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Posts Tagged ‘libri recensiti’

Storia di Spagna, di Paese e di paese, del secolo scorso, che  passa impetuoso come un corso d’acqua sulle vite degli abitanti di un piccolo borgo, un minuscolo villaggio aragonese di lingua catalana destinato ad essere “spostato” di qualche chilometro per fare posto ad un’opera di ingegneria. Un gran bel testo, animato da una soffusa ironia che si spande sulle debolezze dei protagonisti e sul senso beffardo della Storia, sullo sradicamento che segue al gran trasloco, sul disgregarsi di una identità accelerata anche dal corso del tempo e dei mutamenti..

 

Un testo “quasi classico” riportato alla luce grazie all’occhio vigile di un piccolo editore, specializzato in narrativa iberica:

 

Jesus Moncada, Il testamento dei fiumi, Gran Via 

 

Situato alla confluenza dei fiumi Ebro e Segre, Mequinensa, paese un tempo fulcro di un importante bacino minerario e di un vivace traffico fluviale, conosce già il proprio destino: essere inghiottito dalle acque a causa dell’imminente costruzione di una grande diga sul fiume Ebro. Condannata all’inevitabile scomparsa, la memoria del villaggio s’infiamma e un secolo di storia rivive attraverso i ricordi dei suoi abitanti; minatori, marinai, ricchi borghesi, nobili decaduti, personaggi ora stravaganti ora ordinari intrecciano le loro voci per dar vita a un racconto polifonico e rievocare un passato mai dimenticato di lotte sociali e guerra civile, di eroismi e tradimenti, mettendo in luce la fitta trama delle ipocrisie e delle passioni che regolano i rapporti umani. Unanimemente riconosciuto come un classico della letteratura catalana contemporanea, fortemente iscritto nella memoria collettiva e ad oggi tradotto in quindici lingue, “Il testamento dei fiumi” è un magistrale affresco narrativo in cui confluiscono realtà e mito, ironia e tenerezza, nostalgia e impeto letterario.

 

Jesús Moncada (Mequinensa, 1941 – Barcellona, 2005) è autore di tre romanzi e tre raccolte di racconti. Il testamento dei fiumi è unanimemente considerato uno dei romanzi più importanti, e più tradotti, della letteratura catalana contemporanea, vincitore di numerosi riconoscimenti letterari (premio Nacional de la Crítica, premio Ciutat de Barcelona, premio Crítica Serra d’Or, tra gli altri), e finalista al premio Nacional de Literatura.

 

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English: Mequinensa dam Català: Presa de Mequinensa Español: Presa de Mequinensa (Photo credit: Wikipedia)

 

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“Sono tre anni che è finita la guerra, ma questa gente di contenuti nuovi non ha ancora riempito né le menti né le cose”. È una delle frasi pronunciate dal protagonista de La villa del lago, al suo ritorno nei luoghi dove ha combattuto durante il secondo conflitto mondiale. Nello specifico, il paese che ospitò la residenza del dittatore Mussolini. Lui ora è architetto, si sente ancora un esule dalla vita, condizione causata anche dalle origini slovene. L’incontro con la natura splendida, con le persone che lo hanno conosciuto gli fa capire che i sentimenti di benevolenza verso il dittatore non sono cambiati, che gli animi non hanno metabolizzato alcuna riflessione su quanto accaduto. Per fortuna, a volte i vuoti che si aprono con le guerre, possono cicatrizzarsi grazie all’incontro con qualcuno…
La prosa di Pahor e luminosa e di grande spessore, il tono ricorda i “ritorni” dei personaggi di Pavese,  il messaggio che il grande autore trasmette al lettore è comunque di speranza verso una ricostruzione delle coscienze.

