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Posts Tagged ‘romanzi storici consigliati’

alatriste 01

alatriste 01 (Photo credit: vittoare)

Ritroviamo con piacere il Capitano Alatriste, alle prese questa volta con avventure sul suolo italiano, da Napoli a Milano, da Venezia a Roma arricchendosi così delle atmosfere delle città italiane del tempo. Il Seicento!
Come al solito l’intreccio è parecchio intrigante, come anche l’ambientazione e le caratterizzazione dei personaggi, dal primo all’ultimo. Certo,se il lettore non conosce Alatriste, meglio partire da uno dei romanzi precedenti, visto che Perez Reverte non si dilunga di certo per descrivere gli antefatti. Ma per gli aficionados, è un peccato non cogliere l’occasione per vedere l’eroe in trasferta!

Arturo Perez Reverte, Il ponte degli assassini, Tropea

La Napoli barocca del 1627, principale baluardo del re Filippo IV nel Mediterraneo, è un vero e proprio paradiso degli spagnoli: di stanza in Italia, il capitano Alatriste e il giovane Iñigo Balboa ne godono delizie e piaceri, ritemprando la salute e lo spirito. Ma un misterioso funzionario vestito di nero si presenta al capitano con una convocazione ufficiale, che non preannuncia nulla di buono. Sarà il poeta Francisco de Quevedo a illustrare al disilluso soldato la sua nuova missione, così rischiosa e difficile da apparire quasi un suicidio annunciato. Dopo alcuni abboccamenti a Roma e a Milano, un pugno di uomini dovrà raggiungere Venezia e assassinare il doge Giovanni Corner durante la messa di Natale, imponendo con la forza un nuovo governo, favorevole alla corona spagnola. Dalla parte di Alatriste, oltre ai compagni di sempre – il veterano Sebastián Copons e il pericoloso moro Gurriato – ci sarà altra gente di spada e di silenzio: soldati in grado di affrontare le imprese più rischiose e di tenere la bocca chiusa anche sul cavalletto di tortura; una cortigiana bellissima e spietata, che sa di uomini e di mondo e che lo conquisterà con le sue grazie; e un compagno d’avventura del tutto inaspettato (e sgradito): l’antico nemico Gualterio Malatesta, lo spietato assassino siciliano, con il quale il capitano dovrà stipulare una tregua (ovviamente temporanea) per scampare alle ombre della città lagunare.

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Velázquez uses subtle highlights and shading o...

Velázquez uses subtle highlights and shading on the face and clothes. (Photo credit: Wikipedia)

l ritratto di Venere di Riccardo De Palo, pubblicato da Cavallo di ferro, è dedicato ad uno dei pittori simbolo della ricca Spagna del Siglo de oro,  Diego Velasquez. Un’epoca florida e piena di tutti gli elementi che si possono immaginare: il potere e il lusso sfrenato, l’estrema ricchezza dei pochi e le miserie dei tanti. Riccardo de Palo ha creato una magnifica ricostruzione storica, dando vita attraverso una lunga confessione al ritratto di un grande artista, con i suoi sogni e le sue passioni.

IL RITRATTO DI VENERE,Riccardo de Palo, Cavallo di Ferro

Il pittore Diego Velázquez, artista preferito del re Filippo IV di Spagna, scrive in punto di morte una lettera all’amico Juan de Córdoba, raccontandogli la propria vita da quando era apprendista nella bottega del maestro Pacheco fino all’ultimo incarico ufficiale che lo ha prostrato e costretto a letto.
Dopo le nozze con Juana e le prime prove artistiche, grazie alle sue incredibili doti, Velázquez viene presto invitato a corte, dove diventa testimone privilegiato del «Siglo de oro» dell’arte e della letteratura spagnola. Potrà dunque incontrare molti dei grandi protagonisti del tempo, come Francisco de Quevedo, Luis de Góngora, Calderón de la Barca, Lope de Vega.
E sarà il pittore Rubens a convincerlo della necessità di fare il primo viaggio in Italia per studiare i capolavori di Michelangelo, di Raffaello, di Tintoretto.
Pur sentendo un forte legame con questa terra e nonostante la vita di corte a Madrid gli vada stretta, Velázquez riuscirà a tornare a Roma soltanto a cinquant’anni, incaricato dal sovrano di acquisire inestimabili opere d’arte per adornare il palazzo reale. Ma stavolta, quando sarà costretto a fare ritorno ai suoi doveri, porterà con sé molto più di un’esperienza artistica senza pari, dovrà combattere con una passione trascinante.
Questo colto e raffinato primo romanzo biografico sulla vita di Diego Velázquez, il «pittore dei pittori», racconta di un’epoca sfolgorante di arte e ricchezze, eppure sull’orlo di un baratro, in un’Europa bagnata dal sangue dello scontro fra i regni di Spagna e Francia.

