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Una famiglia incredibile. Padre Premio Nobel (Thomas), e sei figli che faranno molto parlare di sé nel mondo, per tanti motivi. Vite travagliate, esperienze avventurose e drammi personali, il rifiuto di vivere nella patria d’origine, la Germania della dittatura. Da questa esperienza di profughi nasce il grande libro che vi proponiamo, di cui fu autore il primogenito maschio Klaus, morto suicida nel 1949 in un albergo di Cannes. Furono necessari molti anni all’autore per portare a compimento la sua opera, pubblicata ad Amsterdam nel 1939: fu unanimemente considerato il grande romanzo dell’esilio. Se nei primi capitoli la partenza dalla Germania può apparire come una sorta di “gita all’estero”, con i circoli di espatriati che animano le località più “in” dell’Europa, da Parigi a Zurigo, via via che il tempo passa e le notizie diventano sempre peggiori, con l’avanzata in Europa della follia nazista, anche la loro situazione appare per quella che è. Essere profughi significa a volte non avere un passaporto regolare, poter contare su scarse risorse economiche, la resistenza e la voglia di combattere viene meno, subentra lo sconforto, la caduta nella depressione e nelle dipendenze dalle droghe. A volte può capitare che una passione violenta possa ridare linfa a queste esistenze, che l’esasperazione sia pronta ad esplodere come può avvenire per l’eruzione di un vulcano

 

Thomas Mann mit Familie in Nidden

Thomas Mann mit Familie in Nidden (Photo credit: Wikipedia)

E’ evidente l’intrecciarsi in questo romanzo di finzione e autobiografia, propria e della sua famiglia: un ritratto terribile di una generazione senza patria.

 

 

Klaus Mann, Il vulcano, Gallucci

trad Ganni C.

“Il romanzo dell’esilio”. Nell’Europa in bilico verso la tragedia del secondo conflitto mondiale un gruppo di intellettuali tedeschi fugge dal nazismo. Tra loro uno scrittore omosessuale, un’attrice impegnata contro il regime, un professore ebreo cacciato dall’accademia. Nel 1933 si ritrovano a Parigi, e sembra quasi un piacevole intermezzo. Con il passare del tempo, però, la musica si incupisce e il viaggio attraverso Francia, Svizzera, Olanda, Cecoslovacchia, Spagna, Stati Uniti diventa sempre più logorante. Gli esuli cadono preda della solitudine, della disperazione, delle droghe. Il vulcano sta per esplodere.

 

“Il documento letterario più vivo di quel grande esodo intellettuale che fu una delle peggiori disgrazie dell’Europa”

 

ITALO ALIGHIERO CHIUSANO

 

Klaus Mann nacque nel 1906 a Monaco di Baviera, primo figlio maschio dello scrittore Thomas Mann. Attivista politico e assiduo frequentatore dell’ambiente intellettuale ai tempi di Weimar, nel 1933 scelse l’esilio, in aperta opposizione con il nuovo regime. A questi anni risale anche la decisione di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria, che culminò con opere importanti come Sinfonia patetica (1935), Mephisto (1936) e Il vulcano (1939), incentrato sulla condizione degli esuli tedeschi durante il nazismo. La sua vita intensa e tormentata, segnata dalla solitaria condizione di apolide, dall’abuso di droghe e da una dichiarata omosessualità, si concluse tragicamente a Cannes, dove morì suicida nel 1949.

 

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Per parallelo, viene naturale proporre questa novità di Zandonai editore. La famiglia dell’autore,originaria della Slovenia, risiedeva in Svizzera dal 1912. Nel 1938 le autorità svizzere decidono di espellere dal Paese chi non era cittadino elvetico, così ecco la storia di un forzato rientro nella terra d’origine, visto con gli occhi candidi di un bambino.

 

Lojze Kovacic,

I nuovi arrivati. La scuola dell’esilio,

Traduzione dallo sloveno di Darja Betocchi, Zandonai editore

 

Una lingua che non si capisce, ogni tanto può risultare piacevole. È come una specie di nebbia in testa. Può essere assai gradevole, davvero. Soprattutto finché non si riesce ancora a distinguere tra parole e sogno, è fantastico …

 

 

Seduto nell’ultimo banco c’è un bambino che sembra avere una macchia di inchiostro in fronte. Avvicinandoci scopriamo invece due splendidi occhi scuri che osservano stupefatti e impertinenti gli stravolgimenti del mondo circostante. Se ne sta in disparte perché le parole della sua lingua madre non vengono comprese, mentre quelle della sua nuova patria gli si bloccano in gola come cubetti di pietra.

A partire dai ricordi di quel “monello” straniato e taciturno – ma capace di regalare al lettore momenti di inaspettata tenerezza – Kovačič ha composto I nuovi arrivati, una trilogia riconosciuta tra le più grandi opere della letteratura europea del Novecento.

La scuola dell’esilio, prima parte di quest’opera, raccoglie un flusso ininterrotto di visioni e frammenti che oscillano tra la magia della favola e la crudezza del reale, ricomponendo da una prospettiva inedita gli sconvolgimenti politici che investirono la famiglia Kovačič durante gli anni della Seconda guerra mondiale.

 

Lojze Kovacic (1928 – 2004) è nato a Basilea da padre sloveno e madre tedesca. Quando nel 1938 la Svizzera provvede all’espulsione di chi è sprovvisto della cittadinanza elvetica, la famiglia decide di trasferirsi nel luogo natale del padre, un paesino sloveno di tradizione contadina. Dopo la laurea in slavistica e germanistica all’università di Lubiana, Kovačič ha lavorato come giornalista scontrandosi frequentemente con le autorità comuniste a causa di articoli critici e satirici. Ha insegnato a lungo arte e letteratura a Lubiana ed è stato membro sia della Associazione degli scrittori sloveni, sia dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti. La sua opera letteraria comprende numerosi romanzi e racconti di forte matrice autobiografica, che gli sono valsi il premio Preseren nel 1973 e il premio Kresnik nel 1991 e nel 2004. Le sue opere sono tradotte in inglese, tedesco, francese, ungherese, spagnolo e olandese. I nuovi arrivati ha posto Kovacic nel novero dei più grandi autori del Novecento al fianco di Péter Nádas, Danilo Kis, Ismael Kadaré e Czeslaw Milosz.

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