore stesso sembra fare parte di questa umanità negletta, e pare quasi cercare di far passare un messaggio ai propri lettori, celandolo a volte nella reiterazione delle frasi…

Secondo Volodine, con il termine delle esplorazioni della terra l’esotico non è più possibile con mancanza di posti realmente sconosciuti, così è la narrativa a doverci condurre in territori ignoti, summa di quanto abbiamo letto nei secoli passati.  I luoghi  sono descritti in maniera anonima, senza precise connotazioni geografiche, e i nomi dei suoi protagonisti possono appartenere a diversi angoli di mondo.

In una intervista, così recita Volodine:
“Per definizione, la letteratura post-esotica è quindi una letteratura straniera e, come ogni letteratura straniera tradotta, offre al lettore una parte soltanto di quello che dice realmente, una frazione. Si ammetterà quindi come principio fondante che una letteratura straniera, con le sue eco e i suoi riferimenti, con tutta la sua ricchezza, può essere scoperta, indovinata, studiata, apprezzata tramite i prodotti di autori significativi. Il mio progetto tiene conto di tale curiosità istintiva del lettore nei confronti di ciò che sta al di là del libro stesso. In una sorta di “collezione di voci del post-esotismo” presento quindi al pubblico un certo numero di romanzi, indipendenti l’uno dall’altro, dietro i quali si suggerisce la completezza della visione e della sensibilità post-esotiche e, in sintesi, tutto un mondo”.
 

 

Undici sogni neri

di Manuela Draeger

 

Traduzione di Federica Di Lella, EDIZIONI CLICHY

Un gruppo di giovani, chiamato Bolscio Pride, che si ritrovano in un edificio in fiamme e invocano Nonna Holgold, una nonna immortale che li ha educati nei loro anni di orfanotrofio, di ghetto e di violenza e che li ha spinti alla rivoluzione mondiale e al meraviglioso. Mentre intorno l’incendio avanza, ricordano il mondo che hanno conosciuto, popolato di soldati, invalidi, bambini inquieti e adulti senza speranza e pian piano si trasformano in creature magiche, cormorani strani che controllano il tempo e vivono nel fuoco, si scambiano le identità, ascoltano una celebre cantante sovietica, e le loro memorie si riuniscono e sono insieme per sempre. Dopo il romanzo-saggio Scrittori, che ha rivelato in Italia il geniale talento di Antoine Volodine, questo Undici sogni neri, firmato con uno dei suoi più noti pseudonimi, conferma la grandezza di una delle voci più interessanti e inclassificabili della letteratura europea.

 

 

 

 

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crime

È il traduttore in Francia della serie del commissario Montalbano, di Eraldo Baldini, Massimo Carlotto e molti altri giallisti nostrani (ma anche di Stephen King e Philip K.Dick). E conosce assai bene il nostro Paese…

Sul suo sito scrive: “Dall’età di 20 anni, le mie convinzioni mi collocano al crocevia di quello che oggi è definito il ” libertario “e  “l’ultra-sinistra ” “

Quadruppani si serve del genere noir per affrontare questioni che riguardano la società, per denunciare gli abusi del potere, l’inermità del cittadino, la reazione violenta degli Stati che a volte si pongono sullo stesso piano del terrorismo per contrastarlo.

Crocevia del romanzo è la stazione termale di Saturnia, in cui convergono le vite di una dozzina di persone, in cui si perpetrerà un tragico fatto di sangue, cultiminante in una triplice uccisione.

Questo fatto inspiegabile si scontra con un’altra indagine, riguardante le minacce di Al Qaeda nell’ambito di un incontro del G8. (A L’Aquila, ricordate). Quadruppani sguazza nel complicare le cose, per raccontarci questi anni di crisi, successivi allo scoppio del caso supbprime, al gonfiarsi ogni giorno di più un livello di una spirale speculativa che aleggiava e continua a vagare sulle nostre teste, incurante di quello che può provocare. Compare anche tutta l’attualità italiana, con i richiami ad un potere capace di manipolare le masse come altri avevano fatto decenni fa, fa capolino anche un certo signor Todos, finanziere, che fa pensare a Soros, e al di sotto di costoro restano i comuni cittadini, che a volte possono restare coinvolti e colpiti assai duramente dai proiettili vaganti della storia…

 

Français : Serge Quadruppani en novembre 2005 ...