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 Come Le Osservazioni, anche I Gillespie costruisce un raffinato e brioso ritratto storico di epoca(la Glasgow dell’Esposizione universale) e personaggi, in questo caso ritraendo con bravura l’ossessione in cui la protagonista finisce per cadere. Raffinate e precise le descrizioni dei rapporti che si creano e si modificano, il sentimento che prende piede e si rafforza, mutando il tono del romanzo….

Jane Harris, I Gillespie, Neri Pozza

Nella primavera del 1888, in seguito al decesso della zia da lei amorevolmente accudita, Harriet Baxter decide di lasciare Londra e viaggiare alla volta di Glasgow. Trentacinque anni, nubile, una piccola rendita annua cui attingere, l’intraprendenza necessaria a sfidare i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle donne sole in viaggio, Harriet arriva nella seconda città dell’Impero nell’anno in cui, in occasione dell’Esposizione Internazionale, la vita artistica e culturale della città è animata dagli osannati artisti di Edimburgo e dai protagonisti della «nuova scuola» scozzese, il celebre sodalizio di pittori noto come «i ragazzi di Glasgow».
Non sono, però, i padiglioni dove si celebra il grandioso spettacolo dell’Esposizione, né le numerose serate mondane che ne rallegrano gli eventi, ma le strade di Glasgow, con il loro giocoso andirivieni di cappelli e parasoli e i loro marciapiedi così pullulanti di forestieri, a offrire a Harriet Baxter l’opportunità della sua vita, la svolta che ne determina il destino.
Durante una passeggiata in una giornata insolitamente calda, Harriet soccorre una distinta signora di circa sessant’anni stramazzata al suolo per un malore sconosciuto. Qualche giorno dopo si ritrova a onorare l’invito, elargito in segno di riconoscenza per il suo bel gesto, a casa dei Gillespie, la famiglia della donna soccorsa. Un appartamento di gente non povera, ma di certo non navigante nell’oro a giudicare dall’incerata sul tavolo lisa in più punti e da tazzine e piattini sbreccati. Un appartamento in cui si aggirano Elspeth, l’esuberante madre del padrone di casa che impartisce ordini puntualmente inevasi; Mabel, la figlia di Elspeth inacidita per essere stata abbandonata sull’altare; Kenneth, il figlio belloccio tormentato da un segreto inconfessabile; Annie, la dolce moglie del padrone di casa alle prese con l’educazione di due figlie, le ristrettezze economiche e una irrisolta vocazione artistica; le due bambine, la piccola, deliziosa, timida Rose e Sybil dallo sguardo freddo e inflessibile; e, infine, nelle rare occasioni in cui osa mettere il naso fuori dal suo studio-soffitta, il padrone di casa, Ned Gillespie, un giovane, geniale pittore dai tratti meravigliosamente regolari e piuttosto avvenenti, e una punta di tristezza negli occhi blu oltremare.
L’incontro con Ned Gillespie risulta fatale per Harriet Baxter. In lei si fa strada la convinzione, che si muta poi in una missione e, infine, in una vera e propria ossessione, di dover salvare Ned Gillespie. Salvarlo dalla sua indigenza, che gli impedisce di dare libero sfogo alla sua creatività, e salvarlo dalla sua turbolenta famiglia che minaccia di soffocare il suo talento.
Una convinzione che, come ogni ossessione, trascina inevitabilmente dietro di sé l’ombra della tragedia.

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Un autore circondato dal mistero, Franz Zeise. Nato in Polonia nel 1896, interprete e traduttore affascinato dalla Spagna, visse a Berlino non si sa fino a quando. Certamente era ancora vivo nel 1954. Poi sappiamo che terminà la sua esistenza in una casa di riposo nel 1961. Abbiamo di fronte una sontuosa e vivida ricostruzione del ‘500, dell’Europa di quel  periodo,vista attraverso le gesta di Giovanni d’Austria, figlio bastardo dell’imperatore Carlo V, seguito nelle pagine del libro dai fatti che portarono al suo concepimento e fino alla morte in Belgio, ricordato per la sua carriera militare che lo vide al comando della flotta della Lega Santa con la quale sconfisse gli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571.

 

 

Franz Zeise
L’Armada, Sellerio

Il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.

