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davvero un grande storico, Emilio GENTILE, di quelli che vorresti invitare per una presentazione. Ecco la sua ultima fatica, dedicata alla figura dell’UOMO FORTE.
 
Emilio Gentile, Il capo e la folla, Laterza
 
 
 
Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governarle». Così scriveva nel 1895 Gustave Le Bon nel suo celebre libro Psicologia delle folle. Emilio Gentile rievoca le principali esperienze di partecipazione delle folle alla politicca dell’antichità di capi straordinari, che hanno governato con le folle per distruggere o per salvare la democrazia. Da Napoleone Bonaparte a Napoleone III, incontrando poi Franklin D. Roosevelt, Churchill, sull’attuale tendenza a trasformare il ‘governo del popolo, dal popolo, per il popolo’ in una democrazia recitativa, dove la politica diventa l’arte di governo di un capo, che in nome del popolo muta i cittadini in una folla apatica, beota o servile.
 
Attraverso la storia raccontata da Gentile, il lettore può forse trarre l’impulso a preservare la dignità della propria coscienza critica, evitando di essere assorbito nella folla sottomessa al capo in una democrazia recitativa.
 
Uno dei più importanti storici italiani esplora il rapporto che ha legato la folla a leader carismatici come Roosevelt, Mussolini, Lenin, Hitler, Ataturk, de Gaulle, Kennedy. E rivela le dinamiche all’interno delle masse, la seduzione delle parole e delle immagini, la personalizzazione della politica, gli effetti sulla democrazia. Attraverso la sua indagine, le persone che vogliono preservare l’autonomia della loro individualità in una democrazia recitativa possono forse apprendere come evitare di diventare una folla, che non può fare a meno di un padrone.
 
La caratteristica fondamentale della folla, protagonista della politica moderna, è il bisogno di un capo. Da ciò ha origine, nell’epoca contemporanea, la personalizzazione della politica e del potere anche nelle democrazie moderne. Nel 2009 “Le Monde” inserì fra i venti libri che hanno cambiato il mondo La psicologia delle folle di Gustave Le Bon, pubblicato nel 1895, tradotto in molte lingue e continuamente riedito fino ai giorni nostri. Le Bon insegnava ai capi che «conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governare». Politici molto diversi, democratici, totalitari o autoritari seguirono gli insegnamenti della Psicologia delle folle. Nella scia dell’opera di Le Bon, Emilio Gentile rievoca le principali esperienze di personalizzazione del potere nell’epoca contemporanea, da Napoleone a Kennedy: una riflessione storica utile per comprendere l’attuale tendenza a trasformare il ‘governo del popolo, dal popolo, per il popolo’, in una democrazia recitativa, fondata sul comando di un capo acclamato dalla folla.
 
«I caratteri specifici della folla sono la suggestionabilità, l’incapacità di ragionare, l’esagerazione dei sentimenti, il semplicismo delle opinioni e altre caratteristiche che apparentano la folla al bambino o agli esseri primitivi per “la facilità a lasciarsi impressionare dalle parole e dalle immagini, a farsi trascinare in atti lesivi dei suoi più evidenti interessi”.»
 
«Nella folla, le attitudini coscienti, razionali e intellettuali dei singoli individui si annullano, e predominano i caratteri inconsci. I fenomeni inconsci svolgono una parte preponderante nel funzionamento dell’intelligenza. E ciò accade non solo per una folla composta da individui senza cultura o appartenenti alle classi popolari, ma anche per una folla composta da individui colti o appartenenti alle classi superiori. Le decisioni di interesse generale prese da un’assemblea di uomini illustri, ma di specializzazioni diverse, non sono molto migliori delle decisioni che potrebbero esser prese in una riunione di imbecilli.»
 
«Nella psicologia delle folle, le immagini acquistano la vivacità delle cose reali e sono considerate reali: l’irreale predomina sul reale. Ciò va tenuto presente soprattutto nelle elezioni. Il capo candidato può promettere senza timore le più imponenti riforme. Le promesse esagerate producono sul momento un grande effetto e non impegnano affatto per l’avvenire, perché l’elettore non si preoccupa mai di sapere se l’eletto ha rispettato la proclamata professione di fede, in base alla quale avrebbe dovuto giustificare la sua elezione. Ma soprattutto il capo deve possedere il prestigio, l’elemento fondamentale della persuasione, la molla più forte di ogni potere.»
English: Mug shot of the revolutionary sociali...