Français : Serge Quadruppani en novembre 2005 à New Delhi. (Photo credit: Wikipedia)

Serge Quadruppani, Saturne, Einaudi
Traduzione di Maruzza Loria

«Era estate. Sotto un cielo di tenere nebulosità, Domenico, Rita, Silvia e Riccardo partiti dal loro quartiere romano di Prati, Giovanna e Maria da quello di Testaccio, Frédérique e Roberto dall’aeroporto Leonardo da Vinci cosí come Cédric Rottheimer, e Jean Kopa da Ferrara percorrevano la campagna toscana. Tutti guidavano verso Saturnia, e tutti avevano imparato, alla nascita o dopo, una lingua in cui per dire di una cosa che è sicura, davvero sicura, si aggiunge: “Come la morte”».

Una strage senza apparente motivo, alle terme di Saturnia; un’inchiesta dalla quale si capisce subito che qualcosa non torna; un romanzo sull’Italia di oggi, sui suoi mostri e i suoi fantasmi, e insieme sulla finanza internazionale, scritto da un maestro del noir francese, forse l’unico autore straniero che possa parlare del nostro Paese con l’amore e la competenza dei migliori giallisti italiani.

Alle terme di Saturnia, luogo preferito di relax per gli alti papaveri della società romana, un uomo uccide a sangue freddo tre donne, apparentemente scelte a caso, e svanisce nel nulla. Alla vigilia del G8 dell’Aquila, la prima pista che gli inquirenti sembrano voler seguire è quella di al-Qaida, ma il commissario Simona Tavianello non è convinta. La rivendicazione sembra copiata da mille altre e, d’altro canto, perché delle indagini è stata incaricata lei, che lavora alla Direzione antimafia? E perché le piste sembrano aumentare di numero, portandola sempre piú vicina al cuore della finanza internazionale? Ostacolata da membri di quell’apparato giudiziario che ha sempre e fedelmente servito, al commissario non rimane che ricorrere a ogni aiuto possibile, anche non convenzionale, fino a creare una squadra decisamente anomala, fatta di investigatori privati, ragazzini smaniosi di vendetta, e – perché no? – di cani, gatti, conigli, asini…

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Diagonal Sur, Ciudad Buenos Aires, Argentina.

Diagonal Sur, Ciudad Buenos Aires, Argentina. (Photo credit: Wikipedia)

A dire il vero, i libri precedenti di questo autore (Zulu e  Utu a dire il vero), pur preceduti da cospicui palmares ottenuti oltralpe, non mi avevano convinto appieno, ragion per cui non avevo proceduto con la lettura. Sembravano un pò troppo pieni di iperbole, troppo pulp per essere noir. Mapuche invece è più contenuto da questo punto di vista, pur mostrando con crudezza una Argentina sfiancata dalla recessione e con i fantasmi della dittatura  pronti a materializzarsi.

 

Ad indagare sulla morte di un travestito sarà così una giovane di origione indio costretta a scegliere di avorare come prostituta per potersi mantenere, affiancando tale occupazione alla sua attività di scultrice in un suo atelier.

 

Caryl Ferey è cresciuto in Bretagna, terra che ama e che si ricorda per le coste frastagliate, per le violenti tempeste. E di conseguenza anche il suo lavoro come autore non procede di fioretto, ma con la foga dell’assalto di sciabola. Il suo lavoro come redattore per le guide Routard lo hanno portato a visitare molti luoghi, da cui poi sono scaturite le sue storie.

 

Convergono in questa indagine l’origine etnica della sua protagonista, e i ricordi di un passato che non è certo dimenticato: ne esce una vicenda intricata, palpitante!

