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Nel pluripremiato IL CUORE CUCITO Carole Martinez aveva descritto il percorso per sfuggire ad un destino avverso della giovane Frasquita nella Spagna del Novecento, tracciando uno splendido ritratto di donna.

Le tracce di questo sentiero si avvertono anche ne LA VERGINE DEI SUSSURRI, altra storia forte al femminile.

Una vera e propria eroina d’altri tempi Esclarmonde , la protagonista di questo romanzo che si rifiuta nella Francia del XII Secolo di pronunciareil fatidico “si” ad un cavaliere quantomeno prepotente il giorno del suo matrimonio, decidendo di dedicarsi completamente a Dio, facendosi murare in una cella del suo castello. E’ una voce forte la sua, rivolta direttamente al lettore, capace di inchiodarci alla pagina. Il suo rifiuto del mondo così com’è, pur preoccupata per il dolore causato al padre, la guiderà incredibilmente verso una nuova direzione: in tanti verranno a sussurrarle parole dallo spioncino della sua prigione, in attesa di una sua parola di conforto. Quella di Carole Martinez è una scrittura poetica ed elegante, sensuale e musicale, che ha convinto pubblico e critica di Francia: secondo al Prix Goncourt 2011 con tre voti contro i cinque del vincitore Alexis Jenni.

 

ps: e ora, non cercate CUORE CUCITO nelle librerie: è del 2009, ma è già stato cancellato dal catalogo. Triste fine dei libri se l’editore li considera USA E GETTA…

 

Carole Martinez,

La vergine dei sussurri, Mondadori

 

“Ero bella, non immagini quanto, bella come può esserlo una fanciulla a quindici anni. I signori del vicinato spiavano la preda. Ma di ciò che desideravo io nessuno si curava.” Esclarmonda è l’unica figlia femmina di un nobile feudatario nella Francia del XII secolo, un mondo che la vorrebbe docile e timorosa come si conviene a una giovane che solo deve incantare i cavalieri e tenere in scacco il loro cuore fino alle nozze più convenienti. Fanciulla dei suoi tempi, Esclarmonda è però anche un animo libero, di quelli che fanno la loro folgorante apparizione di tanto in tanto nei secoli e li rivoluzionano dal profondo.

Destinata a un’esistenza ancillare, scandalizza la nobile società rifiutandosi di pronunciare il “sì” davanti all’altare. Sceglie invece di dire “no”: al padre, all’arcivescovo vicario di Cristo, agli uomini, ai suoi padroni presenti e futuri. Rinuncia alle nozze con il bel Lotario e chiede il rispetto della sua scelta di reclusione volontaria in una cella murata, dove nella più buia solitudine si voterà a Dio. Contrariamente a quanto aveva immaginato, tuttavia, non rimarrà sola nel suo ritiro perché fin dal primo momento in molti si recheranno da lei per lasciarle un messaggio, un sussurro, e riceverne in cambio conforto e salvezza. Quel luogo di reclusione diventa allora per Esclarmonda un crocevia che unisce il suo destino al destino del mondo, la realtà dei vivi al luogo dei morti, e trasforma l’immobilità in un viaggio interiore senza confini.

Profetessa di anime, abitata da ciò che sente e da ciò che vede con gli occhi dello spirito, Esclarmonda sembra l’incarnazione di un miracolo. E del miracoloso ha anche la nascita, in quella cella murata, di suo figlio…

 

Carole Martinez (1966) vive nell’area di Parigi, dove lavora come insegnante. Il cuore cucito, suo romanzo d’esordio, è stato un caso editoriale in Francia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e ha vinto ben nove premi letterari.

 

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per noi Goya è un sommo artista, la sua arte rimane a testimoniare la sua grandezza. Non la pensava in questo modo Javier, il suo unico figlio, che invece vedeva in lui un egoista incapace di pensare agli affetti familiari: IL QUADRO NERO ci consegna con le sue tre voci narranti una vicenda fatta di rabbia, rivalità, sentimenti contrastanti. Un delizioso romanzo storico!

Il quadro nero, Dehnel Jacek, Salani

Saturn Devouring His Son, c. 1819–1823. Oil mu...

