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Archive for the ‘i libri che ci sono piaciuti – recensioni’ Category

ormai ci siamo, Beautiful music è dietro l’angolo, nelle scatole di fornitura le copie scalpitano per arrivare in libreria. Non è facile fare capire quanto sia stata importante e necessaria la musica per la crescita personale di chi è nato in certi decenni, a chi la ascolta solo come sottofondo. Ma Danny, il protagonista del nuovo libro di Michael Zadoorian, ha tutte le carte in regola per fare assaporare il percorso umano che accompagna i primi ascolti in compagnia di qualcuno, per approdare alla costruzione di un gusto personale, la strada che porta dall’infanzia all’età adulta. Libro con playlist memorabile.
Beautiful music, Michael Zadoorian, Marcos Y Marcos
 
 
La scheda del libro, tradotto da Claudia Tarolo:
 
 
Come sgusciare dall’adolescenza e conquistarsi un posto al sole in America, tra bulli, droghe e casini razziali? Dedicato a tutti quelli che almeno una volta sono stati salvati dalla musica.
 
 
Danny non ha i vestiti giusti, non è sportivo, non è abbastanza figo.
 
Per le ragazze è trasparente, per i bulli del liceo un bersaglio mobile.
 
Suo padre gli ha insegnato a non scappare, a guardare negli occhi l’avversario.
 
Lui ha un’arma che lo rende invulnerabile: il rock fantastico delle radio indipendenti, dei dischi comprati con i suoi risparmi; la musica che lo accompagna sempre nella testa, che gli dà la carica a ogni passo.
 
Danny è sempre triste quando la musica finisce, perché altre cose brutali lo assordano. Una notizia che non vuole ascoltare.
 
Le urla degli scontri razziali che forse a Detroit non finiranno mai.
 
La televisione sempre accesa, il frigorifero vuoto, il perenne mal di testa di sua madre. Ma la professoressa Floyd è così bella che sembra una santa. Gli offre l’occasione che sta aspettando: lavorare alla radio della scuola. Leggerà gli annunci meglio di chiunque al mondo, farà ascoltare Jimi Hendrix, i Led Zeppelin, gli Sly and the Family Stone… Finalmente la sua vita è a una svolta.

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“Era un martedì del marzo 1998”. Comincia così uno dei più passi migliori di un libro da non perdere, tra i migliori del 2018. Autunno di Ali SMITH (Sur edizioni) , un capitolo in cui l’anziano Daniel insinua nella protagonista Elisabeth il germe del dubbio, partendo da una versione particolare de Riccioli d’oro e i tre orsi proposta da Daniel:” e se la bambina vandalizzasse la casa dei tre orsi, dipingendo le pareti con una bomboletta spray?”.  Ne nasce un dialogo che dovrebbe essere letto da tante persone, non solo nelle scuole, (probabilmente più dagli adulti )per imparare a non ragionare per stereotipi o per sentito dire, ma valutando  il punto di vista dell’altro, cercando di capire cosa l’abbia spinto ad agire in un certo modo.  E per riflettere sul potere della parola, del dialogo.

Un libro, Autunno, che dipinge una nazione spaventata, influenzata dal virus della Brexit, narrando in parallelo il rapporto che unisce una ragazzina, poi divenuta donna, con un anziano vicino di casa. Legame sorto per caso, quando la madre cercava di tenerla lontana da lui, un po’ troppo “strano”…

Intanto, il libro potrebbe essere il primo romanzo degli ultimi dieci anni ad aggiudicarsi l’Orwell Prize, riconoscimento destinato ad opere che si sono distinte parlando (anche) di politica:

 

https://www.theguardian.com/books/2018/may/18/ali-smith-novel-could-be-first-to-win-orwell-prize-in-a-decade-after-making-shortlist

 

Ali Smith’s novel Winter could become the first work of fiction to win the Orwell prize for books in more than a decade, after her riff on A Christmas Carol made the shortlist for the UK’s top award for political writing.

 

 

 

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fuori dai consueti sentieri dei grandi editori, ce ne sono tanti altri che meritano la segnalazione. Exorma, con Sudeste ci conduce nelle terre del grande fiume Paranà, romanzo celebrato da critica e pubblico sudamericano, per la prima volta in Italia. Nuova vita per un autore vittima della dittatura argentina, figura nel lungo elenco dei desaparecidos..
 
 
Sudeste
Haroldo Conti, Exorma
 
Pubblicato per la prima volta in Italia (con la splendida traduzione di Marino Magliani), Sudeste è considerato uno dei romanzi più singolari della narrativa argentina contemporanea (premio Fabril).
 
Sudeste è il vento che scuote la foce del fiume Paraná e la direzione da cui soffia quel vento solleva e spinge il mare nel Delta. Ma la foce del Paraná non è tanto il riferimento a un luogo definito, bensì il centro dell’universo che l’autore ci vuole narrare.
 
