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Posts Tagged ‘scrittori africani’

una METAMORFOSI molto particolare: immaginate di vivere da onesto giovane africano in un quartiere poco alla moda di Lagos, che come ben sapete è la capitale della Nigeria, con i suoi 15 milioni di abitanti. Sareste di certo sorpresi se una mattina una sorprendente metamorfosi vi colpisse, mutati in uomo bianco, con i capelli rossi, gli occhi verdi. Un vero e proprio INCUBO! E che fare se quel giorno vi aspetta un colloquio di lavoro? Grandiosa l’idea originale, scoppiettante di invenzioni e palpitante di vita il romanzo che ne segue! Non c’è che dire, l’editore ci sa davvero fare con la narrativa africana.
Culo nero 66thand2nd
pagine 240
traduzione di Massimiliano Bonatto
 
 
La mattina dell’ennesimo colloquio di lavoro, Furo Wariboko, trentatré anni, nigeriano, si sveglia e scopre di essersi trasformato in un oyibo, un uomo bianco, con i capelli rossi e gli occhi verdi. Una metamorfosi inspiegabile, che gli lascia un’unica possibilità, fuggire di casa e cercare fortuna nella babele di Lagos. Anche se nel suo quartiere i bianchi si contano sulla punta delle dita, e la gente da loro vuole sempre qualcosa: denaro, amicizia, favori. Se però conosci il pidgin e l’arte di arrangiarsi di ogni lagosiano, avere la pelle bianca può offrire dei vantaggi. Può farti entrare in un’azienda dalla porta principale; può spingerti tra le braccia di una donna bellissima che sa come manovrare i «paparini» di qualsiasi colore; può garantirti amicizie altolocate e una macchina con l’autista. In un clima sospeso tra sogno e incubo kafkiano, l’avventura di Furo Wariboko, alias Frank Whyte, si snoda intorno ai labili confini della razza e dell’identità, sullo scenario della più chiassosa e seducente tra le metropoli africane, una città in cui ognuno è «un re a casa sua, e ogni casa una nazione sovrana». Dove aggirarsi con le fattezze di un oyibo può essere esilarante ma molto rischioso, specie per Furo, che nella metamorfosi ha conservato un dettaglio della sua vecchia vita: ha ancora il sedere di un «bel nero gagliardo»

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“Sotto ogni cosa è in agguato l’ombra”

 

Ci ha lasciato Andrè Brink, geniale autore sudafricano. Morto ottantenne di ritorno da un volo in Belgio, per il conseguimento dell’ennesima laurea Honoris Causa.

 

Impegnato civilmente nei confronti del brutale apartheid che ha incendiato il suo Paese, tradotto in tutto il mondo, amante della sua terra.

 

Ci piace ricordarlo con uno splendido volume (purtroppo fuori catalogo) edito da Instar, sotto l’attenta regia di Gianni Borgo, un grande del settore. Libri fatti a regola d’arte, indimenticabili anche per l’aspetto grafico, un grande esempio.

 

La prima vita di Amastor – o dell’origine del Capo delle Tempeste, Instar libri, 1994

 

“C’era e non c’era una volta”: così comincia la storia di Adamastor, Gigante orrifico e deforme che, per aver sorpreso la candida Ninfa Teti al bagno, fu da Zeus inchiodato per sempre alla frastagliata Penisola del Capo. Questa almeno la versione che noi occidentali siamo soliti tramandare da quando i greci cominciarono a imporre e sovrapporre i loro miti alle lontane terre esotiche. Perché non provare, per una volta soltanto, a mettere da parte le nostre consolanti tradizioni, e affidarci invece alla memoria di chi quelle vicende ha subìto sulla propria pelle e in quei luoghi ha abitato fin dal “tempo prima del tempo”?
E’ quanto André Brink (nato nello Stato Libero d’Orange nel 1935 e dunque d’origine boera, ma da sempre vigile testimone della coscienza nera sudafricana) si è riproposto in questo apologo precoloniale, dove a raccontarci del primo sbarco degli stranieri sul suolo inviolato è T’kama, capotribù degli ottentotti e contemporaneo di Vasco da Gama. A lui, uomo di nobile stirpe e di antica esperienza, tocca non solo lo shock culturale del primo avvistamento di una flotta portoghese, ma anche e soprattutto la specialissima sorpresa dell’incontro con la prima donna bianca: “era più che desiderio. Un bisogno di stare con lei, per sempre, per i giorni e gli anni della calura estiva e del freddo invernale, la terra dure, il fuggifuggi delle mandrie di ‘springbokke’, la polvere, l’argilla, la malattia e la sofferenza e la nascita dei figli, le danze lunari e il ronzio monotono della ‘gorah’, le pianure, le montagne, i cespugli, il giorno e la notte, la vita e la morte.”
Ne segue un’inedita quanto impossibile storia d’amore, ardente e selvaggia come la terra africana che le fa da sfondo; tenera e ingenua come la fantasia di chi al primo apparire delle navi le scambia per enormi uccelli marini; comica e disinibita come ancora sa essere chi vive in comunione animistica con la natura; ma infine tragica e violenta, come fu la colonizziazione del continente.