Saturn Devouring His Son, c. 1819–1823. Oil mural transferred to canvas, 143cm x 81cm. Museo del Prado, Madrid (Photo credit: Wikipedia)

Francisco Goya, una leggenda vivente, una personalità esplosiva, pittore acclamato presso le corti reali di tutta Europa, ma agli occhi del suo unico figlio Javier un mostro gaudente, un egoista che vive solo per l’arte, incapace di dare amore a chi lo circonda. Tre diverse voci, intrecciate tra loro, narrano in questo romanzo gli ultimi anni di vita del grande pittore spagnolo, fuggito in esilio a Bordeaux con la sua ultima amante, Leocadia e la figlia di lei, Rosario. Ascoltiamo così Francisco, Javier e Mariano – padre, figlio e nipote – uniti e separati dall’arte e da sentimenti confusi d’affetto, di rabbia, di rivalità. Francisco a Bordeaux dipinge e soffre per l’assenza di Javier, che da Madrid lancia le sue accuse contro un padre colpevole di aver sempre represso le sue passioni, di averlo costretto a un matrimonio non voluto, di aver forse, addirittura, insidiato sua moglie, fino a farlo dubitare della paternità di Mariano, che dal canto suo idolatra il nonno. Nemmeno la morte di Francisco riesce a spezzare questo claustrofobico e inquietante microcosmo. E su tutto aleggiano, terribili e bellissime, le “Pitture nere” della Quinta del Sordo – tra le quali spicca quel “Saturno che divora i suoi figli” che molto può spiegare di un rapporto impossibile – e che sono oggetto di una incredibile rivelazione finale, un colpo di scena degno di un thriller.

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Frutto di passione e anni di ricerche, Un’oncia di rosso cinabro getta luce su un’epoca storica e una collocazione geografica non frequentata dai tanti autori di romanzi storici in circolazione. E’ infatti la pianura romagnola – ravennate, il mondo artistico di fine Quattrocento ad essere indagato da Chiara Arrighetti con la competenza di chi ben padroneggia la materia, dando voce ai personaggi che animano la bottega di Francesco e Bernardino Zaganelli, pittori dell’epoca. Il loro mondo artistico, l’universo culturale di cui si nutriva, compresi i contatti con le scienze alchemiche, sono ricostruiti con precisione. Non mancano certo altri spunti per irretire il lettore: l’epidemia di peste che si diffonde nella zona, la crescita umana ed artistica del giovane allievo di bottega, la sua vicenda amorsa con Luna, figlia di uno dei due pittori, e un misterioso omicidio

Chiara Arrighetti, Un’oncia di rosso cinabro, CartaCanta

In una notte di aprile del 1499, mentre il prezioso feudo di Cotignola lotta contro l’ennesima epidemia di atra mors, un omicida si aggira pericolosamente per la bottega di Francesco e Bernardino Zaganelli, pittori di prestigio imparentati con la dinastia degli Sforza. Può essere lui il responsabile anche della propagazione del male? Il Consiglio generale e il notaio criminale Tommaso Buonanno spingono le indagini e le accuse in un’unica direzione, solo apparentemente scontata. L’odio profondo che divide i due fratelli e la scomparsa di alcune pagine di un preziosissimo almagesto alchemico coinvolgono Stefano di Bondinello, il migliore allievo della bottega, perdutamente innamorato di Luna Zaganelli, in una spirale di avvenimenti sempre più misteriosi e inestricabili. Ritratto di un Rinascimento dai mille volti, luminoso e assieme inquietante, dove le vicende artistiche e passionali dei principali personaggi si intrecciano a quelle quotidiane di un piccolo centro immerso nella pianura ravennate, “Un’oncia di rosso cinabro”, grazie a una ricerca storica sulle fonti originali e a un puntuale screening bibliografico, guida il lettore nel caleidoscopico universo della pittura e dell’alchimia, portandolo a chiedersi se davvero esiste “la certezza dell’impossibile”.

UN’ONCIA DI ROSSO CINABRO sarà presentato domenica 11 novembre presso  il MUSEO DEL CASTELLO DI BAGNARA, all’interno della rassegna TRAME OSCURE

Museo del Castello – Bagnara di Romagna
Novembre all’insegna dei libri al Castello

TRAME OSCURE – LA STORIA SI RACCONTA

Le quattro domeniche di novembre vedranno altrettante presentazioni di romanzi storici legati ad avvenimenti passati riguardanti il nostro territorio. Durante gli incontri saranno presenti gli autori intervistati da Lisa Emiliani.

4 novembre -  Mauro Mazzotti, “1512. La battaglia di Ravenna”
11 novembre -  Chiara Arrighetti. “Un’oncia di rosso cinabro”
18 novembre – Franco Foschi “Era il tempo del buio e del coltello”
25 novembre -  Rolando Dondarini, “La XIII porta”

Gli appuntamenti avranno inizio alle ore 17,00 e a seguire visita guidata al museo ed alla Rocca ad un prezzo speciale per i partecipanti.

Rocca sforzesca Piazza IV Novembre, 3  Bagnara di Romagna (RA)
Per info. http://www.comune.bagnaradiromagna.ra.it, 0545905501, 3316995930.

In collaborazione con Libreria Atlantide

I libri presentati:

1512. La battaglia di Ravenna
“La battaglia avvenuta a Ravenna fu il culmine di una serie di giochi politici, lotte e guerre tra la Lega Santa e l’esercito francese di Luigi XII. Questa battaglia segnò la fine della cavalleria e diede il via all’era dell’artiglieria pesante; la Romagna e Ravenna, in particolare, pagarono un alto prezzo.”

