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Boris Pahor è il vero caso letterario dell’anno, la scoperta da parte degli italiani di un grande autore di novantacinque anni. La sua vicenda personale è nota: triestino di origine slovena, venne “annesso” all’Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale, con le politiche aggressive nei confronti delle minoranze perpetrate dallo Stato fascista. Le sue opere letterarie hanno dovuto essere pubblicate in mezza Europa prima di trovare il giusto spazio nel mercato editoriale italiano. Continuare a scrivere nella lingua madre, nonostante continuasse a vivere a Trieste, lo ha reso alieno alla cultura italiana. Finalmente la sua figura, la sua qualità letteraria, è stata riconosciuta, grazie al successo di Necropoli. Altre sue opere sono pubblicate da Zandonai editore, che ripropone ora questa sua raccolta di racconti, già edita da Nicolodi. Il rogo del porto del titolo fa riferimento all’incendio della Casa della Cultura Slovena a Trieste, negli anni del Fascismo.

IL ROGO DEL PORTO,di Boris Pahor,Zandonai

«A Dachau saremo più vicini a casa» osserva. Ecco, non posso fare diversamente, devo cercare di resistere come lui, vite di terra istriana. Dimenticare il corpo martoriato, le ferite sotto la coperta, cancellare gli urli lungo le file schierate sui terrazzamenti, credere nel gigante Tomaz.
«A Dachau saremo più vicini a Trieste» ribatte solenne.

Con Necropoli – narrazione concentrazionaria di lancinante grandezza che gli è valsa notorietà e premi internazionali – il nome di Boris Pahor è finalmente divenuto familiare anche nel nostro Paese. Ma Boris Pahor, scrittore sloveno e cittadino italiano, non si colloca nel panorama letterario europeo come autore di un solo libro; altri capolavori segnano il suo percorso creativo che ruota in prevalenza intorno al destino della gente slovena nel Novecento e alle suggestioni di una città elusiva e ammaliatrice come Trieste.
La prima di queste opere è la raccolta di racconti Il rogo nel porto, che non solo lievita ai livelli più alti della grande letteratura europea ma prelude a quasi tutta la restante produzione dell’autore quanto a temi e motivi ispiratori, restituendo al lettore italiano aspetti della storia contemporanea dimenticati o colpevolmente rimossi: le vicissitudini della comunità slovena sotto il fascismo, la difesa di un’identità culturale brutalmente conculcata, la violenza che investe umiliati e offesi di dostoevskijana memoria e annuncia l’orrore delle deportazioni nei campi di sterminio. Accanto alla limpida passione civile, tuttavia, la sensibilità di Pahor fa vibrare altre corde. Lo sguardo tenero sul fragile e indifeso mondo dell’infanzia, la lirica rievocazione di paesaggi marini e lande carsiche, le sottili notazioni psicologiche capaci di fotografare all’istante un personaggio danno la misura di un talento letterario tanto ricco da comporre in una visione più alta e armoniosa la frammentazione dell’esistenza, le sue ferite e la sua asprezza. Nel segno di una forza vitale che trae alimento tanto da una memoria implacabile quanto dalla pietà verso ogni creatura.

Boris Pahor (1913), vero e proprio decano della letteratura slovena, è nato e vive tuttora a Trieste, dove per molti anni ha insegnato letteratura italiana e slovena all’Istituto magistrale. Testimone coraggioso dei crimini perpetrati dal fascismo e voce vibrante di una minoranza linguistica perseguitata, durante la seconda guerra mondiale prese parte alla resistenza antifascista slovena. Tradito da una delazione finì deportato nei lager nazisti tra il gennaio 1944 e il 1945, una vicenda tragica ; rievocata nelle pagine del suo capolavoro Necropoli ; che ha dato un’impronta decisiva a tutta l’opera successiva. Intellettuale scomodo per le sue ferme prese di posizione a difesa delle identità nazionali e culturali, vanta una produzione letteraria assai vasta, iniziata nel 1948 con i racconti dal titolo Moj tsaski naslov (Il mio indirizzo triestino), che comprende romanzi e saggi tradotti in francese, tedesco, inglese, catalano, finlandese e persino in esperanto.
Presidente onorario dell’Associazione internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minoritarie, nel 1992 è stato insignito del massimo riconoscimento letterario sloveno, il premio Preseren. Più volte candidato al Nobel per la letteratura, nel 2001 ha ricevuto in Germania il Premio Bestenlisten per l’edizione tedesca di Necropoli. Per la sua attività di scrittore è stato nominato Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese. Nel 2007 il presidente della Repubblica francese lo ha insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore.
Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo La villa sul lago (Nicolodi, 2002), Il petalo giallo (Zandonai, 2007) e Necropoli (Fazi,

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