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Posts Tagged ‘Poesie’

una poesia di Attilio Bertolucci, dedicata all’Emilia.

 

Emilia, ormai scurisce il tuo frumento

e il papavero esce a fare il bullo

e le viti mettono tenere ricci

e la sera i biancospini illuminano le stradette

dove non passano che tante biciclette.

Emilia, ormai le tue donne fioriscono le contrade

di nuove toilettes, e le rose rosse nei giardini

ascoltano quei pazzi usignoli querelarsi

senza ragione, come i soprani nelle opere.

La primavera era di una malinconia

sino a pochi giorni fa…

Ma venne il sole e si fa

come una ragazza a passeggio con un giovanotto:

ride di tutto negli occhi chiari.

Emilia, la tua calma ci ha stregati.

 

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EDGAR BAYLEY,
CAMBIO DI STAGIONE
 
I suoni della notte
così diversi
lo stormire di foglie
degli alberi vicini
l’andirivieni delle formiche
la fine dell’estate
portano un ordine nuovo
sul gradino
il predellino
nei capelli della notte
 
Un balcone semiaperto
la luce si gonfia come un fiume
rotolando per le scale
è il primo passo del sogno
nel falò lontano
 
Un uomo cammina solo
a tratti si ferma
osserva
ascolta una risata
la festa sta per cominciare
e infine balla
con la donna che lo invitava nei sogni
nella luce e nell’aria
nella notte sveglia
 
(da Nuove poesie, 1983)
 

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Grazie all’editore Casagrande, viene, per la prima volta, proposto in versione in italiana, con la cura e la traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla, rispettivamente dall’ungherese e dal francese, il volume di poesie, Chiodi, di quella grande scrittrice che è stata Agota Kristof,esule negli anni Cinquanta dall’Ungheria alla Svizzera, in cui resterà per il resto della sua vita. Per chi ha amato le pagine della Trilogia della città di K, e gli altri suoi libri pubblicati da EInaudi, un testo fondamentale per approfondire la sua ispirata vena letteraria, le sue tematiche.

 

http://www.edizionicasagrande.com/libri_dett.php?id=2694

 

 

 

 

    Chiodi,

    Agota Kristof, Casagrande Edizioni

 

Poesie

Collana «Scrittori»

 

Traduzione di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Prefazione di Fabio Pusterla

 

 

Quando nel 1956, poco più che ventenne, Agota Kristof fugge dall’Ungheria con la sua bambina di quattro mesi, oltre che dal paese dell’infanzia si separa dai quaderni che raccolgono le sue prime poesie.

 

Il dispiacere per la perdita di quei versi spinge l’autrice a riscriverli così come se li ricorda e forse a reinventarli. Negli anni, Kristof compone altre poesie, sia in ungherese che in francese, la sua nuova lingua, e poco prima di morire esprime il desiderio di vedere raccolte tutte queste poesie in un libro. Il desiderio si avvera nel 2017, quando le Éditions Zoé le pubblicano in un’edizione bilingue ungherese-francese, e si avvera oggi anche in italiano, grazie alle versioni di Vera Gheno e di Fabio Pusterla.

I temi di questi componimenti sono quelli ben noti ai tanti e fedeli lettori dei romanzi e dei racconti di Agota Kristof – lo smarrimento, la perdita, l’esilio, il ricordo dell’amore, l’attesa, il desiderio – ma qui, nell’immediatezza della poesia, sembrano raggiungere un grado di intensità ancora maggiore.

 

una sua poesia:

Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

tratta da:

http://www.leparoleelecose.it/?p=32249

 

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Memento, trovate Atlantide aperta domenica 24 in ORARIO CONTINUATO dalle 8,45 alle 19,30. E ora, Auguri con le parole di Alda Merini:
Non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
[Alda Merini, Terra d’Amore, 2003]

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ATTILIO BERTOLUCCI

MATTINO D’AUTUNNO

Un pallido sole che scotta
come se avesse la febbre
e fa sternutire quando
la gioia d’esser giovani
e di passeggiare di mattina
per i viali quasi deserti
è al colmo, illumina l’erba
bagnata e la facciata rosa
di un palazzo. Tutto è gioviale
buongiorno e sereno, raffreddore
e mezza stagione. E Goethe
in mezzo alla piazza sorride.