Un’oncia di rosso cinabro
“Anno Domini 1499. Un omicida si aggira per la bottega dei Francesco e Bernardino Zaganelli, pittori di prestigio imparentati con gli Sforza e divisi da un odio profondo.
Ritratto di un Rinascimento dai mille volti, luminoso e insieme inquietante, Un’oncia di rosso cinabro conduce il lettore nell’universo caleidoscopico della pittura e dell’alchimia.”

Era il tempo del buio e del coltello
“Un tuffo nel Medioevo emiliano-romagnolo  attraverso quattro storie che sono altrettanti affreschi di quel tempo di trasformazioni e incertezze, immense ricchezze e povertà. Le due visite dell’imperatore Carlo Magno a Bonònia, il monaco Guido d’Arezzo che, nell’abbazia di Pomposa, inventa la scrittura musicale, l’abolizione della schiavitù nel Comune di Bologna sancita dal Libro Paradiso e la tragica fine di Laura Malatesta e del suo amante Ugo d’Este.”

La XIII porta
“Un fitto mistero svelato pagina dopo pagina dalle disavventure di Diego, giovane spagnolo che nel 1498 giunge in città sulle tracce del nonno scomparso molti anni prima durante gli eventi burrascosi che portarono al trionfo e alla tragica fine di Annibale Bentivoglio e alla definitiva chiusura della “tredicesima porta” della cintura muraria di Bologna.”

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crime
L’autore del libro afferma di essere il diretto discendente della famiglia di carnefici di cui narra le gesta,e questo getta una luce un tantino inquietante sulla cosa, senza motivo logico. E’ una vivacissima ricostruzione storica del Seicento in Baviera, colta nei dettagli quotidiani con pazienza e precisione, tempi in cui bastava un sospetto per far spalancare al malcapitato di turno le porte del carcere . Un thriller storico particolare e molto intrigante che rappresenta il primo tassello di una piccola saga dedicata alle avventure di questa famiglia.

Oliver Pötzsch
La figlia del boia, Neri Pozza

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola – un cerchio sbiadito dalla cui estremità inferiore parte una croce – che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, davanti alla porta di casa, nella macabra scoperta del loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere che simboleggia la donna come controparte dell’uomo, la vita, ma anche la continuazione della vita dopo la morte… il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Sicché quando la piccola Maria, la mattina dopo che la madre adottiva scorge, lavandola nella tinozza, il fatidico cerchio sbiadito sulla sua spalla destra, scompare al seguito di una diabolica figura con una mano di ossa, gli abitanti di Schongau non hanno dubbi: la strega assassina è la levatrice, Martha Stechlin. È lei che ha tagliato la gola ai due bambini, è lei che, con un incantesimo, ha chiamato il demonio che ha rapito Maria.
Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo.
Jakob Kuisl, il boia di Schongau, un gigante alto quasi due metri, la barba nera e spinosa, le lunghe dita ricurve simili ad artigli, non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena, un’attraente ragazza dalle labbra carnose, le fossette sulle guance e gli occhi ridenti, e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino, un giovane con la chioma fino alle spalle e il pizzetto spuntato sul mento così ben visto tra il gentil sesso di Schongau.
I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile. Una verità che, per Jakob, Simon e Magdalena, può emergere solo nel giro di una settimana, il tempo che resta prima che il rogo venga approntato.
Attraverso un’impeccabile e suggestiva ricostruzione storica della società tedesca del Seicento, La figlia del boia conduce il lettore in un’epoca di superstizioni e follie collettive e delinea una stupefacente figura propria di quel mondo: il boia, un uomo temuto, emarginato e, ad un tempo, un esperto erborista e un illuminato.

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alatriste 01

alatriste 01 (Photo credit: vittoare)

Ritroviamo con piacere il Capitano Alatriste, alle prese questa volta con avventure sul suolo italiano, da Napoli a Milano, da Venezia a Roma arricchendosi così delle atmosfere delle città italiane del tempo. Il Seicento!
Come al solito l’intreccio è parecchio intrigante, come anche l’ambientazione e le caratterizzazione dei personaggi, dal primo all’ultimo. Certo,se il lettore non conosce Alatriste, meglio partire da uno dei romanzi precedenti, visto che Perez Reverte non si dilunga di certo per descrivere gli antefatti. Ma per gli aficionados, è un peccato non cogliere l’occasione per vedere l’eroe in trasferta!