Haroldo Conti, poco conosciuto in Italia, fu considerato da Gabriel García Márquez il miglior narratore della sua generazione.
 
Boga, un tagliatore di giunchi con gli «occhi da pesce moribondo», che conduce una vita sedentaria e monotona, decide dopo la morte del Viejo di avventurarsi sul fiume con una piccola barca sgangherata. Sono l’acqua, il vento, l’andirivieni tra i canneti a scandire le stagioni; il suo vagare silenzioso e solitario lo porta a sentire «quella specie di rumore che nasce nei luoghi da lungo tempo disabitati» e a scoprire un’umanità remota e sospesa. Il fiume «a conti fatti, sembra diabolicamente astuto e torvo, e perfino crudele», una specie di demone arbitrario che governa i destini di esseri duri e taciturni che vivono pescando e raccogliendo giunchi. Gente che mangia gallette rafferme e pesce che sa di fango e ama più i cani che gli uomini.
 
Il Boga giorno dopo giorno perde interesse per qualsiasi altra cosa che non sia questo vagare seguendo i suoi pesci. Quello che accade sembra niente ma è il tutto, il dipanarsi di una vita: fatti minimi che riempiono i giorni e incontri violenti con personaggi oscuri in mezzo a isole dal profilo illusorio, sopra un fiume che somiglia all’eternità. «Se ne stava lì, schiacciato contro il tavolato, ansimando. Mise la mano destra sul braccio ferito e sentì che si inumidiva, e poi vide il sangue, denso e scuro […]».
Anteprima
 
Il fiume è molto grande, e uno non può sapere tutto quel che fa il fiume. Dunque, in quel pomeriggio era apparso un tizio che somigliava al Cabecita e magari poteva essere davvero il Cabecita. Solo che la faccenda veniva a complicarsi un po’, perché era difficile tirar fuori qualcosa da un imbecille come questo, che non faceva altro che sorridere, e se ne stava lì, e non c’era modo di sapere con certezza se era lui, vivo, morto o resuscitato, o se era qualcun altro in una di queste tre condizioni.

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L’estate senza ritorno è il terzo titolo edito in Italia di Viveca Sten, rivedremo anche in questo libro l’ispettore Thomas Andreasson e la sua amica Nora Linde. Uno dei talenti emergenti del giallo nordico, capace di creare intrecci coinvolgenti calati nel suggestivo scenario di quei luoghi. In particolare, ne L’estate senza ritorno, vi troverete a celebrare la festa del solstizio d’estate, tra torme di ragazzini ubriachi, ma una di loro non tornerà a casa…
 
Viveca Sten, L’estate senza ritorno, Marsilio
 
 
 
Weekend di solstizio a Sandhamn. In occasione della tradizionale festa di mezza estate, le barche a vela affollano il porto e i pontili sono presi d’assalto da gruppi di ragazzi che si riuniscono per celebrare il giorno più lungo dell’anno. Nella folla, nessuno sente la disperata richiesta di aiuto di una di loro, che finisce per accasciarsi sulla riva, priva di sensi.
Anche Nora Linde si prepara a una serata di festa insieme a Jonas, con cui ha iniziato da poco una relazione che l’ha aiutata a gettarsi alle spalle un matrimonio infelice. Ma l’entusiasmo lascia il posto all’angoscia quando Wilma, la figlia quattordicenne di Jonas, scompare e sulla spiaggia viene trovato il corpo senza vita di un suo amico.
Dalla centrale di Nacka a Stoccolma, l’ispettore Thomas Andreasson raggiunge l’isola dell’arcipelago per guidare le indagini e fare luce su una storia ingarbugliata in cui, in un mondo di adolescenti smarriti, ognuna delle persone coinvolte ha la propria versione dei fatti e la propria verità da difendere.
Tradotto da A.Ferrari

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Grazie all’editore Casagrande, viene, per la prima volta, proposto in versione in italiana, con la cura e la traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla, rispettivamente dall’ungherese e dal francese, il volume di poesie, Chiodi, di quella grande scrittrice che è stata Agota Kristof,esule negli anni Cinquanta dall’Ungheria alla Svizzera, in cui resterà per il resto della sua vita. Per chi ha amato le pagine della Trilogia della città di K, e gli altri suoi libri pubblicati da EInaudi, un testo fondamentale per approfondire la sua ispirata vena letteraria, le sue tematiche.

 

http://www.edizionicasagrande.com/libri_dett.php?id=2694

 

 

 

 

    Chiodi,

    Agota Kristof, Casagrande Edizioni

 

Poesie

Collana «Scrittori»

 

Traduzione di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Prefazione di Fabio Pusterla

 

 

Quando nel 1956, poco più che ventenne, Agota Kristof fugge dall’Ungheria con la sua bambina di quattro mesi, oltre che dal paese dell’infanzia si separa dai quaderni che raccolgono le sue prime poesie.