Boris Pahor, La villa sul lago, Zandonai

A tre anni dalla fine della guerra, un architetto sloveno di Trieste – alter ego dell’autore – decide di far ritorno al paesino sulle rive del lago di Garda in cui aveva fatto il militare prima di essere catturato dai nazisti e internato nei campi di sterminio. Mirko ricerca i luoghi e i personaggi di un tempo, perché ha bisogno di convincersi di essere realmente sopravvissuto alla barbarie, ma scopre che l’assurdità e il vuoto del Dopoguerra ancora ristagnano nella mente di chi ha subìto la dittatura per vent’anni. E in quel luogo idillico dove fioriscono i limoni e prosperano i vigneti, l’alito del male e dell’insensatezza spira emblematicamente dalle mura della splendida villa che fu dimora del Duce durante la Repubblica di Salò.
Questo romanzo, forse il più luminoso dell’opera di Pahor, conferma l’incrollabile fede dello scrittore nella possibilità di rinascita dopo il massacro e nella forza rigeneratrice dell’amore. Al pari di Mirko anche Luciana, giovane operaia educata al culto dell’idolo fascista, è vittima della Storia; sarà l’amore ad aprirle gli occhi, ispirandole uno straordinario gesto di coraggio che la renderà adulta e libera nel corso di una sola notte.

Boris Pahor (1913), autentico patriarca della letteratura slovena e, per le sue coraggiose prese di posizione contro ogni forma di totalitarismo, punto di riferimento per più di una generazione di intellettuali e scrittori, vanta una vasta produzione letteraria, sempre animata dalla difesa della dignità della persona e delle identità nazionali e culturali. Dell’autore Zandonai ha pubblicato i romanzi Il petalo giallo (2007) e Una primavera difficile (2009) e la raccolta di racconti Il rogo nel porto (2008

“Lui le sorrise e sentì che gli si diffondeva in tutto il viso la silenziosa contentezza di chi sa che le parole disturbano e allontanano soltanto. Più di ogni cosa avrebbe desiderato esclamare: Su guidami! Cerchiamo insieme un giardino dove celare l’intenso turbamento che si sta impossessando di noi; non siamo forse due viandanti d’amore che provengono da due paesi molto lontani? Tu tessi ogni giorno il bianco lino perché i corpi umani non soffrano il freddo, io per quei corpi costruisco case. Abbiamo dunque il diritto di incontrarci e di vivere un istante di felicità. La grande assurdità postbellica aleggia ancora nell’aria, quel vuoto continua a incombere sugli uomini ma noi due lo disperderemo, come il vento disperde la nebbia; nel mezzo di una verde e fresca radura pianteremo un albero d’arancio primaverile, perché splenda come un piccolo sole su noi e su tutto il mondo. “

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È tornato in Svizzera il nonno “argentino” di Klaus Merz. La sua esperienza è raccontata con affetto dalla nipote, gli anni trascorsi nella pampa, sempre pensando alla ragazza amata rimasta in patria, e quelli del ritorno, con la sua scelta di dedicarsi con passione all’educazione (raccoglierà anche fondi per creare una biblioteca pubblica!). Chi era “l’argentino”? Come mai si era lanciato con tanto slancio nel tango, per poi dimenticarlo per sempre in Svizzera? Perché usava con tanta precisione le fotografie durante gli anni dell’insegnamento? Un libro delicato e poetico, con personaggi reali e desiderosi di vivere, ritratti ottimamente con leggerezza.  E con una sorpresa finale!

 

Klaus Merz, L’argentino, Casagrande

Alla classica rimpatriata con i vecchi compagni di scuola, Lena si trova a raccontare, prima a tutti e poi a un amico in particolare, la storia del nonno morto da poco. La rievocazione vivida ma delicata dell’«argentino» – così era soprannominato l’eccentrico maestro elementare – ci restituisce la storia di un giovane che, partito per la pampa alla ricerca dell’avventura nel vasto mondo, due anni dopo fa ritorno alla certezza del suo primo amore, mentre il segreto di un’altra donna lo accompagnerà per tutta la vita, custodito gelosamente insieme al mistero del tango. Ed è proprio in un finale a passo di danza che il racconto di Lena arriverà a suggellare il suo legame con il nonno e a intrecciare passato e presente nella nascita di un nuovo amore.