Arturo Perez Reverte, Il ponte degli assassini, Tropea

La Napoli barocca del 1627, principale baluardo del re Filippo IV nel Mediterraneo, è un vero e proprio paradiso degli spagnoli: di stanza in Italia, il capitano Alatriste e il giovane Iñigo Balboa ne godono delizie e piaceri, ritemprando la salute e lo spirito. Ma un misterioso funzionario vestito di nero si presenta al capitano con una convocazione ufficiale, che non preannuncia nulla di buono. Sarà il poeta Francisco de Quevedo a illustrare al disilluso soldato la sua nuova missione, così rischiosa e difficile da apparire quasi un suicidio annunciato. Dopo alcuni abboccamenti a Roma e a Milano, un pugno di uomini dovrà raggiungere Venezia e assassinare il doge Giovanni Corner durante la messa di Natale, imponendo con la forza un nuovo governo, favorevole alla corona spagnola. Dalla parte di Alatriste, oltre ai compagni di sempre – il veterano Sebastián Copons e il pericoloso moro Gurriato – ci sarà altra gente di spada e di silenzio: soldati in grado di affrontare le imprese più rischiose e di tenere la bocca chiusa anche sul cavalletto di tortura; una cortigiana bellissima e spietata, che sa di uomini e di mondo e che lo conquisterà con le sue grazie; e un compagno d’avventura del tutto inaspettato (e sgradito): l’antico nemico Gualterio Malatesta, lo spietato assassino siciliano, con il quale il capitano dovrà stipulare una tregua (ovviamente temporanea) per scampare alle ombre della città lagunare.

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Velázquez uses subtle highlights and shading o...

Velázquez uses subtle highlights and shading on the face and clothes. (Photo credit: Wikipedia)

l ritratto di Venere di Riccardo De Palo, pubblicato da Cavallo di ferro, è dedicato ad uno dei pittori simbolo della ricca Spagna del Siglo de oro,  Diego Velasquez. Un’epoca florida e piena di tutti gli elementi che si possono immaginare: il potere e il lusso sfrenato, l’estrema ricchezza dei pochi e le miserie dei tanti. Riccardo de Palo ha creato una magnifica ricostruzione storica, dando vita attraverso una lunga confessione al ritratto di un grande artista, con i suoi sogni e le sue passioni.

IL RITRATTO DI VENERE,Riccardo de Palo, Cavallo di Ferro

Il pittore Diego Velázquez, artista preferito del re Filippo IV di Spagna, scrive in punto di morte una lettera all’amico Juan de Córdoba, raccontandogli la propria vita da quando era apprendista nella bottega del maestro Pacheco fino all’ultimo incarico ufficiale che lo ha prostrato e costretto a letto.
Dopo le nozze con Juana e le prime prove artistiche, grazie alle sue incredibili doti, Velázquez viene presto invitato a corte, dove diventa testimone privilegiato del «Siglo de oro» dell’arte e della letteratura spagnola. Potrà dunque incontrare molti dei grandi protagonisti del tempo, come Francisco de Quevedo, Luis de Góngora, Calderón de la Barca, Lope de Vega.
E sarà il pittore Rubens a convincerlo della necessità di fare il primo viaggio in Italia per studiare i capolavori di Michelangelo, di Raffaello, di Tintoretto.
Pur sentendo un forte legame con questa terra e nonostante la vita di corte a Madrid gli vada stretta, Velázquez riuscirà a tornare a Roma soltanto a cinquant’anni, incaricato dal sovrano di acquisire inestimabili opere d’arte per adornare il palazzo reale. Ma stavolta, quando sarà costretto a fare ritorno ai suoi doveri, porterà con sé molto più di un’esperienza artistica senza pari, dovrà combattere con una passione trascinante.
Questo colto e raffinato primo romanzo biografico sulla vita di Diego Velázquez, il «pittore dei pittori», racconta di un’epoca sfolgorante di arte e ricchezze, eppure sull’orlo di un baratro, in un’Europa bagnata dal sangue dello scontro fra i regni di Spagna e Francia.

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 Come Le Osservazioni, anche I Gillespie costruisce un raffinato e brioso ritratto storico di epoca(la Glasgow dell’Esposizione universale) e personaggi, in questo caso ritraendo con bravura l’ossessione in cui la protagonista finisce per cadere. Raffinate e precise le descrizioni dei rapporti che si creano e si modificano, il sentimento che prende piede e si rafforza, mutando il tono del romanzo….