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decisamente un anno non avaro di cattive notizie, viene quasi da pensare già al 2018 (mancano 194 giorni). Intanto, ecco una poesia di Ghiannis Ritsos per la nuova stagione in arrivo, da domani.
 
UN’ALTRA ESTATE
 
Questi bei giorni di sole sottraggono ogni argomento alla tristezza.
Baluginano le case calcinate sparse sulla collina verde.
Ecco, anche un cavallo rosso nella piana. Torna qualcosa
di scordato dalle vecchie estati. Ma erano veri
quella ragazza nel campo di granturco e quel ragazzo
nell’oro del meriggio che faceva segno al battello di passaggio
con l’asciugamani da bagno. Eri vero
anche tu che non avevi niente di tuo
se non quello che donavi, e forse quello che donerai ancora.
 
Karlòvasi, 25.VII.87

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se avete a mente qualche poesia imparata sui libri di scuola, qualche decennio fa, questo libro fa per voi: Rodari, Edgar Lee Masters, De Andrè, insieme all’inossidabile Angiolo Novaro, sono le poesie scolastiche degli anni Sessanta.
Cloffete cloppete clocchete
Le poesie nei libri di scuola degli anni Sessanta, a cura di A.Manni
 
 
Introduzioni di Massimo Bray e Gino & Michele
 
 
Lungo sarebbe stato ancora il percorso da fare, ma fu in questi anni che si gettarono le basi per una didattica diversa, che insegnasse a pensare il mondo piuttosto che a mandarlo a memoria: una fase non ancora conclusa, e che, anzi, non è scevra di passi a ritroso. Eppure, in questa raccolta si avverte finalmente un’aria diversa e si respira l’intento di provare a costruire, seppur con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso, «una scuola grande come il mondo».
Massimo Bray
 
 
Questa Cloffete cloppete clocchete che si barcamena tra i Sessanta e i Settanta, è un’altra strepitosa tranche de vie, dopo Che dice la pioggerellina di marzo. Se là c’era il divino qui c’è il sublime, perché nulla è più godibile che l’anima pop della nostra infanzia e della nostra adolescenza, che poi è ciò che resta di profondo nella nostra personale crescita culturale.
Gino & Michele
 
 
Se in Che dice la pioggerellina di marzo erano raccolte le poesie più diffuse nei libri di scuola degli anni Cinquanta, e l’elemento caratterizzante era la piena continuità di contenuti e autori rispetto alle antologie del periodo fascista, in Cloffete cloppete clocchete si fa un passo in avanti, e il riferimento temporale diventa quello degli anni Sessanta.
Vi è una netta rottura dovuta al diverso clima sociale e culturale: irrompono nella scuola temi quali l’ambiente, il consumismo, il razzismo, il Terzo Mondo, il pacifismo, la Resistenza, il mal di vivere; e vi è una diversa visione di quelli tradizionali come la famiglia, la scuola, il lavoro, la natura.
Anche gli autori cambiano: accanto ai classici italiani (Pascoli, Leopardi, Manzoni, d’Annunzio) troviamo i contemporanei (da Montale a Quasimodo, da Ungaretti a Fortini, Saba, Calvino, Pavese), la novità dei poeti stranieri (Rilke, Neruda, Lorca, Prévert, Brecht, Auden, Edgar Lee Masters, Rimbaud e Baudelaire), quella più deflagrante dei cantautori (Gaber, De André), e ai “poeti di banco” (Zietta Liù, Pezzani, Lina Schwarz, Novaro) si accosta Gianni Rodari.
È iniziata la scuola nuova, che all’istruzione affianca l’educazione, la formazione dei cittadini della democrazia.

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