Traduzione dal tedesco di Anita Rho
Introduzione di Leonardo Sciascia

L’Armada, prodigioso romanzo del 1936 travolto dai travagli della storia (come accadde all’autore di cui si perdono le tracce, demente in un ospedale) è innanzitutto il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.
Il romanzo comincia nel 1546, a Ratisbona, con l’«inquadratura» di Carlo V presente in città per contrastare i principi ribelli. E «inquadrare» definisce appropriatamente la prosa sinuosa di Zeise: fortemente visiva, sembra spostarsi come lente su un paesaggio, ora a ingrandire particolari minuti ora ad allargare panoramiche. Tutti credono l’imperatore assorto in grandi progetti, lui invece, chiuso in camera, con i ferri da calza intreccia una nappa per la spada e di notte rivive gli incubi della madre pazza. Per sedarne l’inquietudine morbosa, un cortigiano gli introduce in stanza la bella figlia di un mastro cintaio. Così l’Imperial Bastardo sarà il frutto della malinconia di un vecchio. Il romanzo ne seguirà la sorte fino all’estremo giorno da governatore sotto le torri di Namur, in un seguito di forza, follia e passioni drammaticamente culminante nella descrizione della battaglia di Lepanto ma senza che mai si alzi sguardo da questa misura terrestre e bassa con cui abbiamo scorto all’inizio l’incubo dell’imperatore. Pulsa d’intensissima vita l’«impero» di Filippo II. Dalle anse del Duero, alle città dei Paesi Bassi, al Mediterraneo luccicante. Mondo confuso, brulicante e ardente, di miserie e di traffici, di auto da fé e ferocie plebee, di lanzichenecchi e prostitute, e hidalgos, impastati di orgoglio, di vendette e di guerra. E in questo moto continuo, qui e là si accendono in rilievo le figure dei grandi: Andrea Doria, il veneziano Venier, Marcantonio Colonna, il Grande Inquisitore, la cortigiana Fanitza, il gran Capudan campione dell’Islam, il cardinal Farnese e il papa Pio.
Scritto nell’atmosfera liberale della repubblica di Weimar, il romanzo uscì fortunosamente dopo l’avvento di Hitler. Cadde quindi, causa il tema e l’atmosfera da «incubo corrusco e oscuro del potere», immediatamente in una semiclandestinità. A questa, in Italia – dopo una prima traduzione dell’editore De Silva – lo sottrasse Leonardo Sciascia, promovendone nel 1977 l’edizione, con l’indimenticabile scritto che ripubblichiamo, e la riedizione nel 1989. E poiché dell’Armada non si è mai parlato abbastanza, lo ripresentiamo oggi al lettore.

Scarne le notizie di Franz Zeise. Nacque nel 1896 a Myslowitz, Slesia, morì nel 1961, dimenticato, in una casa di riposo presso Amburgo. Fu drammaturgo e romanziere. Di Zeise questa casa editrice ha pubblicato Don Juan Tenorio (1992) e L’Armada (1977, 1989, 2012).

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English: (looking down) Buchannan Street, Glas...

Image via Wikipedia

 Come Le Osservazioni, anche I Gillespie costruisce un raffinato e brioso ritratto storico di epoca(la Glasgow dell’Esposizione universale) e personaggi, in questo caso ritraendo con bravura l’ossessione in cui la protagonista finisce per cadere. Raffinate e precise le descrizioni dei rapporti che si creano e si modificano, il sentimento che prende piede e si rafforza, mutando il tono del romanzo….

Jane Harris, I Gillespie, Neri Pozza

Nella primavera del 1888, in seguito al decesso della zia da lei amorevolmente accudita, Harriet Baxter decide di lasciare Londra e viaggiare alla volta di Glasgow. Trentacinque anni, nubile, una piccola rendita annua cui attingere, l’intraprendenza necessaria a sfidare i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle donne sole in viaggio, Harriet arriva nella seconda città dell’Impero nell’anno in cui, in occasione dell’Esposizione Internazionale, la vita artistica e culturale della città è animata dagli osannati artisti di Edimburgo e dai protagonisti della «nuova scuola» scozzese, il celebre sodalizio di pittori noto come «i ragazzi di Glasgow».
Non sono, però, i padiglioni dove si celebra il grandioso spettacolo dell’Esposizione, né le numerose serate mondane che ne rallegrano gli eventi, ma le strade di Glasgow, con il loro giocoso andirivieni di cappelli e parasoli e i loro marciapiedi così pullulanti di forestieri, a offrire a Harriet Baxter l’opportunità della sua vita, la svolta che ne determina il destino.
Durante una passeggiata in una giornata insolitamente calda, Harriet soccorre una distinta signora di circa sessant’anni stramazzata al suolo per un malore sconosciuto. Qualche giorno dopo si ritrova a onorare l’invito, elargito in segno di riconoscenza per il suo bel gesto, a casa dei Gillespie, la famiglia della donna soccorsa. Un appartamento di gente non povera, ma di certo non navigante nell’oro a giudicare dall’incerata sul tavolo lisa in più punti e da tazzine e piattini sbreccati. Un appartamento in cui si aggirano Elspeth, l’esuberante madre del padrone di casa che impartisce ordini puntualmente inevasi; Mabel, la figlia di Elspeth inacidita per essere stata abbandonata sull’altare; Kenneth, il figlio belloccio tormentato da un segreto inconfessabile; Annie, la dolce moglie del padrone di casa alle prese con l’educazione di due figlie, le ristrettezze economiche e una irrisolta vocazione artistica; le due bambine, la piccola, deliziosa, timida Rose e Sybil dallo sguardo freddo e inflessibile; e, infine, nelle rare occasioni in cui osa mettere il naso fuori dal suo studio-soffitta, il padrone di casa, Ned Gillespie, un giovane, geniale pittore dai tratti meravigliosamente regolari e piuttosto avvenenti, e una punta di tristezza negli occhi blu oltremare.
L’incontro con Ned Gillespie risulta fatale per Harriet Baxter. In lei si fa strada la convinzione, che si muta poi in una missione e, infine, in una vera e propria ossessione, di dover salvare Ned Gillespie. Salvarlo dalla sua indigenza, che gli impedisce di dare libero sfogo alla sua creatività, e salvarlo dalla sua turbolenta famiglia che minaccia di soffocare il suo talento.
Una convinzione che, come ogni ossessione, trascina inevitabilmente dietro di sé l’ombra della tragedia.