 

 

 

trad di Pietro Deandrea.

 

prima vita

 

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domani vi scaldiamo il cuore con questo bravissimo autore congoliano (chi ha letto il reportage di ZEROCALCARE su Internazionale sa di cosa parliamo…)

Pezzi di vetro
 Alain Mabanckou
66thand2nd

C’è un bar in Congo che non chiude mai, un crocevia di storie folli, esilaranti, che aspettano solo un vero scrittore per essere salvate dall’oblio. Quest’uomo è “Pezzi di vetro”, un ex professore forse troppo innamorato della bottiglia, che in un quaderno inizia ad annotare tutto quello che vede: la gara per la pisciata più lunga del mondo; la descrizione delle lolite del quartiere Rex; la storia di un guaritore che fa miracoli meglio di tutti, perfino di Cristo. Torna nelle librerie il romanzo che ha dato fama mondiale ad Alain Mabanckou, una narrazione spericolata in perfetto equilibrio tra comicità sfrenata e sofisticati rimandi letterari che sembrano voler abbracciare l’intera storia della letteratura: da Rabelais a Bertold Brecht, da Ousmane Sembene a Salinger e alla Banda degli idioti di John K. Toole.
Uno dei dieci romanzi africani contemporanei più influenti secondo il Guardian, Pezzi di vetro chiama a raccolta i “dannati della terra” dei nostri giorni e gli restituisce una voce che tutto travolge al suo passaggio: le parole, le ipocrisie, le convenzioni, le tradizioni, il politicamente corretto, la moda etnica africana.

Alain Mabanckou nasce nel 1966 nella Repubblica del Congo e trascorre l’infanzia a Pointe-Noire, capitale economica del Paese. Si trasferisce in Francia a ventidue anni per completare gli studi e rimane a Parigi fino al 2002, quando ottiene una cattedra come professore di letterature francofone all’Università del Michigan. Attualmente vive a Los Angeles e insegna alla Ucla, Università della California, dove si è guadagnato il soprannome di «Mabancool» perché è considerato il professore più cool di tutta la California. Scrittore di fama internazionale, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tradotti in quindici lingue, tra cui nel 2006 il premio Renaudot per Memorie di un porcospino. L’autore è stato di recente insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’onore per decreto del presidente della Repubblica francese. Pezzi di vetro è il quinto libro dell’autore pubblicato da 66thand2nd. Tradotto in dieci lingue, il romanzo ha avuto diversi adattamenti teatrali e ha vinto numerosi premi, tra cui il Prix Ouest-France/Etonnants Voyageurs, il Prix des Cinq Continents de la Francophonie, il Prix du Livre RFO e il Prix Litteraire Franco- Israelien.

 

Français : Alain Mabanckou en dédicace au Salo...

Français : Alain Mabanckou en dédicace au Salon du livre de Paris. (Photo credit: Wikipedia)

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L’attenzione su CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE si è accesa nel mondo letterario dopo la sua vittoria all’ORANGE PRIZE nel 2007, con il volume META’ DI UN SOLE GIALLO, per poi consolidare il suo nome con questo libro, inserito dal NyTimes tra i dieci migliori del 2013. E viene davvero da pensare che la riserva di scrittori della Nigeria sia davvero meritevole di TRIPLA A! Una nazionale che schiera Chris Abani, Teju Cole, Lola Shoneyin, Bijy Bandele,  autori aperti al mondo.

Davvero, un romanzo globale quello di Chimamanda Ngozi Adichie, capace di scavare a fondo nei meccanismi dell’identità sociale tra Stati Uniti, Inghilterra e Africa, anche in questo caso, come nei precedenti, con l’occhio rivolto non ai diseredati, ma ai sentimenti delle classi medio alte della società. Un perfetto romanzo su quanto significhi vivere in un mondo così frammentario, in cui i confini e l’origine continuano però a segnare il destino di un individuo. O forse no?

Il suo stile ha preso una piega diversa, passando dall’oralità più “africana” se ci si passa il termine ad una scrittura più distillata, perfettamente in equilibrio. Il risultato finale di certo non ne risente!

