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con il sole di questa mattina, niente di meglio che condurre i lettori nel Lake District, per conoscere dalle parole di James Rebanks “La vita del pastore”, le gioie e le asperità, il senso di attaccamento ad un luogo. Del resto, l’autore ne ha ben motivo per raccontarla, visto che la sua famiglia svolge quel lavoro da sei secoli!

James Rebank, La vita del pastore, Mondadori

 

James Rebanks è un pastore del Lake District, una regione montagnosa nel nord dell’Inghilterra, conosciuta per le romantiche descrizioni che ne fece Wordsworth e le famose illustrazioni per bambini di Beatrix Potter. Ma il mondo di James è molto diverso. La sua famiglia vive in questa regione da generazioni e la sua esistenza è scandita dalle stagioni e dai lavori che queste richiedono. Ed è così da secoli: condurre le pecore in montagna durante l’estate e fare il fieno; recarsi alle fiere autunnali per rinfoltire le greggi; affrontare il duro lavoro invernale, quando bisogna assicurare la sopravvivenza degli animali, e l’ebbrezza della primavera, quando nascono gli agnelli e le pecore si preparano a tornare sulle montagne. Con una prosa lucida ed evocativa, James Rebanks ci racconta l’anno di un pastore, offrendo una descrizione unica della vita rurale e di un legame fondamentale con la terra che la maggior parte di noi ha perso. È la storia della sua infanzia e delle persone che la compongono, i suoi nonni e i suoi genitori, di gente che lavora duramente, di una comunità che esiste – e resiste – anche se il mondo intorno cambia inesorabilmente. È la storia di un uomo che ha scelto con lucida consapevolezza uno stile di vita lontano dalla modernità, continuando il cammino intrapreso dai suoi padri, dopo essersene allontanato per terminare gli studi e laurearsi brillantemente a Oxford. La vita del pastore è un inno alla vita a contatto con la natura e ai valori della tradizione, nella consapevolezza di un legame indissolubile che unisce il paesaggio e la gente che lo abita. Molte storie parlano di uomini che fanno di tutto per andarsene via. Questa racconta di un uomo che cerca disperatamente di restare.

 

pastore

 
Tre giovanissimi autori, tre diversi modi di intendere il mondo del fantasy. Si racconteranno ai lettori a Medicina venerdi 13 maggio, alle ore 18.
Una splendida occasione per constatare come il pianeta giovani vada oltre lo stereotipo degli “Sdraiati”!
 
Chiara Agresti
 
Chiara Agresti nata il 6/12/1994 a Castel San Pietro Terme.
Ha 21 anni. Quando ha iniziato a scrivere ne aveva solo 17 e da allora la sua passione per la scrittura è cresciuta fino a portarla al pubblicazione del suo romanzo d’esordio, Shoulder Blade. Ha frequentato il liceo socio-psico-pedagogico Alessandro Da Imola e attualmente frequenta il terzo anno del corso Educatore Sociale e Culturale a Bologna.
 
Il suo libro:
Shoulder Blade, GDS edizioni
La diciassettenne Zara Monthgomery vive la sua vita da adolescente in modo normale e tranquillo portandosi addosso l’enorme peso della scomparsa dei genitori e della sorella maggiore avvenuta durante un incidente d’auto. Tutto sembra spento e privo di significato fino a quando non comincia ad avere visoni di omicidi da parte di un misterioso serial killer che da mesi sta lasciando dietro di sè una scia di sangue e terrore. Da quel momento in poi Zara si rende conto di possedere abilità sovrannaturali: nel suo mondo tutto si trasforma e ben presto si ritroverà catapultata in una realtà che la metterà faccia a faccia con la sua vera natura. È la discendete di un’antica dinastia creata dal dio Odino, le Shoulder Blade, che lottano per proteggere la loro identità e il proprio mondo ormai sull’orlo del baratro. Zara dovrà quindi fare i conti con se stessa e con le sue fragilità, superando limiti e paure perché per affrontare il pericolo che sta incombendo avrà bisogno di tirare fuori tutto il suo coraggio…
 
Isabella Colic
Isabella Colic, nata a Castel San Pietro Terme (BO) il 23 dicembre 1996, vive a Massalombarda (RA). Ha diciannove anni e, dopo aver frequentato il Liceo Linguistico a Lugo e poi a Faenza, si è iscritta al primo anno del corso di Scienze e Tecniche Psicologiche a Cesena. Auspica ad una Laurea Magistrale in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica, sebbene non intenda abbandonare il proprio lato artistico, in quanto tra i suoi interessi figurano, oltre alla scrittura, la musica, la pittura, il disegno, la storia dell’arte, la poesia francese, le serie TV inglesi ed uno smisurato amore per i gatti.
 