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Un autore circondato dal mistero, Franz Zeise. Nato in Polonia nel 1896, interprete e traduttore affascinato dalla Spagna, visse a Berlino non si sa fino a quando. Certamente era ancora vivo nel 1954. Poi sappiamo che terminà la sua esistenza in una casa di riposo nel 1961. Abbiamo di fronte una sontuosa e vivida ricostruzione del ‘500, dell’Europa di quel  periodo,vista attraverso le gesta di Giovanni d’Austria, figlio bastardo dell’imperatore Carlo V, seguito nelle pagine del libro dai fatti che portarono al suo concepimento e fino alla morte in Belgio, ricordato per la sua carriera militare che lo vide al comando della flotta della Lega Santa con la quale sconfisse gli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571.

 

 

Franz Zeise
L’Armada, Sellerio

Il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.

Traduzione dal tedesco di Anita Rho
Introduzione di Leonardo Sciascia

L’Armada, prodigioso romanzo del 1936 travolto dai travagli della storia (come accadde all’autore di cui si perdono le tracce, demente in un ospedale) è innanzitutto il ritratto di Don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V, a cui il fratellastro Filippo II regnante affida l’armata che dovrà difendere la cristianità nella battaglia di Lepanto. Un ritratto in cui Leonardo Sciascia, in una splendida introduzione, vede il volto demoniaco e folle del potere.
Il romanzo comincia nel 1546, a Ratisbona, con l’«inquadratura» di Carlo V presente in città per contrastare i principi ribelli. E «inquadrare» definisce appropriatamente la prosa sinuosa di Zeise: fortemente visiva, sembra spostarsi come lente su un paesaggio, ora a ingrandire particolari minuti ora ad allargare panoramiche. Tutti credono l’imperatore assorto in grandi progetti, lui invece, chiuso in camera, con i ferri da calza intreccia una nappa per la spada e di notte rivive gli incubi della madre pazza. Per sedarne l’inquietudine morbosa, un cortigiano gli introduce in stanza la bella figlia di un mastro cintaio. Così l’Imperial Bastardo sarà il frutto della malinconia di un vecchio. Il romanzo ne seguirà la sorte fino all’estremo giorno da governatore sotto le torri di Namur, in un seguito di forza, follia e passioni drammaticamente culminante nella descrizione della battaglia di Lepanto ma senza che mai si alzi sguardo da questa misura terrestre e bassa con cui abbiamo scorto all’inizio l’incubo dell’imperatore. Pulsa d’intensissima vita l’«impero» di Filippo II. Dalle anse del Duero, alle città dei Paesi Bassi, al Mediterraneo luccicante. Mondo confuso, brulicante e ardente, di miserie e di traffici, di auto da fé e ferocie plebee, di lanzichenecchi e prostitute, e hidalgos, impastati di orgoglio, di vendette e di guerra. E in questo moto continuo, qui e là si accendono in rilievo le figure dei grandi: Andrea Doria, il veneziano Venier, Marcantonio Colonna, il Grande Inquisitore, la cortigiana Fanitza, il gran Capudan campione dell’Islam, il cardinal Farnese e il papa Pio.
Scritto nell’atmosfera liberale della repubblica di Weimar, il romanzo uscì fortunosamente dopo l’avvento di Hitler. Cadde quindi, causa il tema e l’atmosfera da «incubo corrusco e oscuro del potere», immediatamente in una semiclandestinità. A questa, in Italia – dopo una prima traduzione dell’editore De Silva – lo sottrasse Leonardo Sciascia, promovendone nel 1977 l’edizione, con l’indimenticabile scritto che ripubblichiamo, e la riedizione nel 1989. E poiché dell’Armada non si è mai parlato abbastanza, lo ripresentiamo oggi al lettore.