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Padre tedesco, madre ceca. Origini ebraiche. Sembra scontata la condanna per una famiglia benestante come quella della giovane Gita, durante la Seconda Guerra Mondiale. Solo lei riesce infatti a tornare a casa dopo la drammatica permanenza nei campi di sterminio, forse solo un fratello è riuscito a sopravvivere. Ma il ritorno non è come se lo aspettava: casa sua è stata requisita, altri vivono nelle sue stanze. La nazionalità tedesca del padre ha fruttato alla famiglia il marchio dell’intesa con il nemico, i loro averi non esistono più, sorte comune a tanti cittadini con sangue tedesco nelle vene, costretti ad un drammatico esodo oltre confine. Gita non capisce il motivo, non si arrenderà. Lo stile dell’autrice del libro, che si è meritato elogi dalla critica e Premi nella Repubblica Ceca, è aspro ed incisivo, le pagine che ne risultano, scritte in prima persona con la voce della protagonista, non si dimenticheranno facilmente!
RADKA DENEMARKOVA, I soldi di Hitler, Keller editore

Traduzione dal ceco Angela Zavettieri

Gita vuole tornare a casa. Rifugiarsi sotto una coperta calda e respirare gli odori quasi dimenticati dell’amata villa di famiglia. Ma quando nel 1945, sopravvissuta al campo di concentramento nazista, ritorna al proprio villaggio, scopre che la realtà è molto diversa da come l’aveva immaginata. A Puklice le proprietà dei genitori sono state confiscate. Ora sono occupate da estranei e chi, come lei, parla una lingua diversa viene scacciato come un nemico.
Però Gita è viva e sa che solo lì, all’ombra dei meli dell’infanzia, potrà trovare pace, ricordare ed esistere di nuovo.
Inizia così una storia vera, potente e commovente che attraversa tutto il secondo Novecento ed è allo stesso tempo una bruciante riflessione sull’odio e sul perdono.
Con I soldi di Hitler siamo di fronte a un romanzo intenso che srotola pagine come colpe che non possono essere dimenticate, caratterizzato da uno stile unico e affilato, con un’audacia e una poesia della narrazione che sono valse all’autrice il più importante premio letterario della Repubblica Ceca, il Magnesia Litera.

VINCITORE DEL MAGNESIA PRIZE
MIGLIORE ROMANZO DELL’ANNO NELLA REPUBBLICA CECA

Nata nel 1968, ha conseguito il dottorato in germanistica e boemistica nel 1997 presso l’Università Karlova di Praga. Ha lavorato per l’Istituto di letteratura ceca dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, come lettrice e drammaturga presso il teatro Na zábradlí. Dal 2004 si dedica  esclusivamente alla scrittura.
Ha pubblicato la monografia di Evald Schorm Sám sobě neprítelem (1998), e curato la raccolta Zlatá šedesátá (2000). Nel 2005 è uscita la sua prima opera in prosa, A já porád kdo to tluce. Il suo secondo romanzo I soldi di Hitler (2006) ha ottenuto il premio ceco “Magnesia Litera” nel 2007 per la prosa, i premi letterari tedeschi “Usedomska” nel 2011 e “Georga Dehia” nel 2012 ed è stato nominato al premio polacco “Angelus” nel 2009. Fra il 2010 e il 2012 è stato adattato e rappresentato al teatro Švandovo. Nel 2009 Radka Denemarková ha ricevuto ancora il premio “Magnesia Litera”, questa volta per la pubblicistica, con la monografia romanzata Smrt, nebudeš se báti aneb Príběh Petra Lebla.
Nel 2011 ha ricevuto il premio “Magnesia Litera” per la traduzione in ceco di L’altalena del respiro di Herta Müller. Del 2011 è il suo ultimo romanzo Kobold (Prebytky něhy.
Prebytky lidí).

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“non c’è posto per la pietà in una fattoria” è un po’ il succo del pensiero di Laura , divenuta moglie di Henry forse per sottrarsi al marchio di restare “zitella”. Per il marito si trasferirà nella fattoria dove vive la sua famiglia, scoprendo che se la vita in campagna è quotidianamente faticosa, quella nel Delta del Mississipi è ancor più opprimente: ignoranza e pregiudizi razziali, un capofamiglia (il GENERO) dall’animo ben più che burbero, nessun rispetto per le donne che aspirano a ribellarsi ad un costante stato di sottomissione, per coloro che pensano di avere una mente pensante.