La scheda del libro presentato:
Isabella Colic, L’occhio della profezia, In.Edit edizioni
Non esiste pace senza guerra e non esiste libertà senza sacrificio. Il destino è già stato scritto e nessuno può cambiarlo. Ma questo Jane, una giovane ragazza di quindici anni, non l’avrebbe mai immaginato. Il giorno del suo compleanno, scopre di essere stata adottata e fugge di casa, in preda alla confusione. Si ritrova improvvisamente catapultata in un altro mondo, Breating, e lì scopre qualcosa di incredibile. I suoi grandi occhi gialli, che ha sempre considerato soltanto strani, sono il marchio di qualcosa di assai più terribile: Jane è una Mezzapura, una creatura animata da una furiosa sete di sangue e destinata a liberare Breating da Damiski, il Malvagio che sta mettendo a ferro e fuoco le quattro Terre, come scritto in un’antica Profezia. A questo punto, Jane può contare solo sui suoi amici, Altamenor, Josh e Akenas, e sulla sua spada. Tradita, braccata, sempre in fuga dall’ombra di Damiski e da se stessa, Jane dovrà combattere mille battaglie, riunire i popoli ancora liberi e i ribelli rimasti sotto la sua guida per rovesciare il regno del terrore del Malvagio. Ma dovrà anche battersi contro la sua sete, per mantenere ciò che c’è di buono in lei e non cadere nello stesso abisso dei suoi nemici. Perché se lei si perde, nessuno potrà far rinascere un nuovo regno dalle ceneri.
 
 
 
Kingsley Ngadiuba
 
Kingsley Ngadiuba nasce a Bologna il 10 novembre 1992, passa la maggior parte della sua infanzia nella campagna ravennate, con i suoi genitori e le sue due sorelle, fino a quando la famiglia si trasferisce in città.
Kingsley, da sempre appassionato alla lettura, comincia a scrivere tra i banchi di scuola. A 14 anni inizia il suo primo romanzo, un fantasy, La Stella dell’Ovest, che lo accompagnerà per tutto il periodo della scuola superiore.
Ma non è solo la scrittura l’unica passione di Kingsley; tra le tante spiccano l’amore per il teatro e la recitazione, la musica irlandese e un forte desiderio di conoscenza che lo avvicina sempre di più al campo delle scienze.
Laureatosi in Geologia, nel 2015, presso la Facoltà di Scienze Geologiche di Ferrara, Kingsley vuole realizzare il suo sogno di bambino: diventare paleontologo.
 
 
Scheda libro
 La stella dell’Ovest
Kingsley Ngadiuba
David and Matthaus edizioni
La Stella dell’Ovest è un romanzo fantasy ambientato nell’immaginario mondo di Anorias, una terra florida dove l’occhio si sarebbe perso tale era il suo splendore. Ora Anorias è un lontano ricordo di sé stessa.
Le macchinazioni degli Stregoni e l’uso del Kersar, la loro oscura arte, hanno rovinato tutto ciò che vi era di puro. In questo mondo corrotto, dov’è lo spazio per l’uomo?
Nelle città sovraffollate la gente viene fatta crescere, ingrassare nel lordume del terrore e dell’ignoranza e, poi, come col bestiame, abbattuta per alimentare i cristalli di basalto nero, la fonte di energia degli Stregoni.
In una realtà priva di ogni speranza, defraudata del proprio futuro, esistono ancora persone capaci di opporsi al giogo del Kersar?
Per quanto possa sembrare impossibile esistono folli pronti ad alzare il capo e sfidare la legge dell’Ordine, uomini come Joan, segnati dalla vendetta e dall’odio. Cacciatore di Stregoni da quando questi hanno ucciso la sua famiglia, sporcarsi le mani con il loro immondo sangue è la sua unica ragione di vita. Fin quando non scopre l’esistenza del Giusto, il salvatore del mondo, e da quel momento il suo scopo diventa trovarlo…
tre giovani autori fantasy medicina
Almudena Grandes interrompe la serie dei romanzi dedicati alla Guerra Civile di Spagna per indagare l’attualità, quella della crisi economica e dei suoi riflessi nelle vite quotidiane:
 