Scarne le notizie di Franz Zeise. Nacque nel 1896 a Myslowitz, Slesia, morì nel 1961, dimenticato, in una casa di riposo presso Amburgo. Fu drammaturgo e romanziere. Di Zeise questa casa editrice ha pubblicato Don Juan Tenorio (1992) e L’Armada (1977, 1989, 2012).

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Claude Garamond

Image via Wikipedia

Anna Cuneo è nata a Parigi da immigrati italiani, ha studiato a Milano, Firenze, Losanna e Plymouth, vive in Svizzera: logico aspettarsi da questo melange un discreto interesse per la storia europea, e che i suoi libri siano ambientati in luoghi diversi .
Il maestro di Garamond è infatti un gran bel romanzo storico, dedicato all’ideatore del carattere di stampa che porta il suo nome, quello con cui è stato scritto questo articolo, ma anche (e forse soprattutto) all’importanza della parola scritta, della libertà di esprimere le proprie opinioni attraverso le parole, contro il silenzio e l’oscurantismo. Un testo che sarà molto amato anche dai bibliofili, per il percorrere con precisione tappe che hanno segnato la storia del libro, per il fatto di presentare tra i vari personaggi reali che lo percorrono, anche quell’Aldo Manuzio, prototipo della figura dell’editore!

Il maestro di Garamond, Anna Cuneo, Sironi

La diffusione della stampa, la nascita della Riforma e il dramma delle persecuzioni religiose: tra Parigi, Venezia e Basilea, il destino di Antoine Augereau, editore umanista e genio della tipografia, giustiziato come eretico.

«Avete notato cosa succede a quelli che prestano i loro servigi alla nobile Margherita? Maestro Lefèvre esiliato, monsignor Briçonnet isolato. Ho sentito dire dei padri di Meaux, che sono dovuti fuggire a Strasburgo, a Basilea, a Ginevra e chissà dove. E il cavaliere di Berquin? Morto come l’eretico che non era! E maestro Roussel? Perseguitato! Hanno dovuto tirar fuori maestro Marot di prigione non so quante volte…»
È il crepuscolo del 24 dicembre 1534: mentre Parigi si accinge a festeggiare il Natale, in place Maubert un uomo viene giustiziato; subito dopo il suo corpo è bruciato su una pira alimentata da libri.
Quell’uomo era Antoine Augereau: letterato, editore umanista, geniale incisore di caratteri tipografici, nonché accusato di essere l’autore blasfemo dei manifesti contro la messa cattolica, affissi in tutta Parigi. Al suo supplizio assiste l’allievo ed erede spirituale Claude Garamond, il cui destino sarà realizzare la lezione del maestro e, paradossalmente, oscurarne il nome.
È di Claude la voce che racconta la storia di Augereau e, insieme, la propria.
La loro avventura – al tempo in cui Grand-Rue Saint-Jacques a Parigi contava più tipografie che case private – è un intreccio che unisce i segreti della stampa alla storia delle idee, alla nascita della Riforma e alle persecuzioni religiose, all’incontro con personaggi storici come Manuzio, Erasmo, Rabelais, Margherita di Navarra, Calvino… Rappresenta i valori del pensiero moderno quando cominciavano a forgiarsi: un pensiero umanista in lotta contro il fanatismo, un pensiero aperto, che aspira alla libera e universale trasmissione del sapere.

Anna Cuneo, figlia di emigrati italiani, è nata a Parigi, ha studiato a Milano, Firenze, Losanna e Plymouth, vive in Svizzera tra Ginevra e Zurigo. Laureata in lettere moderne è stata insegnante, giornalista, regista per la radio, il teatro, il cinema e la televisione. Ha scritto nel 1967 Gravé au diamant, il primo romanzo.
Oggi sta scrivendo l’ultimo dei suoi oltre trenta libri, tra cui alcuni gialli. Dopo una prima fase di racconti più legati alla propria biografia, l’autrice si è dedicata ai romanzi storici, con grande gusto e cura per la ricostruzione di personaggi, ambienti e vicende meno noti ma di grandissimo fascino.
Accanto a Il maestro di Garamond (edizione originale, 2002) ricordiamo il suo pluripremiato romanzo Le trajet d’un rivière (Il corso del fiume, in uscita prossimamente per Sironi).
Le sue opere sono pubblicate in Svizzera, Francia, Germania, Olanda e altrove e hanno meritato negli anni numerosi premi letterari.
Nel luglio 2010, Anna Cuneo ha ricevuto l’onorificenza francese di Chevalier des Arts et des Lettres.