Jane Harris, I Gillespie, Neri Pozza

Nella primavera del 1888, in seguito al decesso della zia da lei amorevolmente accudita, Harriet Baxter decide di lasciare Londra e viaggiare alla volta di Glasgow. Trentacinque anni, nubile, una piccola rendita annua cui attingere, l’intraprendenza necessaria a sfidare i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle donne sole in viaggio, Harriet arriva nella seconda città dell’Impero nell’anno in cui, in occasione dell’Esposizione Internazionale, la vita artistica e culturale della città è animata dagli osannati artisti di Edimburgo e dai protagonisti della «nuova scuola» scozzese, il celebre sodalizio di pittori noto come «i ragazzi di Glasgow».
Non sono, però, i padiglioni dove si celebra il grandioso spettacolo dell’Esposizione, né le numerose serate mondane che ne rallegrano gli eventi, ma le strade di Glasgow, con il loro giocoso andirivieni di cappelli e parasoli e i loro marciapiedi così pullulanti di forestieri, a offrire a Harriet Baxter l’opportunità della sua vita, la svolta che ne determina il destino.
Durante una passeggiata in una giornata insolitamente calda, Harriet soccorre una distinta signora di circa sessant’anni stramazzata al suolo per un malore sconosciuto. Qualche giorno dopo si ritrova a onorare l’invito, elargito in segno di riconoscenza per il suo bel gesto, a casa dei Gillespie, la famiglia della donna soccorsa. Un appartamento di gente non povera, ma di certo non navigante nell’oro a giudicare dall’incerata sul tavolo lisa in più punti e da tazzine e piattini sbreccati. Un appartamento in cui si aggirano Elspeth, l’esuberante madre del padrone di casa che impartisce ordini puntualmente inevasi; Mabel, la figlia di Elspeth inacidita per essere stata abbandonata sull’altare; Kenneth, il figlio belloccio tormentato da un segreto inconfessabile; Annie, la dolce moglie del padrone di casa alle prese con l’educazione di due figlie, le ristrettezze economiche e una irrisolta vocazione artistica; le due bambine, la piccola, deliziosa, timida Rose e Sybil dallo sguardo freddo e inflessibile; e, infine, nelle rare occasioni in cui osa mettere il naso fuori dal suo studio-soffitta, il padrone di casa, Ned Gillespie, un giovane, geniale pittore dai tratti meravigliosamente regolari e piuttosto avvenenti, e una punta di tristezza negli occhi blu oltremare.
L’incontro con Ned Gillespie risulta fatale per Harriet Baxter. In lei si fa strada la convinzione, che si muta poi in una missione e, infine, in una vera e propria ossessione, di dover salvare Ned Gillespie. Salvarlo dalla sua indigenza, che gli impedisce di dare libero sfogo alla sua creatività, e salvarlo dalla sua turbolenta famiglia che minaccia di soffocare il suo talento.
Una convinzione che, come ogni ossessione, trascina inevitabilmente dietro di sé l’ombra della tragedia.

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Un autore circondato dal mistero, Franz Zeise. Nato in Polonia nel 1896, interprete e traduttore affascinato dalla Spagna, visse a Berlino non si sa fino a quando. Certamente era ancora vivo nel 1954. Poi sappiamo che terminà la sua esistenza in una casa di riposo nel 1961. Abbiamo di fronte una sontuosa e vivida ricostruzione del ’500, dell’Europa di quel  periodo,vista attraverso le gesta di Giovanni d’Austria, figlio bastardo dell’imperatore Carlo V, seguito nelle pagine del libro dai fatti che portarono al suo concepimento e fino alla morte in Belgio, ricordato per la sua carriera militare che lo vide al comando della flotta della Lega Santa con la quale sconfisse gli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571.

 

 

Franz Zeise
L’Armada, Sellerio

Il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.

Traduzione dal tedesco di Anita Rho
Introduzione di Leonardo Sciascia

L’Armada, prodigioso romanzo del 1936 travolto dai travagli della storia (come accadde all’autore di cui si perdono le tracce, demente in un ospedale) è innanzitutto il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.
Il romanzo comincia nel 1546, a Ratisbona, con l’«inquadratura» di Carlo V presente in città per contrastare i principi ribelli. E «inquadrare» definisce appropriatamente la prosa sinuosa di Zeise: fortemente visiva, sembra spostarsi come lente su un paesaggio, ora a ingrandire particolari minuti ora ad allargare panoramiche. Tutti credono l’imperatore assorto in grandi progetti, lui invece, chiuso in camera, con i ferri da calza intreccia una nappa per la spada e di notte rivive gli incubi della madre pazza. Per sedarne l’inquietudine morbosa, un cortigiano gli introduce in stanza la bella figlia di un mastro cintaio. Così l’Imperial Bastardo sarà il frutto della malinconia di un vecchio. Il romanzo ne seguirà la sorte fino all’estremo giorno da governatore sotto le torri di Namur, in un seguito di forza, follia e passioni drammaticamente culminante nella descrizione della battaglia di Lepanto ma senza che mai si alzi sguardo da questa misura terrestre e bassa con cui abbiamo scorto all’inizio l’incubo dell’imperatore. Pulsa d’intensissima vita l’«impero» di Filippo II. Dalle anse del Duero, alle città dei Paesi Bassi, al Mediterraneo luccicante. Mondo confuso, brulicante e ardente, di miserie e di traffici, di auto da fé e ferocie plebee, di lanzichenecchi e prostitute, e hidalgos, impastati di orgoglio, di vendette e di guerra. E in questo moto continuo, qui e là si accendono in rilievo le figure dei grandi: Andrea Doria, il veneziano Venier, Marcantonio Colonna, il Grande Inquisitore, la cortigiana Fanitza, il gran Capudan campione dell’Islam, il cardinal Farnese e il papa Pio.
Scritto nell’atmosfera liberale della repubblica di Weimar, il romanzo uscì fortunosamente dopo l’avvento di Hitler. Cadde quindi, causa il tema e l’atmosfera da «incubo corrusco e oscuro del potere», immediatamente in una semiclandestinità. A questa, in Italia – dopo una prima traduzione dell’editore De Silva – lo sottrasse Leonardo Sciascia, promovendone nel 1977 l’edizione, con l’indimenticabile scritto che ripubblichiamo, e la riedizione nel 1989. E poiché dell’Armada non si è mai parlato abbastanza, lo ripresentiamo oggi al lettore.

