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Posts Tagged ‘Uomini d’Irlanda di William Trevor’

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William Trevor è considerato uno dei capostipiti della nuova letteratura irlandese, il patriarca dei vari John Banville, Roddy Doyle.
CHEETING AT CANASTA (questo è il titolo della versione originale) è la sua dodicesima raccolta di racconti, che va a raggiungere il discreto numero di romanzi che ha offerto ai suoi lettori. Questo capace autore, che molti ricorderanno per IL VIAGGIO DI FELICIA, riesce sempre a far partecipe il lettore dei movimenti dell’animo dei suoi personaggi; con una prosa cadenzata, asciutta e tagliente tratteggia immagini precise delle loro psicologie. Sono spesso vite in discesa libera verso qualcosa, sia l’infelicità, o una svolta nell’esistenza, quelle che offre in queste pagine, e in definitiva nella sua opera:

«È questo che mi piace: scrivere del coraggio, dell’ onore, della vergogna e della colpa» è quello che dice di se stesso, e ci pare che ci azzecchi!

Graham Greene lo ha definito “il miglior creatore di racconti dopo Joyce» , e spesso il suo nome è stato accostato a quello di Cechov per quanto riguarda le storie brevi. Ecco dunque:

UOMINI D’IRLANDA, di William Trevor, Guanda

È sottile il filo che lega i dodici racconti di “Uomini d’Ilrlanda”; è poco più di una sensazione, penetrante e diffusa, un’atmosfera sottilmente malinconica che scandisce le vicende di personaggi assai diversi tra loro eppure tutti accomunati dall’incombere di un destino, a volte già riconosciuto, altre volte semplicemente presagito. Ognuno dei protagonisti porta con sé la percezione chiara di un sussulto, breve e terribile, che ne scardina l’esistenza. Spesso si tratta di un lutto, magari lontano nel tempo ma non ancora elaborato. Ma può anche trattarsi di qualcosa di meno appariscente, un semplice incontro, l’appuntamento misterioso con un uomo sconosciuto, o soltanto l’inaspettato riconoscimento di un volto familiare in una piccola via di Parigi, dopo anni di silenzio e di lontananza. William Trevor ha costruito, attraverso i personaggi dei suoi racconti, un piccolo ed elementare labirinto irlandese che assomiglia moltissimo a quello delle esistenze degli esseri umani di tutte le latitudini. E ce lo descrive con l’essenzialità tipica della sua scrittura, asciutta e compatta, ma anche capace di rapidissime e vertiginose incursioni: scoperte improvvise affidate a pochi gesti, affetti e sentimenti che emergono da insondate profondità interiori e soprattutto solitudine, un abisso di solitudine squarciato soltanto dal crollare della consuetudine quotidiana che, credendo di nasconderlo, lo alimentava.

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