 

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Alejandro de Humboldt National Park in eastern...

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Un potente romanzo storico, dalle notevoli qualità letterarie: ecco a voi Gli occhi dell’uragano, di Berta Serra Manzanares; un libro corposo, incentrato sull’incontro con una realtà diversa da quella immaginata che la protagonista, Clara Martì, incontrerà lasciando Barcellona per Cuba, nel XIX secolo. Niente paradisi tropicali, ma un luogo dominato dalla violenza e dalla cupidigia degli uomini, dalla sopraffazione dei negrieri nei confronti degli schiavi, del potere verso i deboli.

Gli occhi dell’uragano, Berta Serra Manzanares , La nuova frontiera

Clara Martí è poco più che una bambina quando, per sposare suo cugino Conrado Grau, lascia Barcellona alla volta di Cuba. L’isola, la perla dei Caraibi, alla metà del XIX secolo non è quel luogo incantevole di cui si favoleggia nel vecchio continente e per il quale tanti giovani hanno attraversato l’oceano, ma è anzitutto un luogo scosso da passioni devastanti come uragani e lacerato da contraddizioni violente come la luce che acceca il malecón dell’Avana.
L’industria dello zucchero e la tratta degli schiavi moltiplicano le ricchezze dell’incipiente borghesia avanese che, sempre più lontana dalla madrepatria, è scossa da aneliti di indipendenza.
Clara giunge in questa Cuba coloniale e schiavista, esuberante e struggente. Giovane e ingenua, si trova a dover fare i conti con un mondo dominato da uomini senza scrupoli, da negrieri pronti a sacrificare ogni cosa pur di fare fortuna.

Berta Serra Manzanares (Barcellona, 1958) è laureata in Filologia e attualmente insegna in un liceo di Terrassa. Dopo aver pubblicato due libri di poesie, nel 1997, con il suo primo romanzo El otro lado del mundo, è stata finalista del Premio Herralde, ricevendo un unanime plauso dalla critica. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo El oeste más lejano e nel 2009 Gli occhi dell’uragano.

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Essere definito da Roberto Bolano “toccato dalla grazia” è un buon passepartout, così come non segnalare questo ingegnoso romanzo storico dall’originale taglio, vincitore del premio Alfaguara in Spagna, in cui al rigore del romanzo classico ottocentesco si affiancano le suggestioni della letteratura contemporanea.

Il viaggiatore del secolo,Andres Neuman, Frassinelli

Germania, XIX secolo. Nella sperduta cittadina di Wandernburgo approda una notte Hans, giovane traduttore giramondo. Quella che sembra una tappa nel suo viaggio si trasforma nella più inesorabile e splendida delle trappole: l’incontro con un circolo letterario e con un saggio suonatore di organetto; una catena di misteriosi delitti; e soprattutto l’amore memorabile per Sophie, donna profondamente sensuale e intellettualmente stimolante, un amore che farà «tremare letti e libri»: tutto lo trattiene in questo luogo bizzarro e senza confini, dove le strade cambiano sempre posizione e da dove nessuno sembra sia mai riuscito a ripartire.
Facendo eco a Goethe, Borges, Calvino, Il viaggiatore del secolo propone un ambizioso esperimento: leggere l’Ottocento con lo sguardo del ventunesimo secolo.Vero e proprio dialogo fra il grande romanzo ottocentesco e le moderne avanguardie, questo «romanzo totale» è un ponte fra la storia e i temi del nostro presente globale: le migrazioni, i nuovi nazionalismi, l’emancipazione della donna.

I GIUDIZI
“Andrés Neuman è toccato dalla grazia, e la letteratura del XXI secolo sarà affar suo e di pochi suoi fratelli di sangue… Ogni buon lettore ritroverà nelle sue pagine ciò che è dato incontrare solo nella grande letteratura.”
Roberto Bolaño
“È uno degli scrittori più scrittori che conosco. Ha il dono della parola e della realtà, come se sapesse che osservare a fondo la realtà conduce direttamente al fantastico, forse perché il fantastico è il nocciolo del reale.”
Justo Navarro, El País
“Divertente, intelligente, agile, acutissimo. La prosa squisita si combina con la sensibilità di uno scrittore che scrolla ogni certezza e sfugge ogni etichetta.”
Clarín

UN BRANO
Non lo so, disse Hans, penso mi spaventi continuare a vedere Sophie e poi essere costretto ad andarmene, che sarebbe il peggio del peggio, forse dovrei partire adesso, ora che sono ancora in tempo (ma un amore non è forse questo? chiese il vecchio, un amore è essere felici e fermarsi), non ne sono certo, amico mio, io ho sempre creduto che l’amore fosse puro movimento, una specie di viaggio (e se l’amore è un viaggio, ragionò il vecchio, perché partire allora?) bella domanda, be’, ad esempio, per tornare, per essere convinti di dove ci si vuole fermare, come si fa a sapere che si è nel posto giusto se non lo si è mai lasciato?”