I baci sul pane, Almudena Grandes, Guanda
 
 
“Quando cadeva per terra un pezzo di pane, gli adulti dicevano ai bambini di raccoglierlo e baciarlo prima di rimetterlo nel cestino… Noi che da bambini abbiamo imparato a baciare il pane, abbiamo in mente la nostra infanzia e ricordiamo l’eredità di una fame che ormai non conosciamo più…”
 
 
 
Madrid, un quartiere come tanti, con strade ampie e viuzze strette, bei palazzi accanto a edifici più modesti, abitato da persone diverse, coppie con e senza figli, famiglie allargate, single, giovani e anziani, spagnoli e stranieri, negozianti e operai, commesse e professionisti: come se la cavano, come fanno fronte a questi tempi difficili? Come si fa a resistere e a restare
se stessi anche nell’occhio del ciclone?
 
Amalia, la parrucchiera, scruta con orrore il negozio delle cinesi che sta aprendo proprio di fronte al suo, una dottoressa deve lottare contro la chiusura dell’ospedale in cui lavora, un uomo divorziato piange in solitudine dietro a una parete, una nonna
comincia a fare l’albero di Natale già in settembre per fare coraggio ai suoi, e intanto il bar di Pascual diventa la sede delle riunioni del comitato inquilini e delle loro battaglie, ma anche il teatro di tanti destini che si intrecciano e di amori che vorrebbero nascere o che stanno per finire… Tante storie, tante voci per raccontare la crisi sì, ma anche e soprattutto la capacità di risorgere, con la forza dell’amicizia, della solidarietà, dell’ottimismo. Per ritrovare il significato dei baci sul pane: un gesto semplice e pieno di dignità che lega passato e presente e non ha perso il suo valore.
Tradotto da Bovaia G.
English: Almudena Grandes, spanish writer Espa...

English: Almudena Grandes, spanish writer Español: Almudena Grandes, escritora española (Photo credit: Wikipedia)

1976, l’insolita finale di Coppa Davis in Cile, vinta dall’Italia, tra il silenzio della stampa e le polemiche sull’opportunità di giocare nella terra di Pinochet:
 
 
Sei chiodi storti. Santiago 1976, la Davis italiana
Dario Cresto-Dina , 66thand2nd
 
«Vincere è una breve felicità» e questa è la storia di un pugno di uomini che la conquistarono e se la videro svanire tra le mani. Quarant’anni dopo, tocca alla letteratura quel che la cronaca evitò: raccontare la finale di Davis del 1976 nella Santiago del regime di Pinochet, il trionfo oscurato della squadra italiana. Non c’erano telecamere Rai al seguito, pochi gli inviati dei giornali, i filmati cileni sono bruciati, restano appena 26 minuti e 42 secondi di pellicola tremolante. «Silencio, por favor» intima il giudice di sedia, poi Adriano Panatta va al servizio indossando una maglietta rosso-sfida e un destino inatteso, senza precedenti né seguiti, si compie: vincono. Dario Cresto-Dina ha ricercato quegli uomini e quell’atmosfera. Ci restituisce un’Italia come sempre divisa e sei personaggi che altrettanto furono e restano. Sei chiodi storti, come quelli che Panatta portava con sé per scaramanzia. Lui, il figlio del custode del circolo che batté tutti i maestri. Paolo Bertolucci, il gregario pigro come un panda. Corrado Barazzutti, cuore di ussaro. Tonino Zugarelli, il talento di riserva. Capitanati da Nicola Pietrangeli, che voleva la coppa per dimenticarla. Più il «padre paziente» Mario Belardinelli che profetizzò: «Tra dieci anni qualcuno si stupirà nel guardare la fotografia di questi quattro strani giocatori stretti a una grossa insalatiera d’argento». Altrettanto nel ritrovarli oggi, davanti a un tramonto oltre la rete, senza nostalgia, come se vincere fosse stato semplicemente il loro dovere.
Dario Cresto-Dina lavora al quotidiano «la Repubblica» dal 2000, dopo vent’anni trascorsi alla «Stampa».
 