 
Mapuche, Caryl Ferey, E.o

Jana è una mapuche, figlia di un popolo sul quale hanno sparato a vista nella pampa argentina. Vive da sola a Buenos Aires nel suo atelier di scultrice e, a ventotto anni, crede di non dovere più niente a nessuno. Anche Rubén Calderon è un superstite, uno dei pochi “sovversivi” usciti vivi dalle carceri clandestine dell’ESMA, dove sono morti suo padre e sua sorella. Investigatore per conto delle Madri di Plaza de Mayo, Rubén continua a cercare i figli dei desaparecidos adottati durante la dittatura di Videla, e i boia dei loro padri. Niente sembrerebbe far convergere le strade di Jana e Rubén, fino a quando nel porto della Boca viene trovato un cadavere di un travestito, Luz, che batteva il molo insieme all’unica amica di Jana. Sono passati trent’anni dal ritorno della democrazia, ma gli spettri degli oppressori hanno ancora sete di sangue.

 

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« La nostra avventura è terminata. L’inverno di quest’anno è morto come la tomba. Forse quando moriremo, forse la morte sola potrà darci la chiave e il seguito e la fine di questa avventura mancata. »

Cento anni fa, Alain Fournier pubblicò il suo unico romanzo, Il grande Meaulnes. Venne proposto a puntante sulla  Nouvelle revue française e quindi in volume presso l’editore Emile-Paul. Pochi mesi dopo, il suo autore rimase ucciso in quel bagno di sangue che fu la Grande Guerra, ci resta però questo suo unico libro.

Il grande Meaulnes” è un classico romanzo di formazione, libro di avventure e delicata fiaba poetica, parabola sulla natura dell’amore e sul mito inarrivabile della felicità, sogno e condanna di tutta l’esistenza.

 

Viene ritenuto una sorta di antesignano di quel filone chenarra  il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Prova ne è che autori come J.D. Salinger, Francis Scott Fitzgerald ne verranno influenzati;  Kerouac lo cita ne Sulla strada: è il solo testo che il protagonista  porta lungo il viaggio con sé.

la scheda del libro, pubblicato in Italia da Garzanti: (da wikipedia)

Giovinezza, amore, amicizia, illusioni, segreti e promesse: questi sono gli ingredienti dell’unico romanzo scritto dal francese Henri-Alban Fournier (1886-1914), prima di scomparire precocemente all’età di ventotto anni. Lo scrittore, dopo aver pubblicato a puntate la sua opera d’esordio sul quotidiano La Nouvelle Revue française nel 1913, conoscerà il successo, ma a distanza di poco tempo sarà una vittima sul fronte della Grande Guerra.

Nella storia de “Il grande Meaulnes”, Fournier racchiude elementi autobiografici, mescolandoli con la fantasia, per rappresentare il percorso simbolico dall’adolescenza alla maturità, ossia lo scontro tra gli ideali assoluti che dominano la fanciullezza e i compromessi dell’età adulta, costretta ad accettare la realtà con le sue sfumature e relativismi intrinseci.

Voce narrante, ma anche amico fidato del protagonista Augustin Meaulnes, è François Seurel. François accoglie l’arrivo del nuovo compagno di studi nel piccolo borgo di campagna dove vive con i suoi genitori, che fanno gli insegnanti a Sainte-Agathe, come la premessa di emozionanti avventure. Eppure la scoperta fortuita del “Paese senza nome” e la conoscenza della splendida Yvonne Galais sono eventi che, lungi dall’avvicinare Augustin ai suoi coetanei, rendono il suo spirito sempre più irrequieto e alla ricerca di una felicità irraggiungibile.

 

 

(il trailer del film, realizzatonel 2006 daJean-Daniel Verhaeghe, con Jean-Baptiste Maunier, Nicolas Duvauchelle.)

Il mio compagno non mi raccontò quella notte tutto quello che gli era capitato durante il viaggio. E quando si decise a confidarmi tutto, durante quei giorni di tormento di cui tornerò a parlare, ciò rimase a lungo il grande segreto della nostra adolescenza.