Scarne le notizie di Franz Zeise. Nacque nel 1896 a Myslowitz, Slesia, morì nel 1961, dimenticato, in una casa di riposo presso Amburgo. Fu drammaturgo e romanziere. Di Zeise questa casa editrice ha pubblicato Don Juan Tenorio (1992) e L’Armada (1977, 1989, 2012).

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English: (looking down) Buchannan Street, Glas...

Image via Wikipedia

 Come Le Osservazioni, anche I Gillespie costruisce un raffinato e brioso ritratto storico di epoca(la Glasgow dell’Esposizione universale) e personaggi, in questo caso ritraendo con bravura l’ossessione in cui la protagonista finisce per cadere. Raffinate e precise le descrizioni dei rapporti che si creano e si modificano, il sentimento che prende piede e si rafforza, mutando il tono del romanzo….

Jane Harris, I Gillespie, Neri Pozza

Nella primavera del 1888, in seguito al decesso della zia da lei amorevolmente accudita, Harriet Baxter decide di lasciare Londra e viaggiare alla volta di Glasgow. Trentacinque anni, nubile, una piccola rendita annua cui attingere, l’intraprendenza necessaria a sfidare i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle donne sole in viaggio, Harriet arriva nella seconda città dell’Impero nell’anno in cui, in occasione dell’Esposizione Internazionale, la vita artistica e culturale della città è animata dagli osannati artisti di Edimburgo e dai protagonisti della «nuova scuola» scozzese, il celebre sodalizio di pittori noto come «i ragazzi di Glasgow».
Non sono, però, i padiglioni dove si celebra il grandioso spettacolo dell’Esposizione, né le numerose serate mondane che ne rallegrano gli eventi, ma le strade di Glasgow, con il loro giocoso andirivieni di cappelli e parasoli e i loro marciapiedi così pullulanti di forestieri, a offrire a Harriet Baxter l’opportunità della sua vita, la svolta che ne determina il destino.
Durante una passeggiata in una giornata insolitamente calda, Harriet soccorre una distinta signora di circa sessant’anni stramazzata al suolo per un malore sconosciuto. Qualche giorno dopo si ritrova a onorare l’invito, elargito in segno di riconoscenza per il suo bel gesto, a casa dei Gillespie, la famiglia della donna soccorsa. Un appartamento di gente non povera, ma di certo non navigante nell’oro a giudicare dall’incerata sul tavolo lisa in più punti e da tazzine e piattini sbreccati. Un appartamento in cui si aggirano Elspeth, l’esuberante madre del padrone di casa che impartisce ordini puntualmente inevasi; Mabel, la figlia di Elspeth inacidita per essere stata abbandonata sull’altare; Kenneth, il figlio belloccio tormentato da un segreto inconfessabile; Annie, la dolce moglie del padrone di casa alle prese con l’educazione di due figlie, le ristrettezze economiche e una irrisolta vocazione artistica; le due bambine, la piccola, deliziosa, timida Rose e Sybil dallo sguardo freddo e inflessibile; e, infine, nelle rare occasioni in cui osa mettere il naso fuori dal suo studio-soffitta, il padrone di casa, Ned Gillespie, un giovane, geniale pittore dai tratti meravigliosamente regolari e piuttosto avvenenti, e una punta di tristezza negli occhi blu oltremare.
L’incontro con Ned Gillespie risulta fatale per Harriet Baxter. In lei si fa strada la convinzione, che si muta poi in una missione e, infine, in una vera e propria ossessione, di dover salvare Ned Gillespie. Salvarlo dalla sua indigenza, che gli impedisce di dare libero sfogo alla sua creatività, e salvarlo dalla sua turbolenta famiglia che minaccia di soffocare il suo talento.
Una convinzione che, come ogni ossessione, trascina inevitabilmente dietro di sé l’ombra della tragedia.