 

CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE, AMERICANAH, EINAUDI

TRAD DI Andrea Sirotti

Ifemelu ha una borsa di studio a Princeton ed è l’autrice di «Razzabuglio», un blog di largo seguito che denuncia con pungente leggerezza i pregiudizi ancora diffusi negli Stati Uniti. Ne ha fatta di strada da quando, tredici anni prima, appena arrivata dalla Nigeria, faticava a pagare l’affitto e si sforzava di adeguare accento e aspetto agli standard americani. Eppure c’è qualcosa che Ifemelu non riesce a dimenticare. In fondo al cassetto della memoria conserva ancora il ricordo di Obinze, il ragazzo voluto fin dal primo istante e poi lasciato senza una spiegazione, con un taglio netto frutto della vergogna. Tornare indietro nel tempo è impossibile, ma non nello spazio. Contro il buon senso e il parere di tutti, Ifemelu sale su un aereo per Lagos intenzionata a riprendere il filo di una storia interrotta.

«Un’epopea di piú generazioni capace di divertire, scaldare e commuovere; un’opera che conferma la bravura, la sconfinata empatia e la caustica acutezza sociale di Adichie».

Dave Eggers

***

La distanza tra la Nigeria e gli Stati Uniti è enorme, e non solo in termini di chilometri. Partire alla volta di un mondo nuovo abbandonando la propria vita è difficile, anche se quel mondo ha i tratti di un paradiso, ma per Ifemelu è necessario. Il suo paese è asfittico, l’università in sciopero. E poi, in fondo, sa che ad accoglierla troverà zia Uju e che Obinze, il suo ragazzo dai tempi del liceo, presto la raggiungerà. Arrivata in America, Ifemelu deve imparare un’altra volta a parlare e comportarsi. Diverso è l’accento, ma anche il significato delle parole. Ciò che era normale viene guardato con sospetto. Ciò che era un lusso viene dato per scontato. La nuova realtà, inclemente e fatta di conti da pagare, impone scelte estreme. La frattura con il passato, compresi gli affetti piú cari, è inevitabile. A complicare tutto c’è la questione della pelle. Ifemelu non aveva mai saputo di essere nera: lo scopre negli Stati Uniti, dove la società sembra stratificata in base al colore. L’ostilità verso l’Altro ha tanti modi di esprimersi e passa anche attraverso cose apparentemente futili, come l’imperare di canoni specifici per l’acconciatura. Se le treccine sono bollate come poco professionali, l’afro va domato a litri di lisciante. Esasperata, Ifemelu decide di dare voce al proprio scontento dalle pagine di un blog. I suoi post, acuti e scevri di vittimismo, si conquistano velocemente un folto pubblico di lettori, che cresce e cresce fino ad aprire a Ifemelu imprevisti e fortunati sbocchi sul piano professionale e privato. Ma tra le pieghe del successo e di una relazione con tutte le carte in regola si fa strada un’insoddisfazione strisciante. Ifemelu si sente estranea alla sua stessa vita e, lí dov’è, non riesce ad affondare le radici, pur sapendo che in Nigeria le esperienze accumulate e il nuovo modo di guardare il mondo le guadagnerebbero l’epiteto spregiativo di «Americanah». Eppure il suo paese le manca, e le manca Obinze, ormai sposato e con una figlia. Ancora una volta, con coraggio, riempie la valigia e si prepara a un salto nel buio.

 

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English: Adinsonia Digitata tree, taken on a f...

English: Adinsonia Digitata tree, taken on a farm 200 miles from Bulawayo in Zimbabwe (Photo credit: Wikipedia)

no, non stiamo ripetendo uno slogan di Renzi, tranquilli!

Una voce nuova dall’Africa profonda, una terra ancora vibrante di un assordante e caleidoscopico mix di odori, suoni, colori. Come la pagina che esce dal ritmo di questa narratrice, che si è conquistata un buon posto nei cuori dei lettori e della critica, e che è stata notata anche dalla giuria di alcuni premi internazionali.

 

C’è BISOGNO DI NOMI NUOVI, NoViolet Bulawayo, Bompiani

 

Darling ha solo dieci anni, eppure deve navigare nelle agitate acque del mondo in Zimbabwe. Darling e i suoi amici rubano guava, cercano di tirare fuori un bambino dalla pancia della piccola Chipo, e si aggrappano ai ricordi di Prima. Prima che le loro case venissero distrutte dalla polizia paramilitare, prima che la scuola chiudesse, prima che i loro padri partissero per lavori rischiosi all’estero. Ma Darling ha una possibilità di fuggire: ha una zia in America, così decide di viaggiare verso questa nuova terra in cerca della famosa abbondanza americana, ma solo per scoprire che le sue opzioni come immigrata sono terribilmente ridotte. L’esordio di NoViolet Bulawayo ha sorpreso pubblico e critica, ha fatto subito pensare ai grandi narratori che hanno raccontato l’esilio e le nuove patrie, da Zadie Smith a Monica Ali.