 

Il dispiacere per la perdita di quei versi spinge l’autrice a riscriverli così come se li ricorda e forse a reinventarli. Negli anni, Kristof compone altre poesie, sia in ungherese che in francese, la sua nuova lingua, e poco prima di morire esprime il desiderio di vedere raccolte tutte queste poesie in un libro. Il desiderio si avvera nel 2017, quando le Éditions Zoé le pubblicano in un’edizione bilingue ungherese-francese, e si avvera oggi anche in italiano, grazie alle versioni di Vera Gheno e di Fabio Pusterla.

I temi di questi componimenti sono quelli ben noti ai tanti e fedeli lettori dei romanzi e dei racconti di Agota Kristof – lo smarrimento, la perdita, l’esilio, il ricordo dell’amore, l’attesa, il desiderio – ma qui, nell’immediatezza della poesia, sembrano raggiungere un grado di intensità ancora maggiore.

 

una sua poesia:

Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

tratta da:

http://www.leparoleelecose.it/?p=32249

 

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Autunno di Ali Smith è lettura obbligatoria per questo anno di letture. Saremo inflessibili. FRASE DEL GIORNO, che va davvero bene per il momento:”dobbiamo essere pronti ad andare al di sopra e al di là dell’orrore, anche quando ci siamo immersi fino al collo”

Libro bellissimo.

 

 

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«Uno dei libri più belli che abbia mai letto» scrive Jenny Erpenbeck de TUTTO PER NULLA, altra autrice capace di raccontare in maniera profonda e pregnante la tragica storia della Germania nel XX secolo:
Walter Kempowski,
Tutto per nulla, Sellerio
Titolo originale: Alles umsonst
A cura di Mario Rubino
 
Una villa in Prussia, una famiglia nazista sulla frontiera dell’invasione russa. Un romanzo toccante, drammaticamente attuale sul significato della sconfitta e la perdita della propria cultura.
 
 
Prussia orientale, inverno 1945. È iniziato l’esodo dei tedeschi in fuga dall’Armata Rossa sovietica che avanza verso ovest. Il podere di Georgenhof, con la sua comoda residenza, è sul corso di quel fiume di persone, la cui massa va gonfiandosi ogni giorno. Ne sono proprietari i von Globig, piccola nobiltà decaduta. Il padre Eberhard è un ufficiale impegnato in un fronte lontano. Restano a vivervi, in una quotidianità ancora tranquilla e florida, la madre Katharina, bella e delicata signora, la «zietta» che con rigore conduce gli affari di tutti, il figlio dodicenne, bambino solitario esentato per malattia dal servizio nella Hitlerjugend. In quell’isolamento campagnolo, ricevono viandanti, soprattutto nelle notti cariche di neve: solo che adesso, questi, sono individui braccati dalla guerra.
Passano sfollati, perseguitati, fuggitivi, strampalati, disperati, intraprendenti, gente di ogni genere. Ciascuno racconta di sé e nella sua vicissitudine rappresenta i vari punti di vista che i contemporanei tedeschi, in quelle condizioni di disfacimento del loro regime, dovevano avere sul Nazismo, sulla guerra, sui nemici, sul presente visibile ed occulto, sul loro futuro. Così la villa diventa il luogo in cui rimbombano le opinioni ordinarie dei tedeschi sulla loro storia. Intanto matura lentamente la tragedia della famiglia. Al podere vivono anche un polacco e due ucraine a servizio, trattati benevolmente dai von Globig, ma malvisti, in quanto stranieri, dai coloni di un villaggio rurale costruito dal regime nelle immediate vicinanze. Lì l’autorità indiscussa è Drygalski, un piccolo gerarca, fanaticamente attento all’educazione paramilitare dei giovani. Tutti avranno la loro sorte, accelerata da un evento drammatico.
È un’amara, silenziosa, epopea carica di sensi di colpa, su cui la trattazione letteraria ha a lungo taciuto. L’autore la guarda crudamente e senza giudizi, con documentaristico rigore (persino nelle canzoni e nei film) e insieme visionarietà. Cosa li aspetta? Chi si salverà? C’è ancora una speranza per loro?
Tutto per nulla appartiene all’accurata costruzione, in parte storica in parte autobiografica, con cui Walter Kempowski ha rotto il ghiaccio letterario, per primo negli anni Novanta, intorno alla memoria storica delle «sofferenze del popolo tedesco» nel Nazismo e nella guerra; con cui ha voluto scandagliare il problema della colpa. In un’opera che non tocca mai le corde del revisionismo o del revanscismo.
tisson francia

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