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Anthony Shadid (Oklahoma City, 26 settembre 1968 – Siria, 16 febbraio 2012) è stato un giornalista statunitense, svolgendo l’attività di corrispondente per diverse testate giornalistiche per il Medio Oriente. Ha vinto il  Pulitzer per il giornalismo nel 2004 e nel 2010, per gli articoli scritti sulla guerra d’Iraq.

English: Journalist Anthony Shadid in a talk a...

English: Journalist Anthony Shadid in a talk at Harvard Law School (Photo credit: Wikipedia)

Figlio di statunitensi di origine libanese, Parlava correntemente la lingua araba e ha lavorato per il Washington Post, il Boston Globe e l’Associated Press. Nel 2009 è passato a far parte del New York Times. Per questa testata ha seguito l’evolversi della primavera araba del 2011, con lo scoppio delle proteste a Tunisi, per poi passare alle proteste egiziane.
È scomparso nel 2012 all’età di 43 anni in Siria a seguito di un attacco di asma causata da un’allergia ai cavalli.
La prematura scomparsa non gli ha permesso di vedere pubblicato il libro a cui teneva tanto, in cui ricostruisce la storia delle tante peregrinazioni della sua famiglia, e di quel Paese martoriato da decenni di guerre e paure, il Libano. Uno sguardo al passato, uno al presente, attraverso le tribolazioni recenti. Con la passione di chi recupera le proprie radici, percorre il suolo calpestato dagli avi, cercare di rimettere in piedi la casa posseduta dal bisnonno, ma anche con l’occhio giornalistico di chi conosce alla perfezione la materia che descrive.

La casa di pietra

Anthony Shadid, Add Edizioni,
Traduzione di Stefania Rega
Si comincia con una casa da rimettere in sesto, nel sud del Libano, una casa di famiglia in cui sono passati i propri avi accumulando oggetti, sentimenti, culture. Per un anno intero Anthony Shadid abita e ristruttura quella casa, scoprendo in quelle stanze, attraversate con il passo del cronista, la storia della propria famiglia e di tutto il Medio Oriente.

Muovendosi tra le grandezze e le meschinità dell’uomo, tra epoche di glorie e declino fino a una quotidianità sempre più difficile, Shadid racconta come si mischiano tra loro e come si scontrano le culture e perché ognuno di noi è inscindibilmente legato alle proprie radici. Finalista al National Book Award 2012

“Questo è sì un libro sulla guerra, sulla perdita, su una zona del mondo devastata e sulla toccante storia di una famiglia, ma è scritto con il candore e la poesia che lo rendono una lettura che non si vorrebbe finire mai.”
Dave Eggers

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Ancora Libano

nel convincente Pioggia di giugno, suo primo libro edito in Italia, Jabbour Douaihy narrava di un ritorno al villaggio d’origine, motivo in questo caso per ricercare le  cause di una insensata guerra fratricida, dei motivi che hanno portato a decenni di stragi e morti, agli effetti sulle vite della popolazione, sulla scomparsa del padre.  Ecco la sua seconda prova narrativa:

Jabbour Douaihy, San Giorgio guardava altrove, Feltrinelli

Trad Elisabetta Bartuli

Di nuovo sulle sue montagne ma anche a Tripoli e a Beirut, Jabbour Douaihy narra in questo romanzo la storia di Nizam, nato in una famiglia sunnita di Tripoli, seconda città del Libano, e allevato in un paesino di villeggiatura montana, Haoura, da un’abbiente famiglia maronita che gli darà il proprio nome e la propria religione. Ventenne, a Beirut, frequenta la gioventù rivoluzionaria sessantottina. È qui che lo sorprende lo scoppio della guerra civile. Ed è qui che affronta la sua duplice appartenenza, musulmana e cristiana, di cui lui non si è mai crucciato ma che nessuno, nelle due comunità, ha mai accettato. Nell’epilogo, tragico e al contempo demenziale, Nizam diventa metafora di un paese diviso dalla follia identitaria dei suoi abitanti.

Il tema dell’identità, delineato con originalità ed emozione, i personaggi, lo stile narrativo fluido e trasparente, ingentilito da descrizioni della natura molto poetiche, visionario nella follia e nella solitudine del protagonista, fanno di San Giorgio guardava altrove un romanzo davvero intenso e attuale che descrive il dramma di un uomo nato musulmano, cresciuto cristiano, e che da adulto non sa chi è, in un paese dove questa libertà non esiste.

“Chiunque vide Nizam al-‘Alami avanzare, quel mattino, schiena dritta e occhi fuori dalle orbite, lungo il marciapiede di destra, dal lato opposto rispetto al Tribunale militare e alla sede provvisoria del Parlamento, non ebbe bisogno di approfondimenti fisiognomici per capire che quel bel ragazzo biondo con gli occhi azzurri stava macinando qualcosa di ponderoso.”

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che fatica, da ragazzi, cercare un senso alle assurde guerre tra drusi, cristiano maroniti e altri che insanguinavano il Libano già negli anni Settanta. Guerre e divisioni che continuano anche ora, decenni dopo, a fare vittime. Un Paese per contro pieno di voglia di vita, e di spirito commerciale: la famosa “dolce vita” di Beirut era famosa in tutto il mondo mediterraneo, la città era considerata la Svizzera del Medio Oriente. Dolce vita che continua a dare segni di vita, appena le bombe e i cannoni tacciono. Nel romanzo per lettori dai nove anni che segnaliamo, Elizabeth Laird (già autrice de Un piccolo pezzo di terra, Feltrinelli, dedicato invece alla Palestina), racconta la sfida di una ragazza al duro mondo degli uomini che combattono. Salvare la vita della propria nonna, un gesto d’amore in opposizione alle scelte di morte!

Laird Elizabeth, Quando nel mio paese crescevano gli aranci,
Piemme

Aysha non sa perché il suo paese, il Libano, è in guerra. Sa solo che i combattenti hanno diviso la sua città in due. Da quando sua mamma è morta sotto i bombardamenti e suo padre ha dovuto emigrare per trovare lavoro, la ragazzina ha vissuto in un edificio martoriato dai proiettili con la nonna e i due fratellini. Adesso la nonna ha finito le medicine e per questo rischia la vita. Il destino però non ha fatto i conti con la testardaggine di Aysha, la quale non ha alcuna intenzione di lasciarla morire.
Farà di tutto per trovare un dottore, persino attraversare la famigerata Linea Verde, il confine che divide in due la sua città. Età di lettura: da 9 anni.

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