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Un autore circondato dal mistero, Franz Zeise. Nato in Polonia nel 1896, interprete e traduttore affascinato dalla Spagna, visse a Berlino non si sa fino a quando. Certamente era ancora vivo nel 1954. Poi sappiamo che terminà la sua esistenza in una casa di riposo nel 1961. Abbiamo di fronte una sontuosa e vivida ricostruzione del ’500, dell’Europa di quel  periodo,vista attraverso le gesta di Giovanni d’Austria, figlio bastardo dell’imperatore Carlo V, seguito nelle pagine del libro dai fatti che portarono al suo concepimento e fino alla morte in Belgio, ricordato per la sua carriera militare che lo vide al comando della flotta della Lega Santa con la quale sconfisse gli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571.

 

 

Franz Zeise
L’Armada, Sellerio

Il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.

Traduzione dal tedesco di Anita Rho
Introduzione di Leonardo Sciascia

L’Armada, prodigioso romanzo del 1936 travolto dai travagli della storia (come accadde all’autore di cui si perdono le tracce, demente in un ospedale) è innanzitutto il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.
Il romanzo comincia nel 1546, a Ratisbona, con l’«inquadratura» di Carlo V presente in città per contrastare i principi ribelli. E «inquadrare» definisce appropriatamente la prosa sinuosa di Zeise: fortemente visiva, sembra spostarsi come lente su un paesaggio, ora a ingrandire particolari minuti ora ad allargare panoramiche. Tutti credono l’imperatore assorto in grandi progetti, lui invece, chiuso in camera, con i ferri da calza intreccia una nappa per la spada e di notte rivive gli incubi della madre pazza. Per sedarne l’inquietudine morbosa, un cortigiano gli introduce in stanza la bella figlia di un mastro cintaio. Così l’Imperial Bastardo sarà il frutto della malinconia di un vecchio. Il romanzo ne seguirà la sorte fino all’estremo giorno da governatore sotto le torri di Namur, in un seguito di forza, follia e passioni drammaticamente culminante nella descrizione della battaglia di Lepanto ma senza che mai si alzi sguardo da questa misura terrestre e bassa con cui abbiamo scorto all’inizio l’incubo dell’imperatore. Pulsa d’intensissima vita l’«impero» di Filippo II. Dalle anse del Duero, alle città dei Paesi Bassi, al Mediterraneo luccicante. Mondo confuso, brulicante e ardente, di miserie e di traffici, di auto da fé e ferocie plebee, di lanzichenecchi e prostitute, e hidalgos, impastati di orgoglio, di vendette e di guerra. E in questo moto continuo, qui e là si accendono in rilievo le figure dei grandi: Andrea Doria, il veneziano Venier, Marcantonio Colonna, il Grande Inquisitore, la cortigiana Fanitza, il gran Capudan campione dell’Islam, il cardinal Farnese e il papa Pio.
Scritto nell’atmosfera liberale della repubblica di Weimar, il romanzo uscì fortunosamente dopo l’avvento di Hitler. Cadde quindi, causa il tema e l’atmosfera da «incubo corrusco e oscuro del potere», immediatamente in una semiclandestinità. A questa, in Italia – dopo una prima traduzione dell’editore De Silva – lo sottrasse Leonardo Sciascia, promovendone nel 1977 l’edizione, con l’indimenticabile scritto che ripubblichiamo, e la riedizione nel 1989. E poiché dell’Armada non si è mai parlato abbastanza, lo ripresentiamo oggi al lettore.

Scarne le notizie di Franz Zeise. Nacque nel 1896 a Myslowitz, Slesia, morì nel 1961, dimenticato, in una casa di riposo presso Amburgo. Fu drammaturgo e romanziere. Di Zeise questa casa editrice ha pubblicato Don Juan Tenorio (1992) e L’Armada (1977, 1989, 2012).

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Claude Garamond

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Anna Cuneo è nata a Parigi da immigrati italiani, ha studiato a Milano, Firenze, Losanna e Plymouth, vive in Svizzera: logico aspettarsi da questo melange un discreto interesse per la storia europea, e che i suoi libri siano ambientati in luoghi diversi .
Il maestro di Garamond è infatti un gran bel romanzo storico, dedicato all’ideatore del carattere di stampa che porta il suo nome, quello con cui è stato scritto questo articolo, ma anche (e forse soprattutto) all’importanza della parola scritta, della libertà di esprimere le proprie opinioni attraverso le parole, contro il silenzio e l’oscurantismo. Un testo che sarà molto amato anche dai bibliofili, per il percorrere con precisione tappe che hanno segnato la storia del libro, per il fatto di presentare tra i vari personaggi reali che lo percorrono, anche quell’Aldo Manuzio, prototipo della figura dell’editore!

Il maestro di Garamond, Anna Cuneo, Sironi

La diffusione della stampa, la nascita della Riforma e il dramma delle persecuzioni religiose: tra Parigi, Venezia e Basilea, il destino di Antoine Augereau, editore umanista e genio della tipografia, giustiziato come eretico.