English: Mug shot of the revolutionary socialist Benito Mussolini, later Italian Fascist leader Benito Mussolini, following his arrest by Swiss police for lack of identification papers. Italiano: Foto segnaletica del rivoluzionario socialista Benito Mussolini, later Italian Fascist leader Benito Mussolini, poi divenuto capo del Fascismo, dopo il suo arresto da parte della polizia svizzera per mancanza di documenti di identificazione. (Photo credit: Wikipedia)

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“Sono tre anni che è finita la guerra, ma questa gente di contenuti nuovi non ha ancora riempito né le menti né le cose”. È una delle frasi pronunciate dal protagonista de La villa del lago, al suo ritorno nei luoghi dove ha combattuto durante il secondo conflitto mondiale. Nello specifico, il paese che ospitò la residenza del dittatore Mussolini. Lui ora è architetto, si sente ancora un esule dalla vita, condizione causata anche dalle origini slovene. L’incontro con la natura splendida, con le persone che lo hanno conosciuto gli fa capire che i sentimenti di benevolenza verso il dittatore non sono cambiati, che gli animi non hanno metabolizzato alcuna riflessione su quanto accaduto. Per fortuna, a volte i vuoti che si aprono con le guerre, possono cicatrizzarsi grazie all’incontro con qualcuno…
La prosa di Pahor e luminosa e di grande spessore, il tono ricorda i “ritorni” dei personaggi di Pavese,  il messaggio che il grande autore trasmette al lettore è comunque di speranza verso una ricostruzione delle coscienze.

Boris Pahor, La villa sul lago, Zandonai

A tre anni dalla fine della guerra, un architetto sloveno di Trieste – alter ego dell’autore – decide di far ritorno al paesino sulle rive del lago di Garda in cui aveva fatto il militare prima di essere catturato dai nazisti e internato nei campi di sterminio. Mirko ricerca i luoghi e i personaggi di un tempo, perché ha bisogno di convincersi di essere realmente sopravvissuto alla barbarie, ma scopre che l’assurdità e il vuoto del Dopoguerra ancora ristagnano nella mente di chi ha subìto la dittatura per vent’anni. E in quel luogo idillico dove fioriscono i limoni e prosperano i vigneti, l’alito del male e dell’insensatezza spira emblematicamente dalle mura della splendida villa che fu dimora del Duce durante la Repubblica di Salò.
Questo romanzo, forse il più luminoso dell’opera di Pahor, conferma l’incrollabile fede dello scrittore nella possibilità di rinascita dopo il massacro e nella forza rigeneratrice dell’amore. Al pari di Mirko anche Luciana, giovane operaia educata al culto dell’idolo fascista, è vittima della Storia; sarà l’amore ad aprirle gli occhi, ispirandole uno straordinario gesto di coraggio che la renderà adulta e libera nel corso di una sola notte.

Boris Pahor (1913), autentico patriarca della letteratura slovena e, per le sue coraggiose prese di posizione contro ogni forma di totalitarismo, punto di riferimento per più di una generazione di intellettuali e scrittori, vanta una vasta produzione letteraria, sempre animata dalla difesa della dignità della persona e delle identità nazionali e culturali. Dell’autore Zandonai ha pubblicato i romanzi Il petalo giallo (2007) e Una primavera difficile (2009) e la raccolta di racconti Il rogo nel porto (2008

“Lui le sorrise e sentì che gli si diffondeva in tutto il viso la silenziosa contentezza di chi sa che le parole disturbano e allontanano soltanto. Più di ogni cosa avrebbe desiderato esclamare: Su guidami! Cerchiamo insieme un giardino dove celare l’intenso turbamento che si sta impossessando di noi; non siamo forse due viandanti d’amore che provengono da due paesi molto lontani? Tu tessi ogni giorno il bianco lino perché i corpi umani non soffrano il freddo, io per quei corpi costruisco case. Abbiamo dunque il diritto di incontrarci e di vivere un istante di felicità. La grande assurdità postbellica aleggia ancora nell’aria, quel vuoto continua a incombere sugli uomini ma noi due lo disperderemo, come il vento disperde la nebbia; nel mezzo di una verde e fresca radura pianteremo un albero d’arancio primaverile, perché splenda come un piccolo sole su noi e su tutto il mondo. “

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