 

 

 

 

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La Nigeria non è solo il Paese di Boko Haram, ma è terra di grandi scrittori: con la regia di Biyi Bandele, arriva sui grandi schermi META’ DI UN SOLE GIALLO, dal libro di Chimamanda Ngozi Adichie (Einaudi – traduzione di Susanna Basso)

 

 

Nella scrittura dell’autrice convivono felicemente le doti della narrazione orale africana insieme a quelle del romanzo moderno, dando vita ad un fortunato ed indimenticabileconnubio. . Con sapienza e bravura l’autrice ricostruisce un grande affresco multicolore della Nigeria degli anni Sessanta, devastata dal disastro del Biafra, facendoci conoscere però anche il lato meno noto di quel Paese, il mondo delle poche persone con una istruzione superiore alla media, alle prese con un mondo che si sgretolava

ecco la scheda del libro.

Metà di un sole giallo è la storia di molte Afriche: quella sensuale della splendida Olanna, che rinuncia ai privilegi per amare il professore idealista Odenigbo, e quella concreta della sua gemella Kainene, che affronta il mondo con l’arma del sarcasmo; l’Africa superstiziosa di Mama e Amala e quella colta ed emancipata del circolo di Odenigbo, l’Africa naïf del giovane servitore Ugwu e quella archetipica inseguita dall’uomo di Kainene, Richard.

 

Quando entra a servizio dal bizzarro professore di matematica Odenigbo, Ugwu è un ragazzino dei villaggi che non ha mai visto un lavandino. L’acqua, dove vive lui, scorre solo alla fontana pubblica, il cibo si prepara in cucine fumose e affollate e non si conserva in grosse scatole fredde dai ripiani colmi, le notizie passano di bocca in bocca anziché uscire da quel coso prezioso che Padrone chiama radiogrammofono. La geografia, là da lui, ha i confini minuscoli delle terre visitate, e la storia, quelli dei ricordi familiari.

Ma in quei primi anni Sessanta del Novecento, nella fetta di territorio igbo del sudest nigeriano che per breve tempo andrà sotto il nome di Biafra, già si agitano i fermenti secessionisti e di lì a poco la distanza pur siderale fra un salotto borghese di Nsukka e un umile villaggio del bush sarà spazzata via da uno dei conflitti più devastanti che l’Africa ricordi – la Guerra Civile Nigeriana – che, confondendo le demarcazioni sociali ed economiche, inciderà il confine fra la vita e la morte lungo nuove linee etniche. Non conteranno più i beni e i saperi di un tempo, conterà essere hausa e non igbo, avere fattezze che consentano di sfuggire alla persecuzione, trovare cibo a sufficienza per strappare i propri figli al kwashiorkor.

Odenigbo, già campione del rinnovamento, scoprirà allora di non saper reggere il peso del proprio zelo rivoluzionario; la fragilità di Olanna, la «bruna sirena» che lo ama dall’alveo protetto della sua bellezza e del suo inglese impeccabile, si tramuterà al contrario in una forza straordinaria di conservazione degli affetti; la stessa che dimostrerà la sua gemella Kainene, la beffarda, la sfuggente, ancora una volta tradita e delusa, ma capace di sciogliere il suo dolore in quello di un intero popolo, perché «ci sono cose talmente imperdonabili da rendere perdonabile tutto il resto»; e all’uomo che l’ama, Richard, giunto dall’Inghilterra per studiare l’arte di Igbo-Ukwu, il suo esempio servirà da monito e stimolo per interrogarsi sulle responsabilità del colonialismo bianco e sull’onda lunga delle sue conseguenze. Quanto a Ugwu, imparerà a conoscere le cose e, inevitabilmente, a desiderare di non averle mai conosciute. Pur nella frammentazione del punto di vista narrante con cui Adichie restituisce le sfaccettature della vicenda, è al ragazzino dei villaggi che si riconosce la prospettiva più autorevole. Sua è la prima parola, e sua sarà anche l’ultima.

 

Metà di un sole giallo è la storia di molte Afriche: quella sensuale della splendida Olanna, che rinuncia ai privilegi per amare il professore idealista Odenigbo, e quella concreta della sua gemella Kainene, che affronta il mondo con l’arma del sarcasmo; l’Africa superstiziosa di Mama e Amala e quella colta ed emancipata del circolo di Odenigbo, l’Africa naïf del giovane servitore Ugwu e quella archetipica inseguita dall’uomo di Kainene, Richard.

Tutti questi mondi, con il loro bagaglio di felicità e dolore, di generosità e crudeltà, di amore e gelosia, vengono travolti dalla piena della storia quando nel 1967 la proclamazione d’indipendenza dalla Nigeria della Repubblica del Biafra sfocia in una tragica guerra civile.

 

Metà di un sole giallo ha vinto l’Orange Broadband Prize 2007.

 

«Amore e tradimento in un racconto magnifico e spietato».

Time magazine

 

«Di solito non associamo la saggezza al neofita, eppure ecco una nuova scrittrice con il talento degli antichi cantastorie».

Chinua Achebe

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