Il libro, suddiviso in tre parti, è caratterizzato da un tono nostalgico e lirico, perché l’evocazione che François compie trascende la vicenda di Meaulnes e sembra soffermarsi sul rimpianto per quell’epoca acerba d’incanti e disincanti che non potrà più tornare.

il sito dedicato al libro e all’autore:
http://www.legrandmeaulnes.com/Index-New.php

Il grande Meaulnes viene ritenuto apripista di un filone che mette a fuoco il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Prova ne è che Scrittori come J.D. Salinger, Francis Scott Fitzgerald ne verranno influenzati; Kerouac addirittura in Sulla strada lo segnala come unico libro che il protagonista S. Paradise porta lungo il viaggio con sé.

Scritto alla vigilia della Grande Guerra, nella quale l’autore, Alain-Fournier, troverà la morte appena ventisettenne, Il grande Meaulnes è un romanzo sull’adolescenza e sull’amicizia. Il narratore, l’adulto François Seurel, rievoca il suo incontro con Augustin Meaulnes, un incontro che lo precipiterà in un mondo di avventure e di sogno, di amore romantico e idealizzato e di bruschi risvegli a contatto con la realtà. François non è infatti il protagonista della storia: il suo ruolo è quello di testimone e amico fraterno del personaggio centrale, Meaulnes, il grande Meaulnes.

L’avventura in cui Meaulnes si trova coinvolto per qualche giorno nel domaine mystérieux, il castello misterioso dove si tiene una strana festa, ha connotazioni fiabesche. Il racconto che il giovane Augustin fa all’amico François sembra sospeso in un mondo dove sonno e veglia, sogno e realtà finiscono col confondersi. Quando l’incantesimo svanisce, Meaulnes cercherà invano di ritrovare la strada per il castello: l’adolescenza volge al termine, vana è la ricerca di uno stato di grazia e di purezza che non potrà più essere raggiunto.

« Quando avevo scoperto il castello senza nome, ero ad un’altezza, ad un grado di perfezione e di purezza che non raggiungerò mai più. »

Più tardi, quando i due amici si separeranno, la realtà prenderà il sopravvento cancellando ogni magia dalla splendida avventura.
Quando François rievoca il racconto dell’amico con i suoi compagni del paese, è colpito dalla loro visione disincantata:

« Ho raccontato male la mia storia? Sembra non produrre l’effetto che mi aspettavo.
I miei compagni, da bravi campagnoli che non si meravigliano di niente, non si confondono con così poco.
«Beh, era una festa di matrimonio!» dice Boujardon.
Delouche a Préveranges ne ha vista una ancora più strana.
Il castello? Di sicuro in paese ci sarà qualcuno che ne ha sentito parlare.
La fanciulla? Meaulnes si sposerà con lei dopo aver fatto il servizio militare. »

Quando Meaulnes parte per Parigi e diventa adulto, la felicità sognata diventa impossibile. Partito alla ricerca di Yvonne, la fanciulla amata d’un amore romantico e puro, intreccia invece una relazione molto più terrena con Valentine, che rappresenta il personaggio femminile opposto ad Yvonne. Valentine è la femme fatale che porta dolore e sofferenza nella vita di Frantz de Galais e di Augustin Meaulnes, Yvonne è la donna angelicata che appartiene al mondo dell’adolescenza e della purezza, un personaggio che sembra ispirato dai romanzi cortesi. La concezione dell’amore ne Il grande Meaulnes si rifà infatti chiaramente alla letteratura medievale, e la stessa ricerca del castello misterioso richiama le avventure dei cavalieri alla ricerca del Santo Graal.

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Citazione:
Mentre il tempo passa, e il giorno sta per chiudersi ed io lo vorrei diggià morto, ci sono uomini che in esso hanno riposto ogni speranza, ogni amore, le forze estreme. Ci sono uomini agonizzanti, altri che temono una scadenza e vorrebbero che domani non arrivasse mai; altri ancora per i quali domani spunterà come un rimorso. Certi sono sfiniti e questa notte non sarà mai abbastanza lunga per dargli tutto il riposo che occorre. Ed io, che ho buttato la mia giornata, con che diritto oso invocare il domani?

 

 

 

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