Andrés Neuman, figlo di musicisti emigrati, è nato a Buenos Aires nel 1977. Ha terminato gli studi in Spagna, a Granada, dove ha insegnato letteratura ispanoamericana. Nel 1999 ha pubblicato il romanzo Bariloche, che il quotidiano El Mundo inserì fra i dieci migliori dell’anno e fu tradotto anche in Italia. Con Il viaggiatore del secolo ha segnato un colpo senza precedenti nella letteratura spagnola: vincere un grande premio commerciale, l’Alfaguara, e il Premio de la Crítica. Ha pubblicato anche tre libri di racconti e varie raccolte di poesia.

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È la Roma dei Papi la “location” di questo piacevole giallo italiano, una città impregnata di vicoli oscuri e viuzze strette e maleodoroanti, dei misteri del Ghetto e di splendori architettonici che si riescono appena a percepire. Siamo nel 1839, alla fine del Carnevale, e Nunziata, padrona dell’Osteria del Gallo, si troverà ad essere protagonista di una indagine di omicidio…. Un personaggio ben delineato, un vivido affresco!

Osteria di Nunziata, Donatella Paradisi, Robin

Scende la sera dell’ultimo giorno di Carnevale del 1839, nella Roma dei Papi. Nella sua osteria affacciata sul Tevere Nunziata si prepara a ricevere gli avventori che non mancheranno certo, in un giorno come questo.
È una donna bella e ancora giovane, che sembra non mostrare le tracce delle sofferenze e delle umiliazioni che il destino di trovatella prima e un matrimonio non voluto poi le hanno lasciato addosso.
Vedova e finalmente padrona della piccola osteria del Gallo, Nunziata sta lentamente riprendendo in mano il proprio destino, acquistando consapevolezza della propria forza e del proprio valore e dei diritti che il suo essere donna in tempi e condizioni tanto difficili le hanno finora negato.
È già notte quando la porta dell’osteria si apre e fanno la loro comparsa due uomini, l’uno mascherato da pastore, l’altro in un abbagliante abito da cavaliere… La mattina dopo uno dei due sarà trovato ucciso nella vicina secca di San Biagio, nei pressi di via Giulia.
È l’inizio di una straordinaria avventura che coivolgerà l’ostessa in prima persona e che avrà come sfondo la miseria dei vicoli di Roma, il Ghetto, un antico palazzo nobiliare, magnifiche chiese e cripte nascoste, che ospitano l’orrore segreto e quasi osceno dei cimiteri sotterranei.
In questo viaggio, che dura esattamente una settimana, Nunziata metterà alla prova intuizione e fede, intelligenza e coraggio, arrivando nello stesso tempo alla soluzione dell’enigma e alla consapevolezza dei propri diritti e del proprio intrinseco valore di donna.

Donatella Paradisi

Rassegna stampa

“… una meravigliosa avventura che ha come sfondo la miseria dei vicoli di Roma.”
La Repubblica – Roma

“Il viaggio nel tempo – e nelle letture – prosegue con L’osteria di Nunziata. Un’indagine nella Roma dei Papi di Donatella Paradisi, edito da Robin: è il Carnevale del 1839, Nunziata, proprietaria dell’osteria del Gallo, si ritrova coinvolta nelle indagini sull’omicidio di uno dei suoi avventori, che la porterà a scoprire le miserie del popolino romano, i misteri della città e i suoi diritti di donna, oltre, ovviamente, ai segreti legati all’omicidio.”
Valeria Arnaldi – Il Giornale

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Bernard Cornwell è tra i più grandi autori di romanzi storici al momento, e questo suo nuovo libro ne è una brillante conferma. La battaglia fonte di ispirazione per l’Enrico V di Shakespeare è resa con freschezza ne:

L’ARCIERE DI AZINCOURT,
Bernard Cornwell, Longanesi

Quella di Azincourt è una delle battaglie più famose della storia, teatro di uno scontro disperato tra l’esercito inglese e quello francese. Era il 25 ottobre 1415. Per gli inglesi rappresentò una straordinaria vittoria, che assunse dimensioni epiche molto prima che Shakespeare la immortalasse nel suo Enrico V…
Nicholas Hook è un arciere inglese di umili origini che, per salvarsi da una condanna a morte, parte come mercenario per difendere Soissons, la città in mano al duca di Borgogna. Le informazioni che riporta in patria sulle atrocità dell’assedio, unite alla sua abilità nel combattere, gli fanno guadagnare credito presso re Enrico V, che lo vuole con sé nella campagna diretta alla conquista della corona francese. Là, sulla piana di Azincourt, i nemici, in netta superiorità numerica, verranno sconfitti in una battaglia nella quale Hook avrà un ruolo cruciale.
Dal maestro del romanzo storico Bernard Cornwell un’opera che rappresenta un unicum nella sua produzione: una vicenda costruita su una rigorosa documentazione, capace di far rivivere in tutta la sua realtà una delle battaglie più drammatiche della storia.