collana ▪ Vite inattese
pagine ▪ 152
isbn ▪ 9788898970520
prezzo ▪ 17 euro
data di uscita ▪ 5 maggio 2016
Augusto Pinochet

Augusto Pinochet (Photo credit: Wikipedia)

 

 

NAZIM HIKMET

DON CHISCIOTTE

 

Il cavaliere dell’eterna gioventù

seguì, verso la cinquantina,

la legge che batteva nel suo cuore.

Partì un bel mattino di luglio

per conquistare, il bello, il vero, il giusto.

Davanti a lui c’era il mondo

con i suoi giganti assurdi e abbietti

sotto di lui Ronzinante

triste ed eroico.

 

Lo so quando si è presi da questa passione

e il cuore ha un peso rispettabile

non c’è niente da fare, Don Chisciotte,

niente da fare

è necessario battersi

contro i mulini a vento.

 

Hai ragione tu, Dulcinea

è la donna più bella del mondo

certo

bisognava gridarlo in faccia

ai bottegai

certo

dovevano buttartisi addosso

e coprirti di botte

ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati

tu continuerai a vivere come una fiamma

nel tuo pesante guscio di ferro

e Dulcinea

sarà ogni giorno più bella.

(da Poesie d’amore, Mondadori, 2002 – Traduzione di Joyce Lussu)

 

 

abbiamo letto in anteprima Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, in uscita martedì per Einaudi, scrittrice straordinariamente brava nel trattare con profondità le emozioni. (Amy e Isabelle, Olive Kitteridge…)  Questa volta, quelle provocate da un incontro tra una donna e la madre.. Assai consigliato!

 

In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. Non si vedono da molti anni, ma il flusso delle parole sembra poter cancellare il tempo e coprire l’assordante rumore del non detto. In quella stanza d’ospedale, per cinque giorni e cinque notti, le due donne non sono altro che la cosa piú antica e pericolosa e struggente: una madre e una figlia che ricordano di amarsi.

Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell’Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, «ciao, Bestiolina», perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d¿ospedale. Lí la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l’altra storia. Quella di un’infanzia brutale e solitaria, di una miseria umiliante, di una memoria tanto piú dolorosa perché non condivisa. Oltre la finestra, le luci intermittenti del grattacielo Chrysler, emblema di grandi aspirazioni nella Grande Mela degli anni Ottanta, insieme all’alternarsi del sonno e della veglia e all’avvicendarsi delle infermiere dal nomignolo fiabesco, scandiscono il passare di un tempo altrimenti immobile. Ma il tempo passa. L’isola d’intimità di quei cinque giorni d’ospedale non si ripeterà nella vita di madre e figlia. Molti anni piú tardi la donna è una scrittrice di fama. Ha scelto la parola al silenzio, dopotutto, perché è cosí che può raccontare anche quella storia d’amore. Un amore invalido, mezzo afasico, ma amore senza dubbio. Dalla sua insegnante di scrittura ha appreso che «ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Ma tanto ne avete una sola». La donna si chiama Lucy Barton, e questa è la sua.

 

tradotto da Susanna Basso

 

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MAGGIO, di Gioconda Belli
Non appassiscono i baci
come i fiori dell’albero di fuoco,
né mi crescono baccelli sulle braccia;
ma sempre rifiorisco
con questa pioggia interna,
come i cortili verdi di maggio
e rido perché amo il vento e le nuvole
e il passo degli uccelli canori,
e sebbene io resti impigliata nella rete dei ricordi,
coperta d’edera come le antiche muraglie,
continuo a credere nei sussurri serbati,
nella forza dei cavalli selvaggi,
nel messaggio alato dei gabbiani.
Credo nelle radici innumerevoli del mio canto.
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