«Avete notato cosa succede a quelli che prestano i loro servigi alla nobile Margherita? Maestro Lefèvre esiliato, monsignor Briçonnet isolato. Ho sentito dire dei padri di Meaux, che sono dovuti fuggire a Strasburgo, a Basilea, a Ginevra e chissà dove. E il cavaliere di Berquin? Morto come l’eretico che non era! E maestro Roussel? Perseguitato! Hanno dovuto tirar fuori maestro Marot di prigione non so quante volte…»
È il crepuscolo del 24 dicembre 1534: mentre Parigi si accinge a festeggiare il Natale, in place Maubert un uomo viene giustiziato; subito dopo il suo corpo è bruciato su una pira alimentata da libri.
Quell’uomo era Antoine Augereau: letterato, editore umanista, geniale incisore di caratteri tipografici, nonché accusato di essere l’autore blasfemo dei manifesti contro la messa cattolica, affissi in tutta Parigi. Al suo supplizio assiste l’allievo ed erede spirituale Claude Garamond, il cui destino sarà realizzare la lezione del maestro e, paradossalmente, oscurarne il nome.
È di Claude la voce che racconta la storia di Augereau e, insieme, la propria.
La loro avventura – al tempo in cui Grand-Rue Saint-Jacques a Parigi contava più tipografie che case private – è un intreccio che unisce i segreti della stampa alla storia delle idee, alla nascita della Riforma e alle persecuzioni religiose, all’incontro con personaggi storici come Manuzio, Erasmo, Rabelais, Margherita di Navarra, Calvino… Rappresenta i valori del pensiero moderno quando cominciavano a forgiarsi: un pensiero umanista in lotta contro il fanatismo, un pensiero aperto, che aspira alla libera e universale trasmissione del sapere.

Anna Cuneo, figlia di emigrati italiani, è nata a Parigi, ha studiato a Milano, Firenze, Losanna e Plymouth, vive in Svizzera tra Ginevra e Zurigo. Laureata in lettere moderne è stata insegnante, giornalista, regista per la radio, il teatro, il cinema e la televisione. Ha scritto nel 1967 Gravé au diamant, il primo romanzo.
Oggi sta scrivendo l’ultimo dei suoi oltre trenta libri, tra cui alcuni gialli. Dopo una prima fase di racconti più legati alla propria biografia, l’autrice si è dedicata ai romanzi storici, con grande gusto e cura per la ricostruzione di personaggi, ambienti e vicende meno noti ma di grandissimo fascino.
Accanto a Il maestro di Garamond (edizione originale, 2002) ricordiamo il suo pluripremiato romanzo Le trajet d’un rivière (Il corso del fiume, in uscita prossimamente per Sironi).
Le sue opere sono pubblicate in Svizzera, Francia, Germania, Olanda e altrove e hanno meritato negli anni numerosi premi letterari.
Nel luglio 2010, Anna Cuneo ha ricevuto l’onorificenza francese di Chevalier des Arts et des Lettres.

 

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Alejandro de Humboldt National Park in eastern...

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Un potente romanzo storico, dalle notevoli qualità letterarie: ecco a voi Gli occhi dell’uragano, di Berta Serra Manzanares; un libro corposo, incentrato sull’incontro con una realtà diversa da quella immaginata che la protagonista, Clara Martì, incontrerà lasciando Barcellona per Cuba, nel XIX secolo. Niente paradisi tropicali, ma un luogo dominato dalla violenza e dalla cupidigia degli uomini, dalla sopraffazione dei negrieri nei confronti degli schiavi, del potere verso i deboli.

Gli occhi dell’uragano, Berta Serra Manzanares , La nuova frontiera

Clara Martí è poco più che una bambina quando, per sposare suo cugino Conrado Grau, lascia Barcellona alla volta di Cuba. L’isola, la perla dei Caraibi, alla metà del XIX secolo non è quel luogo incantevole di cui si favoleggia nel vecchio continente e per il quale tanti giovani hanno attraversato l’oceano, ma è anzitutto un luogo scosso da passioni devastanti come uragani e lacerato da contraddizioni violente come la luce che acceca il malecón dell’Avana.
L’industria dello zucchero e la tratta degli schiavi moltiplicano le ricchezze dell’incipiente borghesia avanese che, sempre più lontana dalla madrepatria, è scossa da aneliti di indipendenza.
Clara giunge in questa Cuba coloniale e schiavista, esuberante e struggente. Giovane e ingenua, si trova a dover fare i conti con un mondo dominato da uomini senza scrupoli, da negrieri pronti a sacrificare ogni cosa pur di fare fortuna.

Berta Serra Manzanares (Barcellona, 1958) è laureata in Filologia e attualmente insegna in un liceo di Terrassa. Dopo aver pubblicato due libri di poesie, nel 1997, con il suo primo romanzo El otro lado del mundo, è stata finalista del Premio Herralde, ricevendo un unanime plauso dalla critica. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo El oeste más lejano e nel 2009 Gli occhi dell’uragano.

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