“Un romanzo epico, appassionante, straordinariamente realistico. Mi ha lasciato senza fiato.”
James Rollins

Bernard Cornwell è nato a Londra e si è laureato alla London University. Dopo aver lavorato per molti anni presso la BBC, si è dedicato alla narrativa. Oltre alla serie incentrata su Richard Sharpe, ha scritto altri romanzi di successo e la trilogia dedicata alla ricerca del Graal. Con L’ultimo re ha dato inizio a una serie in cui il mito e la storia del declino dei regni anglosassoni si fondono in un affresco appassionante. Come ha scritto il Washington Post, «Bernard Cornwell è probabilmente il più grande scrittore di romanzi storico-avventurosi di oggi.»

http://www.bernardcornwell.net/

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SARAH Dunant rende onore alla tradizione dei romanzi storici made in Neri Pozza (La ragazza dall’orecchino di perla, Il ragazzo di Bruges, Annus Mirabilis per citarne qualcuno). Dopo La nascita di Venere e La cortigiana, editi da Tropea, questo Le notti al Santa Caterina dedicato alla vita di alcune suore recluse nel convento di Ferrara completa in degno modo la sua trilogia dedicata al Cinquecento italiano: una autrice dal talento innegabile, capace di ricreare atmosfere complesse e dare vita a personaggi memorabili, come le due protagoniste che svettano sul ricco panoramo proposto, Serafina , ragazza nobile reclusa contro il proprio volere, e Zuana, la monaca speziale

SARAH DUNANT, LE NOTTI AL SANTA CATERINA, NERI POZZA

È il 1570 e il buio sta calando sul Santa Caterina a Ferrara, uno dei conventi più rinomati della città che, con le elargizioni di ricche e nobili famiglie e i frutti del vasto podere ritagliato all’interno delle sue mura, provvede al sostentamento di un elevato numero di suore, otto o nove postulanti, alcune convittrici e venticinque converse.
Come ogni sera, la sorella guardiana fa il giro dei corridoi misurando lo scorrere del tempo fino a mattutino, due ore dopo la mezzanotte.
È una sera particolarmente agitata questa. I singhiozzi della novizia appena arrivata si odono per tutto il convento. È stata ribattezzata Serafina e avrà quindici o sedici anni. Appartiene a un’illustre famiglia milanese. Per dimostrare il proprio attaccamento alla città di Ferrara, con la quale intrattiene affari lucrosi, il padre ha deciso, come recita la sua nobile missiva, di donare all’insigne monastero la sua figlia «illibata, nutrita dall’amor di Dio e con una voce da usignolo». In realtà, ha ubbidito a un comportamento diventato legge nell’Europa della seconda metà del sedicesimo secolo, in cui le doti si sono fatte così dispendiose da costringere l’aristocrazia a maritare una sola figlia e a spedire le altre in convento. La giovane, avvenente Serafina fa parte appunto di quella metà delle nobildonne milanesi costrette a prendere i voti, non necessariamente di buon grado.
Mentre la novizia strepita nella sua cella, in un’altra stanza suor Benedicta sta componendo il graduale per l’Epifania. Le melodie nella sua testa sono così prepotenti che non può evitare di cantarle ad alta voce. Nessuno, però, la sgriderà all’indomani, poiché le sue composizioni fanno onore al convento e attirano i benefattori.
In una cella non lontana suor Perseveranza è asservita, invece, alla musica della sofferenza. Sta stringendo con forza una cintura irta di chiodi che si spingono a fondo nella carne. Le sue grida, in cui la sofferenza si mescola col godimento, si confondono con i singhiozzi di Serafina.
Nella stanza sopra l’infermeria, infine, suor Zuana, la monaca speziale, prega a modo suo, scrutando le pagine del grande libro delle erbe di Brunfels. Figlia unica di un cultore dell’arte medica, è lei che accoglie le fanciulle che entrano in convento. È lei che si recherà tra breve nella cella di Serafina per somministrarle uno dei suoi miracolosi intrugli e calmarla. Tra le due giovani donne si stabilirà un rapporto speciale che non impedirà, tuttavia, che lo scompiglio, generato dall’arrivo di Serafina, si diffonda per tutto il convento come un fuoco che minaccia di inghiottirlo.

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