È un esordio coi fiocchi quello di Hillary Jordan, capace di usare un linguaggio poetico ed immediato, di cui si apprezza immediatamente, dalla prima pagina, la fluidità ed il tono, e che getta uno sguardo tagliente ad un momento storico e ad un constesto geografico non molto esplorato dalla letteratura americana tradotta nel nostro Paese.

Hillary Jordan,
Fiori nel fango, Neri Pozza

Nella primavera del 1939, Laura Chappell incontra per la prima volta a Memphis Henry McAllan. Lei, piccola e scura, con marcati lineamenti francesi, ha trentun anni ed è ancora vergine: una «zitella sulla via della pietrificazione», come ironicamente si definisce. Insegna inglese in una scuola privata per ragazzi, canta nel coro della Calvary Episcopal Church e fa da baby-sitter ai suoi nipoti. Lui, quarantunenne che dimostra tutti i suoi anni soprattutto per via dei capelli candidi, ha mani forti, una solida aria di sicurezza e la deliziosa parlata del Delta del Mississippi.
Quando Henry McAllan le propone di sposarlo, Laura accetta di buon grado, certa che il primogenito di un clan rurale come Henry non possa che essere un buon marito e un padre premuroso dei suoi figli.
Il giorno in cui Henry decide di ubbidire al «richiamo della terra» dei McCallan e di trasferirsi col vecchio padre in una fattoria sul Delta del Mississippi, Laura lo segue fedele, portandosi dietro le due bambine nate un paio d’anni dopo il matrimonio.
Sul Delta del fiume, però, la vita si rivela completamente diversa dall’idillio che Laura aveva immaginato.
È costretta ad alzarsi all’alba, uscire e andare al gabinetto, rabbrividendo d’inverno e sudando d’estate. Poi deve togliere il fango dal pavimento, strofinare le casseruole e le facce delle bambine e dare da mangiare a tutti, anche al vecchio genitore di Henry nel capanno: un uomo odioso con una voce rappresa per il troppo fumo e gli occhi chiari, scaltri e severi sempre fissi su di lei e sulle bambine. Infine, ramazzare di nuovo e pulire la stalla fino a che non calano le ombre della sera.
Certo Laura ha stretto amicizia con Florence, la moglie di Hap Jackson, una nera dalla pelle scura come fuliggine e muscoli fibrosi come quelli di un uomo. Ma è un’amicizia che costa non poco lì sul Delta del Mississippi. Mostrando i suoi denti lunghi e color zafferano, il vecchio McCallan non lascia trascorrere giorno senza insultare i «negri» e il dottor Turpin, l’unico medico a disposizione per molte miglia, non fa nulla per nascondere il fatto che lui odia i «negri» semplicemente perché esistono.
Come un raggio di sole nel fango dei campi di cotone, un giorno fa però la sua apparizione Jamie, il fratello di Henry tornato dalla guerra in Europa. Bello e magro, con i capelli del colore di un penny appena coniato, a Jamie piace conquistare il prossimo. Quando parla con Laura, inclina la testa leggermente da un lato quasi voglia afferrare meglio le sue parole. E ogni mattina lascia fiori di campo in una bottiglia del latte sul tavolo della cucina, e sorride sempre felice alle bambine. Per Laura Chappell è una pericolosa e irresistibile tentazione…

Romanzo vincitore del Bellwether Prize.

Adulterio e razzismo, passioni e pregiudizi in «un romanzo che tiene il lettore col fiato sospeso».
The Independent

«Questa è scrittura elevata alla massima potenza, alimentata dalla feroce presenza della storia… Hillary Jordan scrive con la forza di un uragano. I suoi personaggi sono usciti dal Mississippi degli anni Quaranta e sono entrati nella mia testa lasciando solidarietà, rabbia e amore, lasciando il mio cuore battere all’impazzata».
Barbara Kingsolver

«Una rappresentazione superba dell’ira e della paura generate dal razzismo».
Publishers Weekly

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